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Non tutti gli errori vengono per nuocere. Altre annotazioni per storie di sviste PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luca Carbone   
Sabato 14 Dicembre 2013 08:35

Pazienza, se dal 1976, prima edizione Universale Economica, e poi dal 1992 prima edizione Universale Economica I Classici, e per altre dieci edizioni, sino al 2012, varcato il millennio, il pregevole volume delle Operette Morali, prose filosofiche del Conte Giacomo Leopardi, il più grande prosatore dell’Ottocento a detta di Nietzsche, a cura di Antonio Prete riproduce l’errore che ho già segnalato ai miei fedeli 2,5 lettori (un decimo esatto di quelli di Don Lisander mi pare già obiettivo sommo) in precedenti annotazioni. Sebbene l’errore, a pagina 68, sia tale da esattamente parodiare il “senso” di ciò che il Conte, puntigliosissimo peraltro anche nella cura della punteggiatura del libro che gli era più caro dei suoi stessi occhi, ha scritto; per cui la strage delle illusioni ad opera degli insegnamenti della Verità, diventa “contentezza” per l’essere delle illusioni: potenza del refuso!

E pazienza anche se, nella breve biografia che precede il volume, il Conte Monaldo, dai cui lombi discende Giacomo il primogenito, sia diventato e rimasto da un secolo all’altro il “padre Montaldo”, per non è dato sapere quali arcani anagrafici.

Pazienza, anche se viene da domandarsi come mai la coltissima Donna Inge Feltrinelli, consenta il perpetuarsi di tali macchie, lievi ma fastidiose, nelle sue prestigiose edizioni; quando con poca spesa le si potrebbe lavar via.

Un po’ più sorprendente di queste leggere slabbrature appare, sfrucugliando l’edizione, una scelta curatoriale ed editoriale, per così dire, d’impostazione, anch’essa riprodotta in edizione da quando ormai sappiamo; ma che, ad onor del vero, più che una scelta è una ripresa, tal quale, di una scelta che risale niente meno che al 1929.

L’edizione feltrinelliana, come sanno anche i canguri probabilmente, si compone del corpus delle Operette Morali, in numero di XXIV; e di un’Appendice, contenente due pezzi soli: la Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte e il Dialogo di un lettore di umanità e Sallustio.

L’inclusione di quest’ultima è presto motivata, a prima vista. Si tratta di un’operetta composta nell’anno mirabile per la scrittura della più gran parte del libro, il 1824; il 26-27 febbraio, subito dopo la composizione dell’ironicamente sublime Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi (22-25 febbraio) e subito prima dell’ironicamente chiaroveggente Dialogo di un folletto e di uno gnomo (2-6 Marzo); per amor della precisione, e disamore della brevità. Viene inclusa dal Leopardi nelle edizioni del 1827 e del 1834, ma viene poi esclusa “per volontà dell’autore” da quella del 1835; e quindi e perciò defalcata dalle successive. Bene parrebbe, o almeno plausibile, riproporla in un’Appendice; ma la questione imbarazzante è quella del primo pezzo inclusovi, d’ora in avanti per brevità la Comparazione delle sentenze.

Il curator feltrinelliano nelle Note sulla composizione ed edizione delle singole operette, sezione In appendice così argomenta a proposito dell’inclusione: “Fu composta a Recanati nel marzo del 1822, apparve la prima volta come premessa al Bruto Minore nell’edizione bolognese delle Canzoni nel 1824. Non apparve in nessuna delle edizioni “in vita” dell’autore, ma fu invece riportata tra le Operette nell’edizione che il Ranieri curò per Le Monnier nel 1845 in base alle varianti già apportate da Leopardi. (Il rilievo del grassetto è desiderato dal sottoscritto) Il Moroncini per questa ragione (idem come prima) la riportò nella sua Appendice all’edizione critica delle Operette Morali (Bologna, Cappelli, 1929)”. Non c’è dubbio che qui sembri ricostruita e legittimata la scelta curatoriale ed editoriale, attraverso una genealogia “filologica” che risale al Leopardi, e fa tappa – lo specifico per quel mezzo lettore, dei miei diletti due e mezzo, che fosse più all’oscuro di me della fittissima trama delle edizioni leopardiane – in quella edizione del Moroncini, della quale il Flora afferma: “il lavoro sugli autografi e le stampe fu [in essa] già condotto a tal fedeltà che poco o nulla le minuzie del testo potran mutare”; ed è stata quindi una delle edizioni di riferimento per tutte le successive. Comprese, evidentemente, anche le sviste. Nel risalire al Leopardi, la formulazione del prof. Prete lascia un certo margine d’ambiguità, poiché l’affermazione che la Comparazione delle sentenze “fu…riportata tra le Operette nell’edizione che il Ranieri curò per Le Monnier nel 1845 in base alle varianti apportate da Leopardi” potrebbe indurre a pensare che come per le varianti apportate da Leopardi, anche l’inclusione della Comparazione delle sentenze tra le Operette, sia stata indicata ancora essa dal Conte, al suo amico, collaboratore, ospitante, segretario, lettore (nel senso che leggeva al Leopardi i libri che gli occhi di questo gli impedivano di leggere), scrivano, sempre insieme alla giovane sorella Paolina (sorella di Ranieri), impegnato, oggi piuttosto prosaicamente si direbbe anche come “badante”; che perciò, è logico, ubbidendo all’autoriale ed amicale indicazione, l’incluse tra le Operette, nella prima edizione postuma.

A seguito di detta inclusione, tra le Operette, voluta forse dal Leopardi, ma senz’altro attuata dal Ranieri, il Moroncini quindi l’avrebbe piazzata, la Comparazione delle  Sentenze in un’Appendice; dove altri curatori successivi, ma non tutti, la lasciarono; facendole così trionfalmente varcare la fine del millennio secondo dopo Cristo, e giungere tra le nostre trepide mani, sotto i nostri occhi febbrili…

Bellissimo volo pindarico (Pindaro, sempre a beneficio del mezzo lettore indotto abbattutosi per sua estrema sfortuna, detta anche familiarmente, sfiga, alla lettura di questo pezzo, del quale non si libera ancora solo per incoscienza pura, è stato grandissimo poeta dell’antichità greca non-romana…tanto grande da volare addirittura, poetando s’intende). I voli pindarici richiedono ali robuste e coraggi e saldi appoggi per gli slanci verso gli alti celi, per cui, avvertito, il curator cortese aggiunge una POSTILLA, nella stessa sezione, dove riprende e specifica la precedente nota: “Nella nostra APPENDICE riportiamo dunque la Comparazione delle sentenze etc. e il Dialogo di un lettore etc., il primo testo perché, con le varianti del Leopardi, fu inserito nell’edizione del Ranieri nel 1845; il secondo perché era incluso nelle due prime edizioni delle Operette. Per le stesse ragioni, crediamo, il Moroncini li riporta nella sua Appendice”. Very well; molto bene, all’Inglese; così faccio vedere che non sono solo un’anta della biblioteca. A rileggere con attenzione, salta agli occhi che ciò che è stata prima dichiarata “ragione” del Moroncini, ora è divenuta congettura o fede –  “crediamo”  – del curatore; e fatto ancor più singolare appare, che è ridetto che il Ranieri ha inserito la Comparazione delle Sentenze nel volume del 1845, ma non è ripetuto “tra le Operette”. Per cui la domanda non può non affacciarsi, con impudenza lieve: inserita dal Ranieri, dove?!

Come tutti sanno, quelli che s’intrigano ad istudiare ed istoriare coi propri sudori le storie letterarie patrie – o mio mezzo lettore diletto – è fatica erculea e ingrata provarsi a ficcare in successioni attendibili i parti cardio-cerebrali di poeti e pensatori, là quando soprattutto, magari distratti dalla foga dell’astrarre e del comporre, fossero caduti nella dimenticanza di segnare date a piè dei fogli. E che travagli, e lotte, che si spingono sino al posizionamento dell’interpunzione minima, o della massima costipazione (nel caso del Leopardi, che ne soffriva), pur di stabilire la perfetta data in cui venne vergato quello di che, comunque, non si comprende a qual mai scopo sia stato scritto. Elegiaci tormenti. In quale quindi successione rificcò il Ranieri nel compatto corpo delle Operette, la detta Comparazione delle sentenze?

Il curator si tace; e tace il mondo; e noi con lui taciamo, assorti.

Bislacco e fiacco, apparirà lo sterminato mio cincischio di collocazioni, a menti giovanili e calde, fervide d’ardori e turgori, inadatte agli spigolamenti delle quisquiglie, vogliose d’afferrare il bandolo e districare la matassa delle ciance inette per cogliere i succhi freschi di verità tonificanti. Ahi, tanto beata, quanto è illusa la gioventù! La verità ha ben più che i proverbiali sette veli, da dispogliarla per coglierne la fragrante nudità. Ma come migliore dell’amareggiata adultezza; che delusa dagli andamenti, e ritornamenti, delle cose, anche delle cosette e delle cosucce e cosuccine persino, umane. Che quasi orma non lasciano e, pure è vero, picciol tempo durano; non fosse però che quel poco, è l’unico a toccarci in ommia saecula saeculorum…E i veli della verità si fan sudari.

M’avvio tergiversando (al solito) finalmente al dunque.

Insomma, perché tace il curatore il dove riappiccicò tra l’Operette, il Ranieri la Comparazione detta? Perché non un cenno, non un blittri, un anemos, gli cadde dalla piuma insigne?

E soprattutto perché vogliamo torcergli, e quasi storcergli, ad ogni costo, gli occhi a così insulsi dettagli? Quasi volessimo dare un dispiacere a Donna Inge; dio ne scampi da tale cordoglio, di dare un dispiacere a tale ospite amorosa!

Sennonché, e Donna Inge ed il suo cortese curatore, forse avrebber potuto loro evitar per primi di svisare la questione; o trovatala svisata, adoperarsi in riquadrarla, non rafforzando la magari incolpevole svista in un invadente travisamento; com’è tipico dell’italiche cose.

In che relazione presumiamo starsi un’Appendice al corpus? È qualcosa di contiguo, d’aggiunto, approfondisce uno dei qualche tema – “vedi Appendice” – ha un nesso qualunque, diretto od indiretto, con quel di cui tratta il corpo centrale – “Vi ho detto quasi tutto, nell’unicità dell’opera – ma per ficcarci anche quel quasi avrei infranto l’organamento – cara parola a Pirandello, se non rammento male – così ficco in Appendice le giunte disturbatrici, anche se importanti, rilevanti, interessanti”. Così forse affabula tra sé l’autore, o chi ne prende il posto, una volta che a quello sia toccato di lasciare questo nostro ameno riparo. Così avranno pensato Ranieri prima, e Moroncini poi, e gli altri a ruota, congetturiamo.

Ah! La scienza delle fonti com’è industre nell’accostare, e scostare, prove ed evidenze; in salda peraltro compagnia delle dotte consorelle, dure o molli ch’esse siano.

Pescando sempre negli apparati che accompagnano l’edizione feltrinelliana, troviamo che tra le prime edizioni delle Operette è citata nella sezione Edizioni e Commenti al punto seven (sette per gli indotti) quella appunto curata dal Ranieri, la prima postuma: “OPERE di Giacomo Leopardi, edizione accresciuta, ordinata e corretta, secondo l’ultimo intendimento dell’autore, da Antonio Ranieri, Firenze, Le Monnier 1845 (le Operette sono nel vol. I, pp. 143-377 e nel vol. II, pp. 5-97). È escluso il Dialogo di un lettore di umanità e di Sallustio, compreso invece nel contemporaneo volume Studi filologici, raccolti e ordinati da Pietro Pellegrini e Pietro Giordani, Firenze, Le Monnier, 1846, pp. 289-291”. Più cose sono sorprendenti, di questa breve nota. A cominciare dall’omissione, da parte del curatore, della constatazione che di fatto è la prima edizione in cui compaiono tutte le ventiquattro operette, che noi ancora oggi riconosciamo come le Operette morali del Leopardi; e che cioè per la prima volta il Ranieri pubblica due capisaldi del pensiero cosmologico leopardiano: Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco; e  Il Copernico, dialogo. Sebbene poi il curatore dia la notizia nell’ulteriore sezione “Note sulla composizione ed edizione delle singole operette”, già citata. La seconda cosa degna di nota, per i nostri cincischiamenti, è che, stante sia vero, che il Ranieri, come stampato sul frontespizio, abbia seguito l’ultimo intendimento dell’autore, cioè (per quel mezzo lettore che continua a distrarsi) del Leopardi, non solo il Dialogo di un lettore non doveva proprio più figurare tra le operette, ma doveva esser scorporato dal corpus intero dell’opera approvata. E quindi anche il recuperarlo nella problematica Appendice, è volontà dei curatori successivi, non imputabile al Ranieri, né tanto meno al Leopardi. Ma, inoltre, nella breve nota del curatore feltrinelliano all’edizione del Ranieri, della Comparazione delle sentenze apparentemente non si fa menzione, diretta. C’è, infatti, solo indiretta. Ed è nel numero, inchiuso in parentesi, delle pagine delle Operette nell’edizione, quando è riportato che nel secondo volume occupano le pagine da 5 a 97.

Se veniamo sfogliando online oppure off line, perché in grazia della potenza tecnologica, e della devozione degli scansionatori oxfordiani, oggi possiamo godere dell’edizione raineriana sulla scrivania del nostro schermo; sfogliandone dicevo il volume secondo, alla pagina 363 c’imbattiamo nell’Indice del volume (che ha anche indici interni per le sezioni); e leggiamo che alla pagina 97 cadono le note alle Operette; ed alla pagina 99 la Comparazione delle sentenze; ed alla pagina 111, i Pensieri (a loro volta giusto CXI; coincidenza sottile non so se voluta dagli editori o dal caso).

Insomma, di certo c’è che mai in edizione alcuna “predisposta” secondo gli intendimenti del Leopardi, la Comparazione delle sentenze, è pubblicata con le Operette: mai. E ciò lo si ricava dalla stessa nota del curator feltrinelliano, che contraddice le già citate, dalla quale si evince che Ranieri non ha riportato la Comparazione tra le Operette. L’ha riportata sì, nell’edizione “completa” delle opere; ma dopo le Operette, e forse soprattutto, prima dei Pensieri.

Fissiamo il punto: non a Leopardi, non a Ranieri, né a Le Monnier può esser quindi imputata la volontà, ascritto il progetto, attribuito il ghiribizzo di dare alle stampe un’Appendice alle Operette, ficcandoci dentro la Comparazione delle sentenze; e nemmeno, già che ci siamo, il Dialogo di un lettore. Mentre è giocoforza riconoscere che hanno voluto includere nel corpus delle Opere approvate la Comparazione delle sentenze, con valore però di scritto autonomo, o comunque non di propaggine o escrescenza delle Operette.

Colpito come sono stato e sono dalla forza del testo, più volte mi sono domandato quale fosse il rapporto tra una sia pur breve opera che pareva in ogni parte finita e rifinita per se, e le Operette; nel tempo la domanda complicandosi col fatto che il Flora (e i suoi segugi) come Appendice alle Operette, ha pubblicato non solo Dialogo e Comparazione ma anche formidabili frammenti, ed anche almeno un’incompiuta, Dialogo di Galantuomo e Mondo, il cui solo incipit basterebbe a farla includere in tutte le crestomazie essenziali a creare uomini, non caporali. E perché non si sia costretti a credermi sulla parola, o a noiosissime ricerche, eccolo: “Di tutto, eziandio che con gravissime ed estreme minacce vietato, si può al mondo non pagar pena alcuna. De’ tradimenti, delle usurpazioni, degl’inganni, delle avarizie, oppressioni, crudeltà, ingiustizie, torti, oltraggi, omicidi, tirannia ec. ec. bene spesso non si paga pena; spessissimo ancora se n’ha premio, o certo utilità. Ma inesorabilmente punita, e a nulla utile e sempre dannosa, e tale che mai non ischiva il suo castigo, mai non resta senza pena, è la dabbenaggine (coglioneria) e l’esser galantuomo, ch’altrettanto è a dire”…

Ma tornando a filo, l’aver confinato la Comparazione delle sentenze insieme a pur eccezionali scarti e frammenti, alimenta la confusione sulla collocazione e soprattutto sulla rilevanza del “discorso filosofico” del Conte, poiché lo mischia a materiali preparatori, o compiuti ma elisi; mentre stando all’edizione del 1845 non rientra né in una né nell’altra fattispecie.

Ed alla fin fine il prof. Prete non ha fatto che riproporre la scelta del Moroncini, le cui ragioni sono peraltro avvolte dal mistero, non potendo esser fatte risalire al Ranieri, come il pro. Prete crede e suggerisce; e non sono comunque vincolanti se non in una tradizione che appare inventata al tutto, con grande gioia di certi antropologi e sociologi di mia conoscenza; quelli che studiano gli altri senza conoscer se stessi; all’ingrosso.

Quanto alle prove “filologiche” poi, di una differente collocazione per la Comparazione delle sentenze vi sono due opzioni plausibili ed una congetturale. La prima delle plausibili è quella adottata dalla Biblioteca Italiana on line, dove tra le 150 occorrenze dell’Opera leopardiana in versi ed in prosa tra i titoli la Comparazione delle sentenze non compare, poiché è stata ripubblicata quale introduzione alla Canzone, Bruto minore, esattamente come fatto dal Leopardi. Ed è forse la soluzione, “filologicamente” più corretta. Tra le evidenze “filologiche” di cui invece non hanno tenuto alcun conto i curatori, ed è la seconda opzione plausibile, c’è il carteggio tra Leopardi e l’Editore Stella di Milano, del 1826, in particolare del 4 e del 22 febbraio. Scrive il 4 allo Stella, Leopardi: “Se mai per accrescere il volume dell’Epitteto, ella volesse aggiungervi la mia Comparazione delle sentenze di Bruto e di Teofrasto (cosa che ha relazione colla filosofia stoica, e che in Lombardia non ha potuto esser conosciuta) ella me lo indichi, e nel rivedere le prove di stampa, io vi farò quei miglioramenti che tengo già preparati per una seconda edizione”. Dalla quale lettera si ricava non solo una plausibile collocazione del pezzo, ma anche l’interesse che per esso nutriva l’autore. La cosa procede, anche se non andrà in porto; ed il 22 dello stesso mese, Leopardi scrive ancora allo Stella: “Signore ed amico pregiatissimo. Alla carissima sua del 15 corrente. Consegno al signor Moratti una copia della Comparazione delle sentenze di Bruto e Teofrasto, corretta. Non ci trovo cosa che mi paia dover dispiacere a cotesta Censura, e però crederei che passasse. In caso che Ella voglia effettivamente unirla al manuale ec., il frontespizio dovrebb’essere concepito in questa forma:

Manuale di Epitteto

Ec.

Volgarizzamenti

Del con. Ec.

Con un discorso filosofico

Dello stesso”.

Come ricorda il prof. Prete la storia della censura delle opere del Leopardi, non è stata ancora scritta, ma quanto egli fu osteggiato, farebbero bene a ricordarlo gl’infiniti suoi detrattori e sottostimatori che al minimo ciglio alzato dell’autorità di turno corrono a rincantucciarsi nel buco più sicuro, da cui peraltro probabilmente sono usciti   Pare allora certo che la Comparazione delle sentenze per il Leopardi è un “discorso filosofico” autonomo, “che ha relazione con la filosofia stoica” e che quindi potrebbe essere pubblicato come una sorta di introduzione generale al volgarizzamento del Manuale di Epitteto, per il quale, ad ogni modo, aveva già scritto un “Preambolo del volgarizzatore”.

Tuttavia, sebbene nel volume II delle opere curato dal Ranieri sia stato infine pubblicato per la prima volta il detto volgarizzamento, la Comparazione delle sentenze non vi è preposta, come già visto.

Questo giustificherebbe l’avere i curator cortesi ignorato il carteggio e la pur plausibile collocazione; più plausibile ad ogni modo che quale Appendice alle Operette.

Resta da domandarsi perché nell’edizione curata dal Ranieri secondo l’ultimo intendimento dell’autore, la Comparazione delle sentenze abbia la collocazione a sandwich; come il ripieno tra le Operette ed i Pensieri; irrompendo però così nel campo delle purissime congetture. Ci sarebbe insomma finalmente da dir qualcosa di questa benedetta Comparazione, per poter lasciar intendere anche al mezzo accanito lettore rimastomi, perché darsi tanta pena per collocare e ricollocare questo discorsetto (che di poche paginette si tratta, ad ogni modo); perché volerlo dissotterrare dall’Appendice delle Operette dove riposa in pace, ma almeno qualcuno ancora lo legge, non fosse altro che per il calcolo statistico delle probabilità sul grande numero di copie vendute dell’edizione feltrinelliana e delle altre insieme; perché volerlo piazzare in altre edizioni dove pochi o nessuno si toglierebbero lo sfizio d’andarlo a scovare?

Poiché – tentiamola la risposta che lascerà molti a bocca asciutta e quasi nessuno persuaso – soltanto dopo qualche decennio dalla sua pubblicazione, e sotto qualche riguardo solo più che un secolo dopo, il “discorso filosofico” suddetto comincerà a trovare – esso – un qualche termine di comparazione; con la pubblicazione della ben più celebre Nascita della tragedia del tetragono Nietzsche, quando verbigrazia scrive, siamo nel 1871: “Ahi! Ahi! Tu lo hai distrutto, il bel mondo, con polso possente; esso precipita, esso rovina!”.

Questo “mondo”, distrutto dalla ragione, per Nietzsche, socratica, è quello nel quale “gli dèi giustificano la vita umana vivendola essi stessi – la sola teodicea soddisfacente! [nel quale] L’esistenza sotto il chiaro sole di dèi simili viene sentita come ciò che è in sé desiderabile, e il vero dolore degli uomini omerici si riferisce al dipartirsi da essa, soprattutto al dipartirsene presto (…). Nello stadio apollineo la “volontà” desidera quest’esistenza [quest’unità dell’uomo con la natura] così impetuosamente, l’uomo omerico si sente con essa così unificato, che perfino il lamento si trasforma in un inno di lode”.

A parte il pensiero della “volontà”, del tutto estraneo al Leopardi, in questa forma, il fenomeno storico-epocale cui anch’egli guarda, o piuttosto che anch’egli porta alla luce è il medesimo: “…possiamo dire che i tempi di Bruto fossero l’ultima età dell’immaginazione, prevalendo finalmente la scienza e l’esperienza del vero e propagandosi anche nel popolo quanto bastava a produr la vecchiezza del mondo. (…) E…cercavano i sapienti quel che gli avesse a consolare, non tanto della fortuna quanto della vita medesima…Così ricorrevano alla credenza e all’aspettativa di un’altra vita,  nella quale stesse quella ragione della virtù e de’ fatti magnanimi, che ben s’era trovata fino a quell’ora, ma già non si trovava, e non s’aveva a trovare mai più, nelle cose di questa terra”. In termini nietzscheani, andava perdendosi l’unità ed il sentimento dell’unità tra uomini e mondo. Sono i prodromi di quella “rivoluzione del cuore” messa in opera dal Cristianesimo, dalla quale sembriamo infinitamente lontani dall’esser liberi. E potremmo, per quanto suoni assurdo, liberarci prima dal capitalismo, che non da quell’“introversione” del mondo.

Ed è con lo sguardo rivolto a queste gittate temporali, che si può avanzare la congettura che la Comparazione delle sentenze piuttosto che fungere da inesistente Appendice alle Operette Morali, sia stata collocata “secondo l’ultimo intendimento dell’autore” in quella posizione, per fungere da introduzione generale ai Pensieri – il cui principale “oggetto” – è, appunto, il “mondo”, privo della virtù e della gloria, svuotato del vigore delle illusioni antiche e dell’immaginazione; che lo abitano ormai soltanto come appannaggio dei singoli: “Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi”. E come ha infatti scritto il Conte, nel pensiero precedente, che riprende e varia dopo quindici anni, un pensiero del 1820: “Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell’avversario d’ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell’uomo; derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo denotò col nome di mondo, che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente”.

Naturalmente questa mia congettura, perché se anche fosse stata già proposta da altri, io l’ignoro e ci sono arrivato camminando coi miei piedi, andrebbe vagliata e verificata con maggiore discernimento e maggiori prove (migliori è inutile sottolinearlo, tanto è facile l’ottenerlo) – ma quando confermata potrebbe dare luogo ad una nuova edizione dei volumi feltrinelliani (e non di quelli soli) in cui modificata o soppressa l’Appendice apocrifa nel volume delle Operette; la Comparazione delle sentenze fosse invece accorpata, a modo d’introduzione, al volume dei Pensieri.

Ma, al mio mezzo, ormai snervato al tutto, superstite lettore potrebbe in un ultimo guizzo di vita prima del soffocamento da tedio, tornare in mente che ho accennato a qualcosa nella Comparazione delle sentenze che sarebbe diventato “leggibile” non decenni, ma più che un secolo dopo; ed aggiungo, a sua edificazione, che per quanto diventato leggibile, non per questo è diventato tuttora accettabile. Soltanto il lavoro strenuo nell’ascolto del pensator tedesco Martin Heidegger, quello nazista come io sono cinese, ci ha resi avvertiti della possibilità che la poesia possa anticipare non la filosofia sola, ma le scienze anche; o se preferite, non le scienze sole ma la filosofia anche. Un pensiero che, onestamente, è pressoché impensabile, e che tuttavia è chiaramente e stringatamente formulato dal Leopardi nella Comparazione delle sentenze, pur se molto più distesamente ne scrive nel così detto Zibaldone: “…il concetto di Bruto fu come un’ispirazione della calamità, la quale alcune volte ha forza di rivelare all’animo nostro quasi un’altra terra, e persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da se medesima, e le insegni all’universale degli uomini, o anche de’ filosofi solamente. E in questa parte l’effetto della calamità si rassomiglia al furore de’ poeti lirici, che d’un’occhiata (perocché si vengono a trovare quasi in grandissima altezza) scoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli”. E la difficoltà di pensare questo pensiero, cioè di praticarlo, sta oggi forse soprattutto nel fatto che s’è andata confondendo l’altezza del volume delle declamazioni, con l’altezza dello sguardo; che si prende l’altisonante per l’altivedente, dimenticando che il logos, proprio poiché è parola, non parla.

 

Salento Dicembre 2013

 

Post scriptum (o del colmo): Debbo profondermi in mille obbligatorie scuse col mio accanito mezzo lettore, trasecolante nel leggere sopra, delle 23 operette del Leopardi; quando è risaputissimo che le Operette sono 24. Uno strafalcione madornale, del soprascritto. Sicura guida all’errore, e questo certo non mi giustifica, è stata, non senza un’ironia evidente, ancora una volta l’edizione feltrinelliana. Poiché, colto dal dubbio sul numero delle Operette, ho fatto il riscontro sulle già citate Note sulla composizione ed edizione delle singole operette. Riscontro numerico; ai titoli, in buona fede, non badando. Il risultato del conteggio è stato, ed è, 23, appunto – poiché là vi è omessa, come ho scoperto verificando, Il Parini ovvero della Gloria. Insomma mio paziente mezzo lettore dove ho scritto 23, leggi 24; e diffida degli apparati, come di chi li va spulciando.

 

[In allegato, una versione riveduta e corretta del presente scritto]

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