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TAP: la storia infinita PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 19 Gennaio 2014 20:10

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 18 gennaio 2014]

 

Ho scritto altre volte su TAP, e guardo con interesse la questione. La mia prima preoccupazione è che l’ambiente sia tutelato e che tutte le azioni intraprese tengano conto prima di tutto degli impatti ambientali. E’ importante che ogni proposta venga valutata all’interno del contesto generale in cui sarà realizzata, con una rigorosa analisi di costi e benefici. Mi pare di aver capito che quasi tutti siano concordi nel ritenere che TAP sia un’opera strategica per il nostro paese, e che quasi nessuno sia contrario alla sua realizzazione. E’ iniziata però una contesa di puro stile “non nel mio giardino”, in cui tutti dicono che va bene, ma non a casa propria. E ognuno propone la casa dei vicini. Qualunque sarà la proposta di TAP, è facile prevedere che ci sarà opposizione dalle comunità locali e, alla fine, con la logica dei veti incrociati, l’iniziativa sarà bloccata da contenziosi infiniti. E’ incontestabile la richiesta che la Valutazione di Impatto Ambientale sia fatta in modo serio e rigorosissimo. Se questo non è stato fatto, se le valutazioni sono insufficienti, è bene che la procedura venga rivista e la valutazione sia nuovamente attuata. Nell’interesse pubblico, mi sento di dire che questa logica, che condivido, sia adottata per ogni impresa da attuarsi nel nostro territorio. Abbiamo costruito molti porti turistici, uno anche a San Foca, questi porti vengono dragati e accade anche che i liquami siano smaltiti in modi non molto ortodossi. Le massicciate alterano i regimi di correnti e la dinamica del litorale. Ma non accade quasi mai che ci siano mobilitazioni che chiedano conto di questi impatti. Non parliamo di gasdotti a Otranto, di superstrade forse inutili, di utilizzi non molto ecologici della fascia costiera, primo tra tutti un uso del suolo che vede il proliferare di costruzioni abusive di bassissima qualità che hanno devastato quasi tutte le nostre coste. Questa è la realtà in cui ci troviamo ad operare. Il problema TAP deve generare un ripensamento serio di come ci rapportiamo con l’ambiente. Non posso non ricordare l’opposizione fierissima al piano paesaggistico della Regione, visto come freno allo sviluppo. Mi piacerebbe conoscere, per esempio, quale sia il gettito fiscale derivante dalle attività legate al turismo. La “vocazione” di ogni territorio dovrebbe essere misurata in base a questo semplicissimo indicatore. Pur ignorando questi indicatori, a naso mi pare che la vocazione turistica di Otranto sia superiore a quella di San Foca. Però nessuno si è opposto così fieramente al gasdotto di Otranto. Come mai?

Non sto dicendo che se abbiamo devastato il territorio, allora dobbiamo continuare anche con TAP. Sto dicendo che tutto il fervore dimostrato contro TAP deve essere applicato anche a tutto il resto. L’analisi costi-benefici ci deve permettere di stabilire la convenienza di ogni opera. Potrebbe essere accettabile un costo ambientale a fronte di un beneficio per la collettività che sia nettamente superiore al costo stesso. Non esiste praticamente nulla che non abbia un impatto, e quindi è ovvio che anche TAP ne avrà. Gli impatti vanno minimizzati il più possibile, adoperando le più moderne tecnologie, e vanno comparati ai benefici che derivano dall’opera eseguita. Se il bilancio è negativo, o se i benefici vanno a un ristretto numero di “investitori” e gli impatti si riversano sulla collettività, è bene contrastare le opere. Questa filosofia deve essere praticata per ogni impresa. E’ con questo spirito, per esempio, che guardo con simpatia i NoTav. I costi ambientali (e anche i costi sostenuti dalla collettività) sono superiori ai benefici. Gli unici che ci guadagneranno sono quelli che stanno portando a termine l’opera. Ma, anche se suona simile, No TAP non equivale a No TAV!

 

Quando si propose di costruire un porto a Serra Cicora, nel territorio di Nardò, fui tra chi si oppose al progetto. Il Comune mi fece una domanda semplice: esiste un sito, nel territorio di Nardò, dove si potrebbe costruire un porto? La mia risposta fu: basta riconvertire l’impianto di cozze curate di Sant’Isidoro, il porto esiste già. E magari si potrebbe spostare lì la nautica da diporto attualmente di stanza nell’insenatura della Strea, un sito strategico per la riproduzione dei pesci in tutta l’area di Porto Cesareo. Ora vedo che è stato proposto un progetto di megaporto a Sant’Isidoro che va molto oltre l’esistente. Mi va benissimo il porto a Sant’Isidoro, mantenendo e riattrezzando le strutture attuali, liberando La Strea dall’impatto attuale. La costruzione di un megaporto mi vede contrario. Non è possibile, a fronte di queste prese di posizione, dire che sono contro o a favore dei porti turistici. Dipende dai porti. Se ho parere negativo su uno, non significa che sono contrario ai porti, e se ho parere positivo su un altro non significa che sono favorevole a tutti i porti.  Ho fatto solo qualche piccolo esempio, ma la situazione deve essere analizzata in modo complessivo, perché tutto è collegato. Compreso il carbone di Cerano e il gas di TAP. Tenere separati i problemi può portare a soluzioni tattiche che, senza una strategia complessiva, potrebbero portare ad effetti non desiderati, una volta che le varie tattiche, attuate singolarmente, si sommeranno ed andranno ad impattare sul territorio. La Regione ha gli strumenti e la mentalità per attuare la strategia, come ha dimostrato con il Piano Paesaggistico. Ed è con una strategia che deve rispondere anche al problema TAP che, invece, mi pare sia affrontato con un atteggiamento molto “tattico”. Con la tattica si vincono le battaglie, ma in assenza di strategia si perdono le guerre.


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