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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 115 - (9 gennaio 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 09 Gennaio 2014 20:06

Il circolo vizioso tra banche, spread e debito pubblico

 

[in "MicroMega" online di giovedì 9 gennaio 2014]

 

Nella Legge di Stabilità, vengono riconfermati interventi a sostegno delle principali banche italiane, con la motivazione che è solo ricapitalizzandole che ci si può aspettare un aumento dei prestiti erogati a imprese e famiglie. Secondo Mediobanca Securities, ciò consentirà una riduzione del carico fiscale a loro beneficio per un importo superiore a un miliardo di euro.  Al di là del fatto che, come è stato osservato (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/17/bancheda-legge-stabilita-benefici-su-utili-in-testa-bper-creval-mediobanca-sec/747079/), questo provvedimento cade a ridosso degli imminenti controlli di vigilanza comunitaria sui bilanci bancari, occorre chiedersi se la detassazione degli Istituti di credito costituisce una via efficace per contrastare la stretta creditizia in atto.

E’ necessario rilevare preliminarmente che questo provvedimento si basa su un dato fattuale assai discutibile: come messo in evidenza dall’OCSE, le banche italiane, nel loro complesso, non sono sottocapitalizzate e, in più, operano in un contesto di politiche monetarie fortemente espansive, potendo quindi indebitarsi con la BCE a tassi di interesse prossimi allo zero (http://keynesblog.com/2013/08/09/politiche-monetarie-espansive-e-restizione-del-credito/). In più, data l’opacità dei bilanci bancari, risulta estremamente difficile verificare se un Istituto di credito è sottocapitalizzato o meno (http://www.lavoce.info/legge-di-stabilita-credito-imprese-banche/)

Da ciò si deduce che il credit crunch non dipende dalla scarsa disponibilità di moneta nei portafogli delle banche italiane, ma – in ultima analisi – dal combinato della caduta della domanda aggregata e dell’aumento del debito pubblico.

1) Su fonte Banca d’Italia, si registra che il tasso di variazione dei crediti concessi dalle banche italiane è passato dal 2.7% nel 2010 al – 2.5 di fine 2012. Si osservi che il biennio considerato è quello nel quale è stata data la massima accelerazione alle politiche di austerità. Come ampiamente documentato (http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/), la riduzione della spesa pubblica e soprattutto l’aumento della pressione fiscale hanno generato, oltre all’aumento del rapporto debito pubblico/PIL, un massiccio incremento del tasso di disoccupazione, la riduzione del tasso di crescita e un significativo calo dei consumi. La conseguente restrizione della domanda interna ha ridotto i margini di profitto delle molte imprese italiane che operano su mercati locali (ovvero della gran parte delle imprese italiane), fino a determinare ondate di fallimenti. E, a seguire, la riduzione dei profitti ha eroso il capitale proprio e, dunque, le garanzie che le imprese possono offrire alle banche e, al tempo stesso, ha peggiorato le aspettative in ordine alla solvibilità delle imprese. In tal senso, la restrizione del credito è da leggersi come risposta ‘razionale’ delle banche a fronte dell’aumento della probabilità di fallimento dei potenziali debitori, ed è dunque sostanzialmente indipendente dalla quantità di moneta nei portafogli delle banche.

2) Al tempo stesso, le banche hanno trovato più conveniente ottenere profitti attraverso attività speculative nei mercati finanziari e attraverso l’acquisito di titoli del debito pubblico. Si è così generato un meccanismo perverso che si snoda attraverso questi passaggi. Aumenta la tassazione su imprese e famiglie. Ciò consente di liberare risorse anche per la detassazione delle banche, che utilizzano le risorse aggiuntive ricevute per l’acquisto di titoli del debito pubblico, mentre l’aumento della tassazione (su imprese e famiglie) riduce i profitti netti delle imprese (sia per la maggiore tassazione degli utili d’impresa, sia per la riduzione dei redditi disponibili e, dunque, dei consumi) e disincentiva l’offerta di credito, con effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti, dell’occupazione e dei salari. Posta la questione in estrema sintesi, si può affermare che il Governo (e la BCE) finanzia le banche e le banche finanziano lo Stato. Si tratta di un meccanismo perverso dal momento che, diversamente dalla vulgata governativa, i reiterati provvedimenti di “ricapitalizzazione” delle banche non hanno generato aumenti dell’offerta di credito e dunque aumenti degli investimenti e dell’occupazione, ma si sono tradotti, con intensità crescente, in una partita di giro che è servita, al momento, esclusivamente a mettere lo Stato italiano nella condizione di riuscire a vendere titoli del debito pubblico, e alle banche di realizzare profitti con la minima assunzione di rischi (essendo più rischioso il finanziamento degli investimenti rispetto all’acquisto di titoli di Stato).

La recente riduzione dello spread è stata imputata, da molti commentatori, a un presunto recupero di fiducia degli investitori rispetto alla tenuta dell’Unione Monetaria Europea. E’ una tesi molto opinabile e comunque non dimostrabile. Per contro, sembra più ragionevole rilevare che la riduzione del differenziale fra rendimento dei titoli italiani e dei titoli tedeschi è semmai prevalentemente imputabile all’aumento dei rendimenti di questi ultimi (e, in tal senso, è un fatto aritmetico, che non attiene al buon operato di questo Governo) – e all’aumento della domanda da parte delle banche di titoli di Stato italiani; del tutto indipendentemente – occorre sottolineare – dall’andamento dei “fondamentali” della nostra economia (tasso di disoccupazione, tasso di crescita). Si tratta anche di un meccanismo potenzialmente rischioso dal momento che fa sì che i bilanci bancari dipendano sempre più dall’andamento delle quotazioni dei titoli di Stato, la cui volatilità costituisce un rilevante fattore di rischio per le banche stesse.

In questo scenario, sono operanti due effetti. Il settore bancario acquisisce sempre più potere, sia nei confronti delle imprese, sia anche nei confronti del Governo e, come corollario, la politica fiscale finisce per risolversi in una massiccia operazione di redistribuzione del reddito a danno del lavoro e a vantaggio della rendita finanziaria.


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