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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
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A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
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Home Necrologi e ricordi Necrologi e Ricordi Chi era davvero il precario della ricerca morto al Polo Sud - (22 gennaio 2014)
Chi era davvero il precario della ricerca morto al Polo Sud - (22 gennaio 2014) PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:48

["La Stampa" di mercoledì 22 gennaio 2014]

Luigi Michaud aveva 40 anni, una moglie, due figlie. Sui giornali che danno la notizia della sua morte in Antartide, Luigi è etichettato come ricercatore presso l’Università di Messina. Magari. Luigi Michaud non era ricercatore. Se lo fosse stato, in senso burocratico, avrebbe avuto un posto stabile nel mondo della ricerca italiana. Luigi Michaud era un assegnista di ricerca. Un precario. A 40 anni, con due figlie, con decine di lavori scientifici al suo attivo, con una competenza che lo ha portato diverse volte in Antartide, Luigi era ancora un apprendista. Lavorava per quattro soldi, senza una vera prospettiva. Ce ne sono migliaia, come lui. Perché lo fanno? La risposta è solo una: passione senza limiti per la ricerca scientifica. Chi lavora nelle scienze marine, poi, fa questo lavoro (il più bello del mondo) anche a rischio della vita. Nel 1988 ero su un treno, di ritorno dall’Austria, quando strappai il giornale di mano a chi lo stava leggendo, di fronte a me. Così lessi la notizia che il mio amico Bruno Scotto di Carlo, della Stazione Zoologica di Napoli, era morto in un naufragio assieme a Vincenzo Tramontano e Patrizia Mascellaro. E’ diverso quando si leggono i nomi di amici sui giornali che danno queste notizie. Nel 2007 muore il ricercatore Pets Mikhejchik, nel naufragio di una nave da ricerca del CNR. Nel 2009 due ricercatori che lavorano con me erano fuori dalla grotta marina in cui persero la vita i ricercatori Dario Romano e Gaetano Ferruzza. Ho seguito la vicenda al telefono, e ancora mi sveglio, la notte, con l’angoscia di quelle due vite spezzate. Un altro caduto si aggiunge alla lista. Chi lavora in mare sa che il rischio esiste: se dovessimo rimuovere tutti i possibili rischi, ce ne staremmo a casa. In Antartide, poi, ci si va dopo accuratissime visite mediche, e esiste un’organizzazione quasi militare che mette la sicurezza prima di ogni altra cosa. Non sono ammessi scavezzacollo che ignorano le procedure. Certo, non mi posso sostituire a chi dovrà stabilire possibili responsabilità, ma penso che Luigi sia morto per una tragica fatalità.
La tragedia che spezza una vita arriva sulle prime pagine dei giornali. Voglio cavalcare quest’onda, l’onda di Luigi, per parlare di tutti gli altri come lui che, in Italia, stanno vivendo la tragedia della precarietà dopo i 40 anni, nel mondo della ricerca. Ne conosco anche di 50! Gente che ha curricula di tutto rispetto, che vive alla giornata, senza la possibilità di programmare il futuro remoto.
Ho ricevuto la notizia della morte di Luigi mentre ero a Bruxelles, a una riunione per organizzare un importante convegno europeo incentrato sulla politica dell’Unione Europea in campo marino, il convegno si terrà in Italia, a Roma, il prossimo autunno. Dovevamo proporre i temi. Come sempre, un tema di grande evidenza riguarda le grandi infrastrutture di ricerca. L’Unione investe milioni e milioni di euro in grandi infrastrutture di ricerca, anzi miliardi di euro. Si tratta del fiore all’occhiello che testimonia l’importanza che la Commissione Europea dedica alla ricerca scientifica. Alla notizia della morte di Luigi, durante la riunione, mi viene il pensiero del capitale umano. E dico: stiamo investendo tantissimo in capitale tecnologico, costruiamo grandi laboratori, e assumiamo tecnologi che facciano funzionare quelle macchine. Ma non investiamo adeguatamente in capitale umano che sia in grado di utilizzare i risultati mirabolanti di tutte queste macchine. Nel pomeriggio, sempre a Bruxelles, vado alla giornata informativa sulle chiamate progettuali di Horizon 2020 in campo marino. Una delle linee di intervento riguarda la valorizzazione delle informazioni raccolte nei progetti precedenti. In altre parole: abbiamo raccolto tantissimi dati ma non sappiamo come valorizzarli. Le grandi infrastrutture non bastano. Ci vogliono i cervelli per porre domande, e per usare le informazioni e trasformarle in conoscenza.
Luigi Michaud lavorava in una base antartica. Le tecnologie e le attrezzature per mantenere una infrastruttura del genere sono costosissime. Ma il valore del lavoro di chi fa funzionare quelle attrezzature, anche a rischio della vita, è quello dello stipendio di un assegnista di ricerca, un precario.
Mi piacerebbe pensare che Luigi Michaud non sia morto invano. Che il suo stato di precario, con le competenze che aveva, evidenzi lo scandalo di un paese che umilia i suoi cervelli migliori, sfruttandoli come facevano i padroni delle ferriere di un secolo fa.Nonostante il dispezzo dimostrato nei loro confronti (in termini di valore monetario attribuito al loro lavoro), questi ricercatori mostrano una dedizione che li porta anche alla morte.
Torniamo a Bruxelles. I funzionari mi dicono: ma noi non possiamo pagare stipendi di persone stabili, noi possiamo comprare le attrezzature. Sono gli stati che devono pensare al capitale umano. Giusto. Oppure ci potrebbero essere i ricercatori europei. In attesa che l’Europa faccia quel che gli stati (alcuni) non fanno, però, questa vicenda di Luigi mi spinge a fare una proposta. Per ogni somma investita in infrastrutture si deve investire, come cofinanziamento, una somma anche in capitale umano, per dare un significato a quelle infrastrutture. E non devono essere solo tecnici. Anzi, si potrebbe anche decidere quale sia la percentuale di tecnici e di ricercatori da immettere in quei nuovi edifici con quelle nuove attrezzature.
Le infrastrutture, poi, non fanno progetti di ricerca. Per vincere le chiamate progettuali ci vogliono i cervelli, le attrezzature non bastano.
E’ urgente ripensare la strategia per “dare una scossa all’economia”. Chi pensava che potesse avvenire grazie a sostanziosi investimenti in tecnologie e capitale immobiliare, trascurando il capitale umano, ha creato la mostruosità dell’eterno precariato nel mondo della ricerca scientifica. Dovremo operare per dare maggiore sicurezza alle operazioni in mare (senza impedire che le ricerche possano continuare, però) ma dovremo anche operare perché non sia possibile che gente come Luigi Michaud non abbia l’opportunità di seguire la propria passione per la scienza senza abdicare alla possibilità di condurre una vita normale dal punto di vista economico. Fatta salva la continua valutazione della produttività dei ricercatori, senza dare posti a vita a chi avrà la possibilità di “sedersi” e non fare più nulla.

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