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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home I mille racconti I mille racconti Una carezza per l’asinello
Una carezza per l’asinello PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Martedì 24 Dicembre 2013 18:51

Il bue non si capacitava di tante cose che si vedevano nel presepio, sempre lo stesso, in cui di anno in anno andava invecchiando. Come l’asinello, del resto. Intorno al presepio si facevano tante chiacchiere quando i componenti della famiglia con molti amici si radunavano per un giro di carte o per una tombolata per accontentare i ragazzi, che reclamavano, almeno nei giorni intorno al Natale, un poco d’attenzione. Che mondo era quello, rifletteva il bue, che mondo era quello dove era un continuo gridare pensando così di far valere le proprie ragioni? Che ragioni forti non dovevano essere dal momento che occorreva difenderle a cornate: a discussioni in cui gli opposti si scontravano con una tale violenza verbale da far pensare che quegli amici così affiatati di solito di colpo erano diventati non avversari che difendessero differenti punti di vista ma nemici che su un campo di battaglia si mostrassero decisi a combattere fino all’ultimo sangue. Fino a vendere cara la pelle! sospirò il bue, pensando che la vendita della sua non doveva essere troppo lontana.

Si scannavano sulle pensioni. Malmenavano, a parole si capisce! il governo e tutti i suoi componenti, che avevano scoperto nella politica (così dicevano) la fonte in cui approvvigionarsi per quello che occorre ad una vita finalmente agiata: ricca, anzi, e di una ricchezza sfacciata. Se la prendevano con lui e con l’asinello, perché erano due bestie chiamate in causa (in similitudine) per aggiungere legna al fuoco della polemica; e si sentiva di tanto in tanto un riferimento sgarbato, quasi offensivo nei loro confronti: quel ministro è un asino, quel sottosegretario è un bue. E si capiva che non piovevano elogi.

Così, mentre corrispondeva al compito assegnatogli di riscaldare col suo fiato il bambino nato appena, il bue andava ruminando pensieri. Si chiedeva se anche lui e l’asino avrebbero raggiunto, e in quali condizioni, un’età pensionabile. Sull’argomento il bue non poteva attendere lumi dall’asino, che non capiva niente di niente: l’aveva sempre sentito dire che asini sono quelli che non capiscono assolutamente nulla; e a scuola quegli alunni che si rifiutavano d’imparare e non sapevano elaborare il più elementare pensiero venivano tenuti nell’ultima fila di banchi della classe, appunto al posto riservato agli asini. Noi, pensava con un atteggiamento di superiorità il bue, noi siamo animali riflessivi: una cosa la pensiamo e la ripensiamo, ci giriamo intorno da tutte le parti, non ci lasciamo andare ad entusiasmi inopportuni, sappiamo mantenere un aspetto di gravità: pensiamo, insomma. Siamo – posso dirlo? – filosofi. Purtroppo una pia tradizione ci vuole insieme nel presepio; la scienza e l’ignoranza riunite. Non credo che il mio collega possa trasmettermi la sua asinità: sarebbe un disastro. Per quel che mi riguarda mi son sempre messo al riparo dei fatti miei; a quell’asino non do alcuna confidenza, neanche quando sto con lui muso a muso costretto dall’alloggio poco confortevole in cui tutti ci dobbiamo arrangiare. Meno male che i miei pensieri non sono disturbati da niente. Certo quando arrivano qui come orde di turisti scaricati da una fila di pullman frotte di pastori con quelle pecore così lamentose nel loro belato c’è da scappare. Non parliamo poi di quando arrivano quei gran signoroni dei Magi, con un codazzo di fotoreporter asfissianti! Che cosa vuol dire la notorietà! Abbiamo anche noi la nostra; ma è abbastanza moderata. Non so se il mio collega, l’asino, si lasci volentieri fotografare! Io resto indifferente: io sono filosofo!

Per quanto il bue non gli riconoscesse capacità alcuna, anche l’asino si abbandonava ai suoi pensieri. Era andato a Gerusalemme quando Maria era bambina e si era recata al Tempio portando una sua umile offerta. Più di qualche colomba e di un cestino con dei dolci casalinghi non aveva potuto offrire. Ma il Signore legge nel cuore degli uomini e il Padreterno aveva letto nel cuore di quella bambina un desiderio sconfinato di fare la sua volontà. Se ne ricordava, l’asino, oh se ne ricordava. Erano trascorsi degli anni; lui aveva continuato ad essere l’asino di famiglia: paziente, pronto, tenace. L’età gli aveva regalato qualche acciacco, ma quando talvolta portava sul dorso quella fanciulla, Maria, sentiva che ai fianchi gli spuntavano due ali ed egli sembrava acquistare un passo leggero, muoversi come in un dolcissimo volo. Maria allora rideva e gli rivolgeva parole scherzose; egli emetteva un raglio che era un canto di gioia.

L’asino, quando ci ripensava, provava un’emozione indicibile. Con quella fanciulla egli aveva stretto, con naturalezza, quasi senza accorgersene, un’intesa profonda nella comune umiltà che li distingueva e li univa. Il somarello sentiva sulla fronte, talvolta inaspettatamente e perciò con una gioia fatta più acuta dalla dolcezza della sorpresa, la mano della piccola Maria distesa in una carezza trepida, quasi timorosa. In quei momenti l’asino si chiedeva per quali motivi riceveva quella carezza, ma non sapeva dare una risposta alla sua domanda; ne godeva in silenzio e quel tocco delicato della mano femminile gli allargava il cuore in un lago di serenità. Quanto era bello servire a lei, che chiedeva sempre, quasi per gioco, se il ‘capitano’ era disposto ad accompagnarla andando a comprare quello che occorreva per la giornata.

S’incantava a guardarla; la sua bellezza era quieta, e dava un singolare e diverso respiro ad ogni giornata. I suoi occhi avevano tutta la luce della giovinezza concentrata nello sguardo. Quando invece di salirgli in groppa Maria camminava accanto a lui,  gli sfiorava un fianco con la manica del vestito, di tela un po’ rozza ma che sul suo giovane corpo disegnava tutta la dolcezza di una gloria futura (ma quale, si chiedeva l’asino, timoroso di addentrarsi in quelle domande che gli davano un tremore oscuro e dolcissimo).

Il mio amico (così l’asino si riferiva al bue suo compagno, e davvero lo considerava amico!), il mio amico sembra un poco impaziente. Come lo capisco! Il rumore del mondo gli dà alla testa, come la musica rovesciata a tutto volume dagli altoparlanti di un Luna park piantato qui vicino da quando si è presa l’abitudine di fare qui il nostro presepio e di utilizzarlo come un mezzo di richiamo per incoraggiare bambini e giovani, e forse qualcuno in età, a salire sulle macchinine delle giostre e fare qualche giro. Mentalmente si rivolse a lei e pensò: stavamo tanto bene quando qui si costruiva solo il nostro presepio e un complessino senza pretese, di giovani di buona volontà veniva a cullarci con l’esecuzione di qualche ninna nanna. Il povero bue non ne può più; non fosse per l’impegno preso di funzionare da termosifone, penso che sarebbe  andato via, a respirare la nebbia sui grandi prati che sono già verdi come a primavera.

Maria lesse nel pensiero dell’asinello e, commossa, allungò velocemente una mano sulla sua fronte in una carezza quasi furtiva. Il vecchio saggio sulla cui groppa lei aveva percorso tanta strada era quello di sempre: paziente e comprensivo. Il bue faceva il filosofo, ma in fondo era anch’egli buono e gentile, e il suo distacco dall’asinello era più un atteggiamento esteriore che un tratto di malevolenza. Maria lo sapeva: il suo candore sapeva leggere nell’animo degli uomini come in quello delle bestie. E il bue sentì, per la prima volta nella sua vita, una mano posarsi dolcemente sulla sua fronte; ne provò un fremito che forse non avrebbe più avuto nella sua vita. Guardò l’asinello, che sembrava sorridere e che emise un raglio abilmente modulato. Lui rispose con un muggito. Le musiche del Luna park tacquero.

L’orologio segnò la mezzanotte.


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