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Home I mille racconti I mille racconti La città fantastica 1. Arrivo in città
La città fantastica 1. Arrivo in città PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 27 Dicembre 2013 09:01

[Estratto da La città fantastica: capitolo I]


Arrivo in città

 

Dall’autostrada vedemmo in lontananza un bosco e, siccome faceva un gran caldo, decidemmo di fare una sosta sotto gli alberi che promettevano una buona frescura. Prendemmo il primo svincolo e, dopo pochi chilometri, seguendo la strada maestra, ci accorgemmo che la selva nascondeva una vera e propria città, invisibile da lontano. I suoi edifici, infatti, essendo piuttosto bassi, ad un piano solo sul livello stradale, appena comparivano tra il fogliame. Nessuno di noi conosceva il nome della città e presto smettemmo anche di cercarla sulla cartina, che giudicammo piuttosto imprecisa. Il TomTom, poi, aveva smesso di funzionare, forse il caldo gli aveva fuso i microchip.

Svoltando a sinistra, imboccammo una breve discesa che ci condusse dieci metri sotto la città, nel bel mezzo di un Grande Parcheggio sotterraneo. Alcuni abitanti del luogo, vestiti con abiti multicolore, sembravano aspettarci. Ci vennero incontro pieni di allegria e ci spiegarono che, seguendo la segnaletica, avremmo potuto raggiungere qualunque luogo della città, nei quattro punti cardinali, verso ognuno dei quali si apriva un ingresso al Grande Parcheggio, servito da scale e ascensori. In pochi minuti fummo tra gli alberi e le case.

Al nostro arrivo avevamo già notato l’assenza pressoché assoluta di auto in circolazione. Le strade erano sgombre e stranamente larghe, gli spazi al bordo della carreggiata, solitamente utilizzati per il parcheggio delle auto, erano occupati da grandi aiuole piantate a cespugli e ad alberi d’alto fusto, sotto i quali numerose panchine invitavano alla sosta e al riposo. Ma quello che attirò ancor più la nostra attenzione in quella strana selva cittadina, suscitando in noi non poca meraviglia, fu che sotto ciascun albero e accanto a ciascuna panchina il lastricato recava, scolpito nella pietra, un lungo racconto diviso in paragrafi, ognuno dei quali non più largo di tre metri quadri. Ci fu detto dai nostri ospiti che negli spazi un tempo occupati dalle automobili erano sepolti i cittadini, e che il lastricato copriva le tombe, sulle quale i vivi incidevano le testimonianze relative al defunto.  Paragrafo dopo paragrafo, l’intera storia della città era leggibile ai nostri piedi. In realtà, camminando su questo racconto cittadino, ci accorgemmo che alcune parti di esso non erano più leggibili per via del gran via vai che c’era in certi punti della città. Si trattava, dunque, di un racconto incompleto e che col tempo sarebbe svanito al consumarsi della pietra, ma di questo i nostri nuovi amici mostravano di non preoccuparsi più di tanto perché, com’ebbe a esprimersi uno di loro, “il racconto sarebbe proseguito lo stesso”.

Scoprimmo anche che sotto il lastricato cittadino venivano sepolti solo coloro che in vita erano stati giusti. Gli altri erano stipati invece in una grande fossa comune nel vecchio cimitero extra moenia. Alla domanda: chi erano considerati giusti? Ci fu risposto che giusti erano considerati coloro che avevano lavorato a favore della comunità, coloro che mai un giudice aveva condannato, ed infine coloro che prima di morire avevano saldato tutti i debiti.

 

 

Sullo stato delle arti: i vigili urbani

 

Ci furono dette anche molte altre cose a riguardo, ma di questo parleremo diffusamente nei capitoli seguenti. Difatti, eravamo appena arrivati in città e non vedevamo l’ora di volgere uno sguardo all’intorno, dove gente vestita con abiti di vari colori, i colori dell’arcobaleno, si muoveva nelle diverse direzioni. Ci colpì il fatto che nessuno camminasse da solo, ma tutti, uomini e donne, persone d’ogni età, fossero in numerosa compagnia. Ci fu detto che secondo il costume della città il muoversi da solo è chiaro indizio di colpevolezza, proprio di chi ha tramato o stia tramando o abbia intenzione di tramare contro gli altri cittadini; per la qual cosa chi è in questa condizione indossa abiti grigi sui quali spicca solo una cravatta, simbolo del nodo scorsoio col quale presto metterà fine alla sua esistenza, e va in giro da solo con uno sguardo disperato, come preda di un pensiero fisso, che prima o poi lo condurrà a morte. Tutti i cittadini accettano che questo accada e non si curano dei loschi figuri, scansandoli quando li vedono arrivare da lontano.

All’inizio di ogni strada è predisposto un chiosco musicale, dove chiunque può intrattenere i suoi concittadini con la musica, ma a patto di non recare disturbo alla quiete pubblica. Difatti, il corpo dei vigili urbani soprintende a codeste manifestazioni musicali, con l’obbligo di intervenire, scacciando il musicista da strapazzo, nel caso in cui infastidisca i viandanti. Ci è stato detto che il vigile usa un criterio infallibile per allontanare il disturbatore, ovvero interviene laddove osserva che gli abitanti della città girano a largo, evitano la strada infestata dal musicista disturbatore. Questi, infatti, reca un danno ai commercianti, che rischiano di non vendere la loro merce. Allora interviene il vigile che toglie di mano lo strumento al falso musicista e gli consiglia di fare qualcosa di meno rumoroso.

Ci ha incuriosito molto questo incarico affidato ai vigili urbani e abbiamo voluto indagare più a fondo. Abbiamo scoperto che, poiché le auto sono state confinate nel Grande Parcheggio sotterraneo e in superficie la circolazione è vietata, essi hanno ben altri compiti, che li gratificano sommamente, ovvero soprintendono alle arti dei cittadini e ne sono i severi censori. Per esempio, abbiamo potuto constatare che ogni pittore ha il diritto di esporre le proprie opere sotto gli alberi della selva cittadina, ma deve fare i conti coi vigili urbani. Costoro però non intervengono mai se non costretti dalla necessità di impedire l’abbandono della città da parte degli abitanti, quella che chiamano “la desertificazione dello spazio urbano”. Già si è detto dei musicisti insulsi; così anche i pittori imbrattatele sono scansati dai cittadini, il che vuol dire che una strada dove un imbrattatele ha piazzato le proprie opere diventa subito deserta perché tutti i cittadini preferiscono recarsi altrove. Ecco allora che intervengono i vigili urbani a ripristinare la circolazione, con la rimozione coatta delle orribili tele. Gli imbrattatele sono quindi ridotti allo status di imbianchini oppure, se insistono nella loro follia, si consente loro di esporre in antichi palazzi fatiscenti e abbandonati, in luoghi umidi e cadenti del cosiddetto centro storico, dove solo i parenti stretti e pochi amici potranno andarli a trovare per farli contenti, ma a loro rischio e pericolo, perché gli antichi palazzi rischiano di cadere da un momento all’altro.

Ci hanno riferito che tutto quanto si è detto dei musicisti e dei pittori vale anche per gli scultori.

E gli scrittori? Ci hanno informato anche sulla condizione riservata agli scrittori nella città.

Abbiamo appreso, dunque, che avendo da gran tempo il numero degli scrittori superato di molto quello dei lettori, si è costituito un corpo specializzato di cento vigili urbani, stanziato in Biblioteca, con l’unico incarico di leggere le numerosissime opere che giornalmente pervengono e di selezionarle. I vigili-lettori, al termine della lettura, redigono una scheda nella quale ciascuno espone le proprie ragioni, che vanno a formare un dossier dettagliato su ogni singola opera, composto di cento giudizi. Il prevalere dei giudizi positivi varrà all’opera il suo ingresso in Biblioteca, il prevalere dei giudizi negativi la confinerà nell’Archivio extra-urbano, situato dentro il recinto del cimitero, dove chiunque potrà recarsi e potrà richiederla in lettura all’archivista-necroforo. Da questo Archivio cimiteriale l’opera potrà essere esumata, su richiesta dell’autore o di qualunque altro cittadino che alleghi valide motivazioni, solo dopo dieci anni, per essere sottoposta a un nuovo giudizio.

Passeggiando tra gli alberi della città, incontrammo molte scolaresche, ognuna composta di circa dieci persone di tutte le età – v’erano anche due anziani con una lunga barba e due bambini di sei o sette anni -, che sembravano accompagnare un uomo, probabilmente il loro insegnante, discutendo animatamente nella lingua del posto. Ciascuno aveva in mano un taccuino, una penna e un libro. Stavamo per chiedere ai primi passanti come mai le classi fossero così composite e perché gli studenti a quell’ora del mattino stessero in giro coi loro professori, come mai non parlassero in quella lingua simile all’inglese che si cerca di parlare nelle nostre scuole, quando sentimmo un gran fragore provenire da non molto lontano a man destra, come di un intero edificio che fosse improvvisamente collassato. Ci voltammo e vedemmo delle rovine, che si estendevano a perdita d’occhio, a partire dall’uscita nord del Grande Parcheggio. Attratti dal loro fascino e incuriositi dal rumore, mettemmo da parte il proposito di chiedere informazioni sull’argomento, e decidemmo di visitare le rovine, per renderci conto di persona di che cosa fosse successo.

 

 

Visita alle rovine

 

Chi abbia visto Pompei ed Ercolano non potrà farsi un’idea precisa delle rovine che ci si pararono dinnanzi; e neppure chi abbia visto in qualche filmato d’epoca le rovine di Berlino o quelle di Hiroshima e Nagasaki dopo i bombardamenti potrà farsene un’idea. Infatti, le rovine delle città distrutte dal Vesuvio durante il famoso terremoto dell’antichità sono state portate alla luce dagli archeologi, che si sforzano, compatibilmente con i finanziamenti stanziati all’uopo, di tenerle in piedi ad uso turistico; mentre quelle dei filmati d’epoca summenzionati sono paesaggi spettrali dove è appena passata la morte. Nella città che stavamo visitando, invece, le cose stavano ben diversamente. I palazzi antichi erano caduti e abbandonati, ma al loro interno, tra i muri portanti ancora in piedi, crescevano piante rigogliose, alcune anche con fusti di grande dimensione, il che certificava che da moltissimi anni nessuno interveniva non solo per restaurare quegli edifici, ma neanche per rimuovere le macerie, su cui intanto gli agenti atmosferici avevano accumulato strati sempre più spessi di terra, fertile humus per le più diverse specie vegetali. La selva si era ripreso il centro storico. Ci spiegarono che dovevamo stare ben attenti, mentre attraversavamo quel paesaggio di rovine, a non passare sotto antiche volte sbrecciate o cornicioni incrinati da radici di piante infestanti, perché al minimo urto poteva venir giù tutto, come era accaduto qualche minuto prima, quando si era avvertito un gran fragore in tutta la città: un edificio del seicento – era un palazzo ricco di fregi e di decorazioni, con grandi sale affrescate da importanti pittori, certamente la residenza di una stirpe potente -  era venuto giù all’improvviso, travolgendo la vegetazione sottostante ed anche seppellendo nella terra quella che era cresciuta sul tetto. Tutt’intorno a noi era una selva di palazzi sconquassati, chiese abbandonate, cortili distrutti, piazze intransitabili a causa della rigogliosa vegetazione. Chiedemmo come mai le pubbliche autorità consentissero questo sfacelo. Ci fu detto, con nostra grande sorpresa, che a loro giudizio “non era in atto nessuno sfacelo”, ma che “quello era solo il normale andamento delle cose”; in città non c’era alcuna autorità preposta alle rovine, e dunque la terra col passare del tempo riprendeva il suo normale aspetto senza che alcuna volontà si opponesse, anzi, com’ebbero a esprimersi i nostri accompagnatori, tutti “i cittadini sembravano coltivare quelle rovine”. Chiedemmo il perché di questo insolito comportamento degli abitanti del luogo, e ci fu risposto che essi preferivano costruire altrove, dove le rovine erano già diventate prima polvere e poi terra fertile e non si doveva fare l’inutile fatica di abbattere le case che il tempo, per conto suo, prima o poi avrebbe distrutto. Noi ci guardammo e convenimmo che in quest’uso si celava un criterio economico notevole. Ci fu indicata una casa, costruita ad un solo piano, secondo la regola cittadina, nel luogo in cui l’edificio preesistente era ridotto a terra vergine e nelle vicinanze si elevava un’alta quercia che, a giudicare dal fusto, doveva avere almeno quattrocento anni. Ci fu detto che quella era la foresteria e che, se avessimo deciso di fermarci in città, lì avremmo potuto trovare un alloggio. Venimmo a sapere che nella città i restauratori erano una specie estinta e, se qualcuno vi passava per caso o per sbaglio, proveniente da contrade lontane, era considerato come un falsario ed espulso dalla città. Anche gli archeologi e gli storici di passaggio erano piuttosto malvisti, i primi perché, a detta dei cittadini, erano dei sacrileghi, i secondi perché non facevano che lamentarsi dell’impossibilità di studiare il passato in una città che non conservava nulla e tutto faceva andare in rovina. Quale storia poteva avere una simile città? Quali erano le sue antiche origini, se nulla era stato conservato? In effetti, in città c’erano una Biblioteca e un Archivio, ma chi poteva fidarsi di raccolte messe insieme da vigili urbani impiegati in una mansione che non competeva loro? E come mai nessuno aveva pensato di fondare un Museo dove raccogliere i documenti più antichi della città, i suoi monumenti, molti dei quali, rimasti all’aperto, erano completamente distrutti? Pertanto, anche gli archeologi e gli storici non sostavano mai in città per più di qualche ora e, andandosene, spesso avevano gesti di disprezzo verso i cittadini che li avevano accompagnati durante la loro visita.

 

La scuola cittadina

 

Saltando su cumuli di macerie e calcinacci, ritornammo da dove eravamo venuti, cioè – disse qualcuno – dove “il processo di disfacimento era già compiuto e ne iniziava uno nuovo”, ovvero gli edifici sembravano essere stati costruiti da pochi anni. Ed ecco venirci incontro gente allegra vestita d’abiti variopinti, coi colori dell’arcobaleno, uomini e donne d’ogni età, che sembrava muoversi al ritmo della musica proveniente dal chiosco vicino. Ed ancora un’allegra brigata di studenti, anche questi di tutte le età, avanzava stretta intorno al professore ch’era intento a dir loro qualcosa. Volevamo parlare con loro, chiedere come mai a quell’ora mattutina, solitamente dedicata allo studio in classe, stessero in giro per la città a bighellonare, e la ragione per cui erano mescolate età così diverse in una stessa classe, e infine perché non si sforzassero di parlare in inglese, come avviene nelle nostre scuole secondo i dettami ministeriali, quando i cittadini nostri accompagnatori ci intimarono di non disturbare la lezione. Infatti, mai nessuno osava interferire nel rapporto didattico e non era lecito rivolgere la parola alle scolaresche in transito, a meno che l’iniziativa non partisse dalla scolaresca, che, a sua discrezione, poteva rivolgere la parola ai passanti. Tutto questo suonava molto strano a noialtri, incapaci di comprendere la novità di un tale rapporto pedagogico extra-scolastico. Venimmo a sapere, dunque, che in questa città non esistono le scuole, intese come edifici in cui gli studenti, suddivisi in classi, vengono stipati per le lezioni; né esistono programmi ministeriali e neppure progetti a  pagamento, né insegnamento obbligatorio in inglese,  “tutte cose che distolgono lo studente dallo studio e lo rendono piuttosto alienato”, ci dissero. Ogni uomo ha l’incarico di educare dieci studenti per un tempo non superiore all’anno solare – si è convinti che un anno sia sufficiente ad un uomo per insegnare tutto quello che sa -. Ci hanno detto che i cento vigili-lettori hanno il compito di consigliare i nominativi degli uomini adatti a questa mansione, sulla base dell’esatta conoscenza delle opere da loro stessi approvate  e della conoscenza diretta dei concittadini-professori. Dal che non si deduca, aggiunsero i nostri ospiti, che tutti gli altri cittadini, uomini e donne, non possano ambire al lavoro di insegnante. Se uno studente non vuol seguire il consiglio dei vigili-lettori, è libero di farlo, e può rivolgersi ad un altro insegnante. “Coloro che vogliono apprendere”, aggiunsero i nostri amici, non sono assegnati ad un insegnante d’autorità o per sorteggio, ma devono ingegnarsi per farsi eleggere come discenti dall’insegnante, che può anche rifiutare di accogliere lo studente infingardo o non pronto al suo insegnamento.  Al termine dell’anno solare ogni studente deve cercarsi un altro insegnante, che sia in grado di garantire un avanzamento alla sua educazione. Così per tutte le età e per tutta la vita. Perciò – ci dissero – nella schiera degli studenti non è difficile trovare numerosi uomini e donne che hanno ricoperto e torneranno a ricoprire il ruolo di insegnanti. Da questo lavoro rimangono sistematicamente esclusi, secondo le parole dei nostri accompagnatori, “tutti coloro che non hanno nulla da dire perché privi di fantasia”.

 

[Fine del primo capitolo]


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