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Un volo sulla cenere PDF Stampa E-mail
Recensioni
Domenica 26 Gennaio 2014 10:51

[Prefazione a “Un volo sulla cenere” di Claudia Petracca, Lupo Editore, 2013]

 

E’ tutto nel volo di quel pettirosso che compare sulla copertina del libro,  il senso di questa storia semplice eppure intensa, delicata ma sofferta,  che ci regala la raffinata penna di Claudia Petracca. È ambientata fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la storia che ci racconta questo breve romanzo, preceduto da una bellissima poesia opera della stessa autrice. Nello specifico, è la Seconda Guerra Mondiale con gli eventi ad essa connessi, a fare da sfondo a questa storia di sentimenti, forgiati al fuoco della sofferenza, levigati dall’assenza e dalle difficoltà del vivere. Ho conosciuto Claudia Petracca  con “Pietre”, il suo libro precedente che mi aveva favorevolmente impressionato. Ora la riscopro, narratrice attenta e scrupolosa, cimentarsi con una storia d’amore tormentata e ingarbugliata come la trama complessa che si dipana lungo le pagine della fabula. Il sacrificio dei protagonisti, Sofia e Giacomo, immolati sull’altare della violenza e del fanatismo, è il sacrificio dei tanti che hanno lasciato la vita a causa della repressione dittatoriale. Quella dei lager nazisti, enorme piaga aperta nel cuore dell’Europa del XX Secolo, è una pagina dolorosissima della nostra storia contemporanea, scritta col sangue di migliaia e migliaia di poveri testimoni innocenti che hanno dato, con il loro amaro tributo,  un insegnamento a tutti noi, uomini del Duemila. L’esperienza dei campi di orrore di Aushwitz, Dachau, Ravensbruck, Flossenburg, Mauthausen, impressa nei muti volti dei deportati di ogni nazionalità, i quali, con il loro sguardo di sconfitta e rassegnazione, ci colpiscono a fondo dalle fotografie in bianco e nero nei libri e nei documentari televisivi, vuole essere un monito, perenne e universale, affinché ciò che è accaduto non debba più ripetersi. Claudia Petracca parla direttamente al cuore del lettore, con questo libro che rientra perfettamente nel milieu della letteratura femminile salentina che, in questi ultimi tempi, sta dando prove certo notevoli. Dalla sua narrazione, come avevo già notato con il precedente romanzo, emerge una interiorità devota ai particolari, attenta a cogliere i minimi dettagli, insieme ai momenti rivelatori della coscienza. La sua scrittura si presenta piana e regolare, niente effetti speciali della lingua, non c’è manierismo e nemmeno sperimentalismo. Genus tenue, dicevano i latini, ossia uno stile umile che non ricerca le vuote frasi ampollose o che non fa solo uno sterile esercizio di stile. I personaggi del libro sono ben studiati, le loro psicologie adeguatamente delineate ed è notevole lo sforzo di Claudia di creare un racconto storico  che sia il più possibile coinvolgente. Uno sforzo, certamente premiato dal risultato finale di un intreccio ben ordito, di un libro del tutto godibile nelle brevi pagine della sua trattazione. Letteratura salentina, dicevo prima, ma non si tratta di un “romanzo salentino”,  ambientato com’è in una  città e in un tempo lontani. E’ una storia che parla di dolori, di inquietudini, di fughe e ritorni, con un linguaggio semplice e leggero. Sofia e Giacomo vedono i loro destini intrecciarsi con quello  della guerra e della segregazione razziale e la fuga di Giacomo dall’abominio di un  regime spietato, per salvare non solo la propria vita ma anche quella della sua amata, lo porta  a compiere un lungo giro per poi ritornare nello stesso posto da cui è partito: quel ghetto ebraico di una città senza nome che, dopo averlo accolto e protetto come un abbraccio caldo di madre, gli sarà fatale. Più che mai attuale questa storia di Claudia Petracca, se si pensa agli accadimenti politici degli ultimi anni e a quelle ondate di revisionismo storico con cui alcuni ideologi  e “pseudo scienziati” europei hanno cercato di negare l’evidenza dell’Olocausto e dei campi di sterminio.  Non so se per qualche motivo personale o famigliare, per rabbia, o per il bisogno di reagire ai negazionisti, ma Claudia Petracca con questo racconto ci ricorda quanto sia importante conservare il dovere della memoria.

Al tema principale del narrato, che è la storia d’amore fra i due personaggi cardine, vi sono altre tematiche di carattere sociale, politico, antropologico, affrontate dal libro. Vi è il  tema del destino, che avvolge i protagonisti del racconto, e che è allegorizzato da quella foglia che si stacca dal ramo e vola, trepidando, prima di toccar terra perché non vuole cadere nell’oblio; poi, quello della ricerca, dell’assenza, che diventa presenza alla fine, anche se l’amore  dei due fuggitivi ricongiuntisi non avrà happy end. E l’altro tema del libro, che è poi il suo messaggio di fondo, è quello della convivenza pacifica, del rispetto delle diversità, del valore unificante dell’amore che vuole superare qualsiasi segregazione, rompere qualsiasi barriera, linguistica, etnica, religiosa, che l’egoismo umano abbia potuto erigere.  E’abbastanza chiaro per me che Claudia sia convinta propugnatrice della funzione pedagogica della letteratura, nel senso che un’opera debba docere et delectare, secondo l’insegnamento dato da Quintiliano, ossia smuovere i sentimenti del lettore, farlo anche riflettere attraverso la piacevolezza  di una invenzione letteraria.  Ma in ogni caso, se come afferma Antonio Prete “leggere non è valutare ma fare esperienza di una relazione, cogliere la sorgente di un pensiero che nasce dalla pagina e va a collocarsi al suo margine, o nel cuore di altri pensieri”, allora questi miei appunti di lettura non hanno nessuna pretesa di dotta prefazione o esegesi critica ma solo di “considerazioni a margine” da parte di un lettore come tanti, che in questa sede hanno ospitalità solo per il vincolo di amicizia che mi lega all’autrice. Le riflessioni di Claudia che compaiono fra le pagine trovano contesto e pretesto negli accadimenti che occorrono ai vari personaggi. Gli stati d’animo descritti si dinamizzano nel contatto con le situazioni e i fatti narrati. La scrittura per l’autrice sembra che sia finzione nella quale specchiarsi,  e da questo specchio, i riverberi di ansie, gioie, sorprese e palpiti di altre vite nella quali ella ami o abbia amato immaginarsi. E così, nel cielo plumbeo di un pomeriggio smagato di ansie, di abbandono, di riluttanza, si stacca il pettirosso tremante e infreddolito e quel volo sulla cenere, da metafora di morte, diventa messaggio di speranza.

 

 


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