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Home I mille racconti I mille racconti Racconti sovietici 6. JURIJ TYNJANOV: Il sottotenente KIŽÉ (parte seconda)
Racconti sovietici 6. JURIJ TYNJANOV: Il sottotenente KIŽÉ (parte seconda) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 09 Dicembre 2013 17:06

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

11

 

L'aiutante dell'imperatore era un uomo astuto, perciò non disse a nessuno del sottotenente Kižé e della sua buona stella. Lui, come ogni altro, aveva dei nemici. Raccontò, quindi, a qualcuno soltanto che l'uomo che aveva gridato «Guardie!» era stato individuato.

Ciò ebbe uno strano effetto e suscitò scalpore nella metà del palazzo abitata dalle donne.

Al palazzo, con le sue colonne superiori tanto sottili da sembrare delle dita sopra un clavicembalo, costruito da Cameron, erano state annesse alla facciata due ali tondeggianti, alla maniera delle zampe di un gatto che sta giocando con un topolino. Una delle ali occupava una nubile dama d'onore di corte, Nelidova, con il suo personale.

Spesso Pavel Petrovič, passando con aria colpevole un cordone di guardie, si avviava a quell'ala, ed una volta le sentinelle videro perfino come l'imperatore uscì da lì frettolosamente con la parrucca spostata da un lato, e all'inseguimento suo, sopra la testa, gli volò una scarpa da donna.

Nelidova, pur essendo soltanto una dama d'onore di corte, aveva lei stessa le dame d'onore al suo seguito.

E, quando sino all'ala delle donne arrivò la notizia che l'uomo che aveva gridato «Guardie!» era stato trovato, una delle dame d'onore di Nelidova ebbe un breve svenimento.

Anche lei, come Nelidova, era riccioluta ed esile, come una pastorella.

Ai tempi della vecchia nonna Elisabetta, le vesti delle dame di corte facevano rumore coi tessuti di broccato, scricchiolavano addosso le sete, i capezzoli liberati timorosamente apparivano dagli abiti. Così era la moda.

Le amazzoni, cui piaceva vestirsi da uomini, le code marine di velluto e le stelle vicino ai capezzoli, sono decadute insieme all'usurpatrice del trono.

Adesso le femmine erano diventate pastorelle con delle belle testoline ricciolute.

Dunque, una di loro stramazzò in uno svenimento breve.

Sollevata dal pavimento personalmente dalla sua benefattrice, ed una volta tornata in sensi, la dama d'onore raccontò: aveva, sì, a quell'ora un appuntamento galante con un ufficiale. Non aveva potuto, però, assentarsi dal piano di sopra nell'ora prestabilita e, all'improvviso, sbirciando giù dalla finestra, aveva visto che l'ufficiale infervorato, lasciando da parte ogni prudenza, ma probabilmente neppure sapendo che stava sotto una finestra dell'imperatore, le stava inviando da sotto in su dei segni.

Lei gli aveva fatto un cenno con la mano, aveva strabuzzato gli occhi, manifestando orrore e spavento, ma l’amante aveva interpretato il gesto come un suo rifiuto, una ripulsione, e per questo, preso dalla disperazione, lamentosamente aveva gridato «Guardie!», come per dire, aiutatemi, se no, muoio subito.

In quell'esatto momento, non perdendosi d'animo, lei aveva schiacciato in su il naso con un dito e gli aveva indicato di andar giù. Dopo quel segno di un naso rincagnato, l'ufficiale aveva capito, era allibito dal terrore ed era fuggito.

Non lo vide mai più e, dato che la loro storia d'amore era casuale ed era successa un giorno prima soltanto del fatto, così non seppe neppure il suo nome.

Adesso lo avevano individuato e deportato in Siberia.

Nelidova si mise a riflettere.

Il suo caso fortuito oramai svaniva e, anche se non lo voleva ammettere neanche a se stessa, la sua scarpetta non avrebbe potuto mai più volare contro l’imperatore.

Con l'aiutante dell'imperatore aveva dei rapporti assai freddi e non avrebbe desiderato rivolgersi per nessun motivo proprio a lui. La disponibilità odierna dell'imperatore divenne anche alquanto incerta ed imprevedibile. In questi casi si rivolgeva ad un uomo, sia pure civile, ma potentissimo, nella persona di Jurij Aleksandrovič Niledinskij-Meletskij.

Fece proprio così, mandò da costui un suo servitore privato con un bigliettino.

Il robusto, molto prestante servitore, consegnando ormai abbastanza spesso questi messaggi, ogni volta si meravigliava per la dappocaggine dell'uomo tanto potente. Meletskij era un cantore e un segretario di Stato. Un esaltatore dei canti popolari ed un uomo lussurioso verso le pastorelle. D’aspetto era assai piccolo, aveva la bocca voluttuosa e le sopracciglia cespugliose. Era, inoltre, un gran furbacchione e, guardando in su il servitore largo di spalle, disse: «Riferisci che non debbono preoccuparsi. Che aspettino. Tutto si risolve.»

Ma personalmente un po' temeva, non sapendo per niente come risolvere, perciò, quando alla sua porta mise il naso una delle sue pastorelle in erba, che prima era chiamata con un nome popolano Avdotja e adesso Selimena, aggrottò severamente le sopracciglia.

La servitù di Jurij Aleksandrovič era composta per la maggior parte da giovanissime pastorelle.

 

 

12

 

Le guardie della scorta camminavano e camminavano.

Da una sbarra di passaggio a livello ad un'altra sbarra, da un posto di controllo ad una fortezza; camminavano sempre dritto, gettando occhiate diffidenti ad un vuoto importante che marciava fra loro.

Non era la prima volta che capitava di scortare un confinato in Siberia, ma mai avevano condotto un malfattore come questo. Nel tempo in cui lasciarono i confini della città, ebbero perfino alcune perplessità. Non sentivano né il tintinnio delle catene, né dovettero affrettare il passo del prigioniero a calci di fucile. Poi pensarono che l'intera faccenda non li riguardava, che si trattava di un caso formale e che, dopo tutto, avevano in tasca un mandato ufficiale. Comunicavano poco tra loro, in quanto era proibito.

Ad una posto-stazione della prima tappa dell'itinerario per la Siberia, il guardiano capo della stazione li aveva guardati come a dei pazzi, facendoli confondere. Ma il capo del servizio di scorta fece vedere un documento, in cui si affermava che il detenuto scortato non era un detenuto comune, ma segreto, privo del corpo; e il capo stazione, tutto agitato, si diede tanto da fare, riservando loro per il pernottamento addirittura una cella speciale da tre tavolacci. Cercava d'evitare di parlare loro ed era talmente servile, che le sentinelle della scorta, senza volerlo, si attribuirono un'autentica autorevolezza.

In un posto-stazione grande, dove li portò la seconda tappa, entrarono oramai armati di sicurezza e, con aria di un’importanza personale, il capo del servizio di scorta gettò semplicemente il mandato sulla scrivania del comandante, che ugualmente si agitò e si diede da fare, esattamente come quello di prima.

A poco a poco, andando avanti, cominciarono a comprendere che stavano scortando un reo assai importante. Si abituarono e, nel parlare, gli davano un significativo: «egli» o «costui».

Con quel passo penetrarono nella profondità dell'Impero russo, calpestando la consueta dritta e tanto battuta strada della città di Vladimir.

Lo spazio vacuo che pazientemente marciava tra loro, cambiava; diveniva a volte il vento, a volte la polvere e a volte una stanca, sfinente calura di un'estate tardiva.

 

 

13

 

Nel frattempo, seguendo la stessa strada di Vladimir, li stava rincorrendo da un posto di blocco ad un altro, da una fortezza ad un'altra, un'importante disposizione.

Jurij Aleksandrovič Niledinskij-Meletskij mandò dire a Nelidova: «Attendere» e in questo non si sbagliò.

L’immensa paura di Pavel Petrovič lentamente e inesorabilmente, si tramutava di solito in compassione verso se stesso ed in intenerimento.

L'imperatore voltava le spalle alle sembianze animalesche dei cespugli del giardino e delle statue di Brenna e, dopo aver vagato per un bel po' nel vuoto, si rivolgeva verso la graziosa sensibilità di Cameron.

Aveva fatto polpette di tutti i governatori e generali in servizio ai tempi di sua madre, li aveva confinati nelle proprie tenute, al di fuori delle quali non avevano messo più il naso. Erano stati dei passi necessari del suo modo di regnare. Ma il risultato qual è? Tutt'attorno si era formato un gran vuoto.

Dispose, quindi, di appendere una cassetta per le lettere davanti al suo castello per ricevere personalmente lamentele e richieste, in quanto era lui e nessun altro il vero padre dell'intera nazione. Dapprima la cassetta rimase a lungo vuota, e questo lo amareggiava, perché la patria avrebbe dovuto comunicare con l'unico padre che aveva. Poi nella cassetta fu rinvenuta una lettera anonima, in cui lo nominavano anziché babbo, un babbeo camuso e lo minacciavano.

Si guardò allora nello specchio.

«Sono rincagnato, sissignori, camuso eccome» – rantolò, ed ordinò di togliere la cassetta.

Intraprese un lungo viaggio, per visitare le vastità di questa strana patria. Fece finire in Siberia un governatore, che, nella sua regione, ebbe l'audacia di costruire dei ponti nuovi soltanto in occasione del passaggio dell'imperatore. Il suo viaggio non doveva essere come quello di sua mammina: tutto doveva rimanere così com'era, non agghindato. Tuttavia la patria taceva. Sul fiume Volga ci fu un caso in cui si radunarono attorno dei contadini. Allora mandò un giovanotto a prelevare un po' d'acqua dal centro del fiume, per berla pulita.

La bevve e a questi uomini, raucamente, disse: «Ecco, Io sto bevendo la vostra acqua. Che c'è da sgranare gli occhi?»

E attorno si spopolò.

Non fece mai più alcun viaggio e, invece di una cassetta per le lettere, mise ad ogni avamposto delle robuste guardie, ma non sapeva se erano fedeli e non sapeva di chi temere.

Vedeva ovunque la vacuità e il tradimento.

Trovò un rimedio segreto per liberarsene. Rese operative: precisione, fedeltà, puntualità e una subordinazione assoluta. Si misero in funzione le cancellerie. Era risaputo che per sé aveva riservato soltanto il potere esecutivo. A dispetto di questo, per una qualche strana coincidenza, accadeva che il potere esecutivo imbrogliava e confondeva le cancellerie e, a conti fatti, c'erano: un tradimento sospetto, una vacuità e una subordinazione maliziosa. Gli sembrava di essere un nuotatore sventurato con le mani vuote alzate al cielo tra le onde furiose; un tempo lo aveva visto su un disegno ad incisione.

Intanto, dopo anni e anni, lui era l'unico legittimo monarca.

E lo gravava il desiderio di avvalersi del padre, almeno di quello defunto. Fece riesumare dalla tomba il morto ammazzato con una forchetta, quel deficiente tedesco che fu considerato suo padre e fece sistemare la bara con le sue spoglie vicino a quella dell'usurpatrice del trono. Ma lo fece spinto, tutt’al più, da una vendetta verso la madre defunta, durante la vita della quale aveva vissuto ogni minuto come un condannato a morte.

E poi, era o no sua madre?

Seppe qualcosa di torbido sullo scandalo della sua nascita.

Era un uomo apolide; privo perfino di un padre defunto, persino di una defunta madre.

Mai, tuttavia, accentuò il benché minimo pensiero su tutto questo, sino a tal punto, che avrebbe ordinato di sparare da un cannone il corpo dell'uomo che lo sospettasse soltanto d'avere dei simili pensieri.

Ma nei momenti come questi, lo spirito suo veniva rabbonito dal piacere verso le più insignificanti monellerie e le casette cinesi di Trianon. Diveniva un amico diretto della natura e desiderava un affetto a suffragio universale o per lo meno l'affetto di qualcuno.

Tali atteggiamenti gli venivano come degli accessi e allora una rudezza del comportamento veniva considerata sincerità, una stupidità diveniva schiettezza, una scaltrezza, bontà d'animo e un attendente-turco, che puliva e lustrava i suoi stivali, era elevato al titolo di conte.

Jurij Aleksandrovič, con un fiuto superiore, intuiva una svolta verso quel mutamento.

Attese più o meno una settimana e poi fiutò.

A passettini silenziosi, ma gai, girò per un po' intorno al paravento di vetro e tutto d'un tratto aveva raccontato al Monarca, celandosi nella semplicità del cuore, tutto quello che lui stesso conosceva del sottotenente Kižé, ad eccezione, s'intende, del particolare del segno camuso.

A questo punto l'imperatore scoppiò in una risata fragorosa, rauca e discontinua, tanto latrata e talmente cagnesca, come se stesse cercando di far rabbrividire di paura.

Jurij Aleksandrovič s’inquietò.

Non desiderava altro che fare un favore a Nelidova, portandole una lieta notizia come un buon amico di casa, ed inoltre rilevare per inciso la propria importanza; giacché, secondo un proverbio germanico, in voga a quei tempi, umsoust ist der Tod: è gratis soltanto la morte. Una risata, invece, come questa poteva causare a Jurij Aleksandrovič una nuova svolta del tutto imprevedibile ed essere persino un'arma per una spietata fine.

E se si trattasse di puro sarcasmo?

Ma no, non fu così, l'imperatore dopo essersi sfinito dalle allegre risa, allungò la mano, prese una penna, e Jurij Aleksandrovič, mettendosi in punta di piedi, seguendo la mano dell'imperatore, lesse:

 

Richiamare indietro il sottotenente Kižé, deportato in Siberia, promuovere a tenente, e fare sposare con quella stessa damigella d'onore.

 

Dopo averlo scritto, l'imperatore fece alcuni passi per la stanza con ispirazione.

Batté le mani e, accompagnandosi con un fischio, si mise a cantare la sua canzone preferita:

 

Un'abetaia, la mia abetaia,

Il bosco di betulle fitto, caro mio...

E la voce acuta e lamentevole di Jurij Aleksandrovič gli fece coro:

 

«Ljuli - ljuli – mia abetaia; –  ljuli – ljuli – caro mio…»

 

 

14

 

Un cane ferito da tanti morsi di altri cani si allontana verso dei campi aperti a curarsi con delle erbe amare soltanto a lui conosciute.

Il tenente Sinjuchaev si allontanò a piedi da San Pietroburgo verso il borgo «Gatčina». Si dirigeva verso la casa di suo padre, non per chiedergli aiuto, ma così, soltanto spinto, probabilmente, dal desiderio di verificare se il genitore esistesse o no, ancora a Gatčina. Una volta arrivato, non rispose al saluto del genitore, ma diede soltanto un'occhiata attorno e volle andarsene subito via, comportandosi come una persona timida e perfino leziosa.

Il medico, vedendo il danno nell'abbigliamento del figlio, lo mise a sedere e volle entrare nel merito della faccenda: «Hai perso perfino la camicia al gioco, o hai commesso una grossa mancanza?»

«Non sono vivo» – disse il tenente tutto d'un fiato.

Il medico gli tastò il polso, disse qualcosa sull'opportunità di sanguisughe e continuò a strappargli dalla bocca ogni particolare.

Non appena seppe della cantonata che era capitata al figlio, in preda ad agitazione, scrisse e riscrisse per un'ora una supplica, obbligò il figlio a sottoscriverla, ed il giorno dopo si presentò al cospetto del barone Arakčeev, per farla trasmettere all'imperatore, allegata ad un suo quotidiano rapporto. Nel frattempo, però, ebbe il dubbio se lasciare il figlio nella propria casa, perciò lo mise all'ospedale e sopra il suo letto su una targhetta di legno, scrisse:

 

 

 

Mors occasionalis

Morte occasionale

 

 

 

 

15

 

Il barone Arakčeev era un diligente uomo di Stato, veramente preoccupato per le sorti della nazione.

A causa di questo, il suo carattere diveniva poco definibile, era uno imperscrutabile. Di certo non era un uomo vendicativo e persino era indulgente, a volte. Al racconto di qualche storia triste, lacrimava come un bimbo e durante una visita al giardino, metteva spesso nella mano di una ragazzina addetta alla pulizia una mancetta di un copeco. Ma poi, notando che i sentieri del giardino non erano stati affatto spazzati a dovere, ordinava di fustigare la ragazzina con una verga. Alla fine della pena corporale, regalava, comunque, alla povera piccina una moneta da cinque copechi.

In presenza dell'imperatore avvertiva una debolezza, del tutto simile all'affetto.

Era un vero fanatico della pulizia in genere, divenuta un simbolo dell'indole sua e del costume. Tuttavia provava soddisfazione, quando trovava difetti nella pulizia e nell'ordine e, se non riusciva a scovarli, rimaneva in cuor suo dispiaciuto. Invece del brasato o dell'arrosto di carne fresca, mangiava, d’abitudine, la carne salata.

Personificava una certa sbadataggine; come quella dei filosofi. Davvero, i tedeschi letterati trovavano una forte somiglianza dei suoi occhi con quelli del filosofo Kant, famoso allora in Germania: avevano un colore acquoso, indefinibile, leggermente velati da una trasparente nebbiolina. Il barone, però, si offese, quando qualcuno gli accennò a questa somiglianza.

Non si poteva definirlo neppure come una persona avara, in quanto gli piaceva anche sfoggiare e dare lustro a tutto. Per questo entrava in merito di ogni minuzia della gestione economica. Si dedicava personalmente alla progettazione e ai disegni delle cappelle, delle medaglie, delle icone e perfino degli addobbi e dei servizi per le tavole dei banchetti. Per le sue creazioni prediligeva il fascino dei cerchi, delle ellissi e delle linee che, intrecciandosi, fossero atte a produrre un'illusione ottica. Lui stesso adorava illudere un richiedente od illudere l'imperatore e simulava di non essersi accorto, quando qualcuno trovava il modo di illuderlo. Ingannarlo era in verità assai difficile.

Possedeva gli elenchi dei beni materiali di ogni singola persona del personale: dal servitore capo, al ragazzino-garzone di cucina e controllava attentamente tutti gli inventari dell'ospedale.

Durante la sistemazione dell'ospedale, nel quale lavorava il padre del tenente Sinjuchaev, il barone personalmente aveva indicato dove e come andassero collocati i lettini, le panchine, un tavolo del medico e perfino come deve essere una penna da scrivere, e cioè liscia, priva di una fernetta, così com'è un calamus romano – uno stelo di giunco. Per una penna appuntita con la fernetta, all'infermiere, l'aiuto medico, spettavano cinque frustate di verga.

Il barone Arakčeev era attratto dall'idea di uno Stato, come quello dell'Impero Romano.

Ascoltò distrattamente il dottor Sinjuchaev e soltanto dal momento che costui gli trasmise la supplica scritta, la aveva letto attentamente e fece un rimprovero al medico, perché il documento non era stato firmato da una mano ferma.

Il medico si scusò con il fatto che al figlio era tremata la mano.

«Ah, ecco, caro, lo vedi» – disse il barone con soddisfazione, – «perfino la mano trema.»

Poi, dando uno sguardo al medico, gli domandò: «E quand'è che è avvenuta la morte?»

«Il giorno quindici di giugno» – rispose il medico sconcertato.

«Quindici giugno» – cantilenò il barone, riflettendo, – «il quindici di giugno... E oggi è già il diciassette» – disse all'improvviso con rimprovero al medico. «E dov'è che è stato il morto per due giorni?»

Sogghignando al viso lungo del medico, diede ancora uno sguardo alla supplica e disse: «Vedi tu stesso, quante incurie vi sono. E adesso ti saluto, mio caro, vai, vai pure.»

 

16

 

Il cantore e segretario di Stato, Meletskij, agiva a casaccio, rischiava e spesso vinceva, perché presentava ogni faccenda in modo delicato, corrispondente in pieno alle tinte di Cameron, ma le sue vincite si succedevano alle perdite, come nel gioco «Quadrille».

Il barone Arakčeev aveva invece un vezzo del tutto differente. Non rischiava, non avallava mai niente. Al contrario, nelle sue relazioni all'imperatore indicava immancabilmente un eventuale abuso – eccolo – e subito cercava di ottenere una disposizione sulle misure per fronteggiarlo. Il barone sminuiva il proprio ruolo, mentre Meletskij non faceva che rischiare. Così che da lontano, gli baluginava una vincita grossa, come nel gioco «Faro».

Il barone Arakčeev fece un rapporto laconico all'imperatore che il defunto tenente Sinjuchaev era arrivato a Gatčina, dove era stato ricoverato all'ospedale. Con ciò si era dichiarato d'essere vivo e aveva presentato una supplica per il ripristino negli elenchi del reggimento. La detta supplica è allegata al presente rapporto, quindi si richiedono, umilmente, ulteriori disposizioni. Col tono di rassegnazione di questo stilato aveva mostrato di comportarsi come un sollecito fattore che per ogni cosa si rivolge al padrone.

Una risposta non si fece attendere; riguardo alla supplica e per il barone Arakčeev in particolare. Alla supplica era stata apposta una disposizione: la richiesta dell'ex tenente Sinjuchaev, cancellato dall'elenco del reggimento in quanto è defunto, è respinta per la stessa motivazione. Al barone Arakčeev era stata inviata invece una nota:

Signore barone Arakčeev.

Mi sorprende che, avendo il grado di generale, non conosca il regolamento, inviando a me personalmente la supplica del defunto tenente Sinjuchaev che, tra l’altro, non fu neppure un ufficiale del suo reggimento e, in ogni modo, dapprima doveva essere indirizzata per direttissima alla cancelleria del reggimento d’appartenenza del tenente, senza far gravare direttamente su di me una supplica come questa.

 

Peraltro, permango a lei benevolo,

Pavel.

Non scrisse: «benevolo per sempre». Ed Arakčeev versò una lacrima, perché odiava da morire ricevere dei rimproveri. Andò personalmente all'ospedale e ordinò di scacciare immediatamente il tenente morto, rilasciandogli solo la biancheria, invece trattenere l'uniforme da ufficiale, trascritta nell'inventario.

 

 

17

 

Quando il tenente Kižé tornò dalla Siberia, di lui sapevano già in molti. Era quello stesso tenente che aveva gridato «Guardie!» sotto la finestra dell'imperatore, era stato fustigato e deportato in Siberia, ma poi era stato graziato e promosso a tenente. Queste furono le caratteristiche pienamente delineate della sua vita.

Il comandante non avvertiva oramai l'imbarazzo della sua presenza e, ovviamente, lo nominava ora in un pattugliamento, ora al servizio di turno. Quando il reggimento si metteva in marcia per raggiungere degli accampamenti delle grandi manovre, il tenente si metteva in marcia insieme al reggimento. Si trattava di un ufficiale assai diligente, in quanto nessuna mancanza gli si potrebbe attribuire.

La dama d'onore, il breve svenimento della quale lo salvò, in un primo momento gioì, credendo che la stessero unendo in matrimonio con il suo amante casuale. S’incollò su una gota un neo finto e strinse alla meglio i lacci unibili a fatica del bustino dell'abito. Più tardi, in chiesa, dovette accorgersi di stare sola soletta sul posto riservato alla sposa e, in vicinanza, al di sopra del posto vacante dello sposo, l'aiutante stava tenendo sollevata la tiara nuziale. Era già intenzionata a svenire nuovamente, ma dato che teneva gli occhi abbassati e scorgeva molto bene dalla sua vita in giù, dovette subito ripensarci. Un certo mistero della cerimonia, in cui lo sposo era assente, piacque a molti.

Dopo qualche tempo al tenente Kižé nacque un figlio, secondo le voci, identico al padre.

L'imperatore lo scordò. Ebbe tante altre faccende per la testa.

La vispa Nelidova fu piantata in tronco, sostituita dalla paffuta Gagarina. Le tinte tenui di Cameron, le casette svizzere e perfino la reggia Pavlovskoe furono dimenticate. In un preciso ordine di mattoni rossi, si distese, quasi premuta al suolo, la città soldatesca di San Pietroburgo. Il generale Suvorov, che l'imperatore non vedeva di buon occhio, ma sopportava, perché costui, a sua volta, era stato sempre ai ferri corti col defunto Potemkin, fu richiamato dalla solitudine e dalla quiete del suo villaggio sperduto. Si approssimava una campagna di guerra e l'imperatore aveva dei piani strategici. In testa gli frullavano tanti piani e progetti, cosicché non di rado l'uno correva troppo in avanti dell'altro.

Pavel Petrovič a questo punto s’ingrassò, divenne tarchiato, squadrato. Il suo viso acquisì un color di mattone. Il generale Suvorov di nuovo cadde in disgrazia. Sempre meno si sentì una risata dell'imperatore.

Rovistando tra gli elenchi dei reggimenti, lo sguardo posò una volta sul nome del tenente Kižé, e lo aveva promosso a capitano, e un'altra volta a colonnello. Il tenente era un buon ufficiale. Poi l'imperatore se lo dimenticò di nuovo.

La vita del colonnello Kižé si svolgeva nell'ombra, con la rassegnazione di tutti. A casa aveva un suo studio, nella caserma un suo locale privato e, di tanto in tanto, gli venivano portati dei rapporti e delle ordinanze, non stupendosi troppo per l'assenza del colonnello.

Oramai comandava un reggimento.

Nel migliore dei modi si sentiva la dama d'onore dentro un enorme letto a due piazze. Lo sposo avanzava nella scala gerarchica, si dormiva molto comodamente, il figliolo stava crescendo. Qualche volta la parte del talamo nuziale del colonnello veniva scaldata da un tenente, un capitano o da un civile. Così, peraltro, succedeva nei tanti letti matrimoniali dei colonnelli di San Pietroburgo, i padroni dei quali erano in marcia.

Una volta, mentre un amante esausto stava dormendo, la dama d'onore sentì uno scricchiolio nella stanza adiacente. Lo scricchiolio si ripeté. Indubbiamente si trattava di un assestamento del pavimento di legno. Tuttavia lei in un attimo, scuotendolo, svegliò l'amante, lo scacciò a spintoni via e buttò fuori della porta i suoi abiti. Ravvedendosi, si mise a ridere di se stessa.

Ma anche questo accadeva in molte case dei colonnelli.

 

 

18

 

I popolani maschi avevano l'odore del vento, di fumo adoravano le popolane.

Il tenente Sinjuchaev non guardava nessuno direttamente in faccia e distingueva le persone a naso.

Sempre a naso, a fiuto, si sceglieva un luogo per trascorrere la notte, preferendo, in ogni modo, dormire sotto un albero, in quanto sotto l’albero la pioggia bagna meno.

Seguitava a camminare, non trattenendosi da nessuna parte.

Attraversava i villaggi degli abitanti dei dintorni di San Pietroburgo (estoni, finlandesi) così, come passa un ciottolo piatto, lanciato dai ragazzini nelle acque del fiume, quasi non sfiorandolo. Succedeva che una contadina gli offriva un po' di latte. Lui lo beveva, restando in piedi, e proseguiva oltre. I bambini che lo circondavano, si placavano nel fissarlo, luccicando con il moccio biancastro. Il villaggio si richiudeva alle spalle.

La sua andatura cambiò poco. Per il tanto camminare, divenne semmai un po' a ciondoloni, ma quest’andatura un po' fiacca, svitata e perfino un'andatura giocattolo, rimase tuttavia da ufficiale, rimase un'andatura militare.

Non si soffermava molto sulle direzioni dei suoi spostamenti. Tuttavia queste direzioni potevano essere definite. Deviando, facendo degli zig-zag, simili alle saette dei disegni sul diluvio universale, girava in tondo e questi cerchi lentamente si restringevano.

Così passò un anno, finché il cerchio si chiuse su un punto e lui fece l'ingresso a San Pietroburgo. Una volta entrato, la girò tutta in un cerchio dall'inizio alla fine.

Poi iniziò a girovagare al suo interno e gli capitò di fare lo stesso giro per delle settimane intere.

Camminava velocemente, con un'invariabile sua andatura da militare un po' svitata, mentre le sue braccia e le gambe sembravano d’essere attaccate per uno scherzo ai fili, come quelle di un burattino.

I bottegai lo odiavano.

Se gli capitava di passare lungo una sfilza dei negozi «Gostinyj rjad», loro gli urlavano dietro: «Vieni pure ieri.»

«Vai, vai. Cammina all'aria fresca.»

Si diceva di lui che portava sfortuna e le popolane-panificatrici, per esorcizzare il suo eventuale malocchio, gli davano, con tacito accordo, una pagnotta a testa.

I ragazzini di strada, che ad ogni epoca percepiscono benissimo i tratti deboli, lo rincorrevano e gridavano: «Prendetelo, prendetelo!»

 

19

 

 

A San Pietroburgo, in prossimità del castello di Pavel Petrovič, le guardie gridarono: «L'imperatore dorme.»

Raccolsero e ripeterono il grido le sentinelle con alabarda ad ogni incrocio: «L'imperatore dorme.»

Questo grido fece sì che, una dietro all'altra, come spinte da un'improvvisa ventata, si chiusero le botteghe e i passanti si nascosero dentro le case.

Era un segnale che era arrivata la sera.

Sulla piazza di Sant'Isacco le folle dei contadini straccioni, radunate per il lavoro da tanti villaggi, spensero i fuochi dei falò e si sdraiarono com'erano per terra, coprendosi di cenci.

Le sentinelle con alabarde, dopo aver gridato: «L'imperatore dorme», presero sonno anch'esse. Sulla fortezza di Pietro e Paolo marciava, come un orologio, una guardia. In una bettola di periferia stava seduto un giovanotto, un tipico morto di fame con una corda di tiglio alla cinta invece di una cintura, e beveva la vodka in compagnia di un vetturino.

«Il nostro babbo camuso è ormai spacciato» – disse il vetturino, – «mi è capitato di portare dei signori molto importanti...»

Il ponte levatoio del castello era alzato e Pavel Petrovič stava guardando dalla finestra.

Per adesso si sentiva protetto, sull'isola sua.

Ma c'erano sussurri e sguardi al palazzo che comprendeva fin troppo bene e la gente incontrata per la strada cadeva in ginocchio davanti al suo cavallo con un'espressione strana. Certo, era così che dovevano fare, secondo la sua precisa disposizione, ma adesso le persone cadevano con la faccia nel fango, in un modo diverso, non come prima. Cascavano con un'impetuosità esagerata. E' certo, montava un cavallo troppo alto, in un altalenarsi delle selle. Il suo regno era troppo fugace. Il castello lacunosamente protetto ed ampio. Avrebbe voluto scegliere per suo uso una stanza più piccola. Pavel Petrovič, però, non lo poteva fare; qualcuno lo avrebbe notato subito. «Mi dovrei nascondere in una tabacchiera» – pensò l'imperatore, annusando il tabacco. Non si accese una candela. Si deve evitare di tirarsi addosso dei segugi. Restava fermo nel buio con indosso soltanto la biancheria. Vicino alla finestra faceva una conta di persone. Creava nuovo ordine: cancellava totalmente dalla memoria il conte Bennigsen e lo sostituiva con Olsuf'ev.

I conti delle liste tuttavia non quadravano.

«Comunque la metti, a rimettere sono sempre io...»

«Arakčeev è uno stupido» – sentenziò sommessamente.

«...vaque incertitudine_, con cui s’insinua nelle grazie...»

Una guardia nei pressi di ponte levatoio si scorgeva appena.

«Occorre» – disse Pavel Petrovič come al suo solito, per abitudine, continuando tamburellare con le dita sulla tabacchiera.

«Occorre, occorre…» – Si sforzava di farsi venire in mente e tamburellava, poi smise tutto d'un tratto.

Tutto quello che occorreva fare, era oramai fatto da molto tempo, ma era stato insufficiente.

«Bisognerebbe, forse, rinchiudere da qualche parte Aleksandr Pavlovič, il mio figlio maggiore» – sollecitò una risposta, ma lasciò correre.

«Occorre quindi...»

Cos'è che occorre?

Si mise sul letto e precipitosamente, come agiva da sempre, guizzò sotto la coperta.

Cadde subito in un sonno profondo.

Alle sette di mattina, di un colpo si svegliò e si rese all'improvviso conto d'aver trovato quel che cercava: occorreva avvicinare un uomo semplice e modesto che fosse dedito e devoto interamente e destituire invece tutti gli altri.

E si addormentò di nuovo.

 

 

20

 

 

Più tardi, nella stessa mattinata, Pavel Petrovič si dedicò alla verifica delle ordinanze. Il colonnello Kižé ricevette un'improvvisa promozione a generale. Lui era un colonnello che non cercava di accattare i poderi, non si arrampicava per la scala gerarchica, grazie ad una spinta di qualche zio influente, non si era distinto né come un millantatore, né come un arrivista... Il suo servizio svolgeva bene, con discrezione; niente mormorio, niente clamore.

Pavel Petrovič richiese la sua scheda matricolare di servizio.

Si trattenne con interesse su un documento, dal quale risultava, che il colonnello, quando aveva ancora il grado di sottotenente, era stato deportato in Siberia per un urlo sotto le finestre dell'imperatore: «Guardie!». Un vago ricordo fece sorridere l'imperatore. Si era trattato, pare, di una buffa storiella galante.

Oh, come sarebbe opportuno adesso un uomo che a tempo debito urlasse «Guardie!» sotto la finestra. Donò al generale Kižé una bella tenuta e mille servi della gleba.

La sera dello stesso giorno il nome del generale Kižé emerse dall'oblio. Di lui si misero a parlare tutti.

Un tale aveva sentito come l'imperatore, rivolgendosi al conte Palen, con un sorriso che non gli vedevano oramai da tanto tempo, disse: «Per ora non gravarlo con il comando di una divisione. A lui spettano mansioni di primaria importanza!»

Nessuno, tranne il conte Bennigsen, volle ammettere di non sapere nulla del generale. Il conte Palen strizzava gli occhi.

L'Ober-Kammerherr, Aleksandr L'vovič Naryškin, si ricordò del generale: «Sì, sì, il colonnello Kižé... E come no, lo ricordo bene. E' lui che ebbe una tresca amorosa con Sandunova...»

«Alle manovre vicino al villaggio “Krasnyj”...»

«Mi viene adesso in mente che è un parente di Olsuf'ev, Fëdor Jakovlevič...»

«Lui non è affatto un parente di Olsuf'ev, caro conte. Il colonnello Kižé è un francese. Il suo genitore fu decapitato dalla plebaglia a Tolone.»

 

 

21

 

 

Gli eventi precipitavano. Il generale Kižé fu convocato al cospetto dell'imperatore. Nello stesso giorno all'imperatore fu riferito che il generale si era ammalato gravemente.

Di conseguenza l'imperatore grugnì con stizza e strappò un bottone dall'abito del conte Palen che gli aveva comunicato la notizia.

Poi raucamente ordinò: «Ricoverare all'ospedale militare, guarire. E se non ci riescono, allora, signore mio, ...»

Il Kammer-lacché imperiale andava due volte al giorno all'ospedale per informarsi sulle condizioni del malato.

In una grande corsia, dietro le porte ben chiuse, si affaccendavano dei medici, tremando, come degli ammalati.

Verso la sera del terzo giorno il generale Kižé è deceduto.

Pavel Petrovič oramai non s’incolleriva più. Diede soltanto uno sguardo annebbiato a tutti e si ritirò nelle sue stanze.

 

 

22

 

Il funerale del generale Kižé rimase per tanto tempo un evento indimenticabile a San Pietroburgo e alcuni memorialisti dell'epoca consegnarono alla storia, intatti i particolari.

Il reggimento al completo procedeva con le bandiere a lutto. Trenta carrozze di corte, piene di gente e vuote, oscillavano dietro, muovendosi in una lunga processione. Il tutto era secondo un desiderio preciso dell'imperatore. Sui cuscini di velluto erano portate le decorazioni.

A pochi passi da una pesante bara nera camminava la consorte del defunto, tenendo per mano un bambino.

E piangeva, piangeva...

Nel momento in cui il corteo funebre si riversò nella via adiacente al castello di Pavel Petrovič; egli in persona, da vero amico, apparve lentamente a cavallo sopra il ponte-levatoio, alzando in un estremo saluto la sua spada sguainata.

«Mi muore la gente migliore…»

Non appena passarono le carrozze di corte, guardandole dietro, pronunciò in latino: «Sic transit gloria mundi.»

 

 

23

 

Così fu seppellito il generale Kižé, a compimento di ogni bene della vita terrena vissuta pienamente, perché ebbe tutto dalla vita: una giovinezza e un'avventura galante, una punizione e una deportazione, gli anni di servizio militare, una famiglia, la benevolenza inaspettata dell'imperatore e l'invidia dei cortigiani.

Il suo nome si trova in «Necropoli di San Pietroburgo» e alcuni storici lo menzionarono per inciso.

Il «Necropoli di San Pietroburgo» non riporta il nome del tenente Sinjuchaev.

Costui sparì non lasciando traccia, si sgretolò in polvere, come se mai fosse esistito.

Pavel Petrovič è invece deceduto nel mese di marzo dello stesso anno, in cui morì il generale Kižé, secondo le notizie ufficiali, d’apoplessia.

 

1928

NSdT: L’imperatore, Pavel I, morì ammazzato, l'11 Marzo del 1801, per mano di alcuni ufficiali della guardia imperiale del reggimento «Preobraženskij», penetrati di notte nella camera da letto del monarca. Gli infersero un colpo di tabacchiera alla tempia, e, tutto sanguinante, lo strangolarono con una sciarpa da ufficiale reggimentale. Alla congiura presero parte alte cariche dello Stato. Lo stesso figlio maggiore della vittima, che era a conoscenza della congiura, non mosse un dito per salvare il padre. Il 12 Marzo del 1801, il giorno dopo l'assassinio, fece un annuncio ufficiale alla popolazione che Sua Maestà, Pavel I, suo padre, era morto durante la notte, colto da un colpo apoplettico e, come erede legittimo del trono, si proclamò imperatore di tutte le Russie con il nome di Aleksandr I.

[Fine]


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