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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
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La lettura 1. L’anno prima della tempesta PDF Stampa E-mail
Recensioni
Venerdì 17 Gennaio 2014 07:50

["Il Galatino", anno XLVII - n. 1 del 17 gennaio 2014, p. 5]

 

È di Eric Hobsbawm – è noto – l’idea che il Novecento sia, in realtà, un secolo breve, stretto tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale e il termine della guerra fredda, 1914-1991. Il suggerimento di Hobsbawm emerge dal costatare che i due eventi determinarono cambiamenti essenziali non solo nei rapporti di forza tra le nazioni, alterando la geografia politica dell’Europa, almeno in parte, ma soprattutto nelle dinamiche della struttura sociale all’interno delle nazioni stesse. In quella visione, quindi, quella porzione del Novecento antecedente la Grande Guerra appartiene ancora all’Ottocento, per visione del mondo e articolazione della società. Quel secolo, l’Ottocento, lungo per contrasto, un’età d’imperi, parafrasando un altro titolo di Hobsbawm, deborda per stile e modi di vivere nel conteggio temporale novecentesco e porta in sé i germi di ciò che caratterizzerà il tempo immediatamente successivo.

È un’esposizione di scene tratte dall’ultimo anno di quel periodo, ancora pervaso da quieta incoscienza della guerra là da venire, che Florian Illies presenta nel suo “1913 – L’anno prima della tempesta” (Marsilio, Venezia, 2013), edizione italiana dell’originale tedesco “1913 – Der Sommers des Jahrhunderts” (si noti la differenza del sottotitolo), pubblicato nel 2012 dalla Fischer Verlag. È lo stesso editore tedesco da cui la casa editrice prende nome, Samuel Fischer, che appare a pagina 191, mentre, oppresso dall’otite, è a Venezia a festeggiare il diciannovesimo compleanno del figlio Gerhardt, “smagrito e febbricitante”, ed è cercato per questioni editoriali da Arthur Schnitzler che è appena giunto nella laguna con la moglie Olga e ha avuto giusto il tempo di fare un tratto di canali in gondola, dopo essere sceso al Grand Hotel. È questo uno dei frammenti che compongono il libro, descrizioni di situazioni che si sviluppano nei mesi del 1913. Ci sono dodici capitoli, infatti, ciascuno frammentato in paragrafi che colgono situazioni peculiari dello spirito di quegli anni, un tempo di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni sotterranee, figlie delle ideologie emerse nel secolo precedente, che sarebbero cresciute e che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È il periodo in cui a Vienna si trovarono a risiedere contemporaneamente Hitler, Stalin e Tito, il primo a fare il paesaggista men che mediocre, l’altro, il russo, a stare la maggior parte del tempo nella casa dei Trojanovskij, l’ultimo a fare il collaudatore di auto, mantenuto da Liza Spruner. I tre forse s’incrociarono, senza sapere l’uno dell’altro, mentre passeggiavano nel parco del castello di Schönbrunn, ed erano ancora ignari d’essere portatori di lutti e di distruzione. Soprattutto, però, le circostanze che Illies ricorda e che diventano immagini attraverso una prosa agile, dotata di una qual non trascurabile freschezza, riguardano artisti, scrittori e musicisti, i loro incontri, le loro rivalità, le loro attrazioni, come quella che nacque nel Café des Westens di Berlino tra Gottfied Benn, che oramai si allontanava dalla sua attività di anatomopatologo per dedicarsi alla poesia, e l’anticonformista Else Lasker-Schüler, per la quale amici pittori, preoccupati per la sua condizione, avevano organizzato una colletta. Era il tempo delle lettere di Rilke alle signore abbienti, di lui più anziane, che gli permettevano con favori tangibili e non di mantenere uno stile di vita non propriamente parco, e di quelle di Kafka da Praga all’eterna fidanzata a Berlino, Felice Bauer, lettere la cui decisione d’essere indeciso avrebbe fiaccato la pazienza di chiunque. Ed era anche il tempo in cui Oskar Kokoschka dipingeva forsennatamente Alma Mahler, prima che lei lo allontanasse per il più rassicurante Walter Gropius, che avrebbe fondato la Bauhaus cinque anni dopo, e Picasso faceva l’artista e, con sempre maggiore efficacia, il promotore di se stesso, lasciando il dubbio in qualcuno, almeno in me, in quale delle due vesti fosse più efficace.

La presenza di pittori, di letterati e di musicisti è preponderante nelle pagine di Illies. La scienza del tempo appare fugace orizzonte lontano. La scelta è riconducibile alle attitudini dell’autore, quarantacinquenne storico dell’arte, editorialista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ex direttore delle pagine culturali della Die Zeit.

Lo sguardo di Illies è sull’Europa centrale, in maniera più specifica sul tramonto dell’Impero Austro-Ungarico, ed è uno sguardo colto, sereno, privo di pomposità nello stile, attento al ritmo e all’articolazione delle scene che ambiscono a una struttura unitaria. Ne emerge un libro felice la cui lettura incuriosisce, rinfranca, insegna.


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