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Mario Marti, cento anni di sapienza e sentimento PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Lunedì 03 Febbraio 2014 11:45

Diario di un nuovo incontro con il Magnifico alla vigilia del 2014

 

 

["Il Galatino" a. XLVII, n. 2 del 31 gennaio 2014, p. 5]

 

Lecce, lunedì 30 dicembre 2013, fra pomeriggio e sera.

Sono passati più di tre anni dal nostro precedente incontro, ma è come se riprendessimo i discorsi di allora senza alcuna interruzione temporale.

È la vigilia di Capodanno, e insieme al direttore Rossano Marra e a mia moglie Teresa, com'era già avvenuto nell'estate del 2010, abbiamo nuovamente il piacere di essere qui, nella bella casa del prof. Mario Marti e della sua gentile e amabile signora Franca.

Nell’ormai familiare salotto dove ci sistemiamo, tornano ad ammiccare dalle pareti alcuni ritratti d’autore del nostro sempreverde amico e maestro, fra cui uno, luminoso e intenso, firmato da Antonio Massari.

Sembra davvero che il tempo non sia passato. Forse il tempo – come ho già scritto – è davvero un’opinione. Non essendo fatto semplicemente di giorni, mesi, e anni. Ma piuttosto di sentimenti e passioni.

Non a caso, uno dei primi nomi magici che emerge e risuona anche in questo pomeriggio, tanto gradevole da sembrare più primaverile che decembrino, è quello del 'genis' (o flicorno), lo strumento musicale che Marti suonava da ragazzo nella banda di Cutrofiano, della quale suo padre Antonio, per tutti "Ucciu", era il direttore.

Il professore, il nostro grande Padre salentino, ci accoglie con un largo sorriso.

Rimane immerso nella sua poltrona, si scusa per non alzarsi, e ci abbraccia con autentica gioia. Ha un'aura di vecchio signore rinascimentale, di quei distinti padroni di campagna di una volta, aristocratici nel tratto e nell'animo, naturalmente autorevoli e splendidamente cortesi, che sanno guardare lontano, dentro e oltre il cuore degli uomini. Lo sguardo è sempre vivido di curiosità. La sua affabilità è schietta e entusiasmante. Come tutto di lui.

Mario Marti è visibilmente contento, e manifesta apertamente di sentirsi gratificato da questa nostra visita. Più oltre, attraversando con spirito il fitto intreccio delle nostre disinvolte chiacchiere da salotto, fra i tanti ricordi e la consapevolezza di aver avuto e donato molto, lo sentiremo commuoversi in almeno un paio d’occasioni.

Ma siamo noi, naturalmente, ad essere corrisposti in superiore e massima misura da questo piccolo immenso uomo, grati per il suo affetto e affascinati dalla sua prodigiosa vitalità.

 

Ci mostra, giustamente orgoglioso, e con gli occhi che si accendono di un brillio d’emozione, un libro fresco di stampa, in lingua inglese, che è sul tavolino di fronte a lui: Annali d’Italianistica 2013: Boccaccio’s Decameron: Rewriting the Cristian Middle Ages, pubblicato a Chapell Hill, U.S.A., dall’Università della North Carolina, fra le più antiche d’America, fondata nel 1789.

Non è, evidentemente, un libro qualsiasi. Ne abbiamo un’ulteriore conferma, aprendolo. Sul frontespizio, appena sotto il titolo, stampato in corsivo, campeggia un segno di stima elevatissimo, una onorificenza assoluta per un docente del suo livello: This 31st volume of Annali D’Italianistica is offered in homage to Mario Marti, scholar and mentor, the dean of all Italianists worldwide (“Questo 31° volume degli Annali d’Italianistica è offerto in omaggio a Mario Marti, studioso e mentore, il decano di tutti gli italianisti in tutto il mondo”).

C’è da entusiasmarsi d’ammirazione: un brivido di oggettiva elevatezza e d’orgoglio (salentino, e non solo), che non possiamo non percepire sensibilmente. Anche il Magnifico, sotto i baffi, sorride compiaciuto, con l’aria di uno dei suoi mille e mille studenti dopo aver preso un ottimo voto.

Conservando ben vigorose le sue qualità di sapienza, d'amore e di scintillante umorismo, il prossimo 19 maggio («...ma la data reale della mia nascita – precisa – è il 17: all’Anagrafe fui registrato due giorni dopo») il professore compirà la bella età di cento anni. Quando gli chiediamo come sarà celebrato l’evento, prima si schermisce, poi si emoziona, infine si accende di entusiasmo, assicurandoci che molti amici sono già al lavoro, e una festa ci sarà, eccome!, ma è ancora quasi segreta... Teniamo ad esserci, naturalmente.

 

Lui, intanto, è in splendida forma. Il sorriso è visibilmente aperto e rigenerante. La giustezza e il fascino delle sue considerazioni si traducono sempre in un arricchimento mentale e sentimentale. Sopra tutto emerge una vitalità d'interesse e un’attenzione inossidabilmente fresca e fiorente di sapienza e sentimento. Nessuno come lui.

Riscopriamo che è anche amante di calcio, tifoso della Juve e, naturalmente, del Lecce, ma (...dopo la signora Franca, s’intende!) i suoi amori di sempre – amori, come lui, senza rughe – sono Dante, Leopardi, la nostra madrelingua italiana, il nostro Salento, ricco di passioni e di cultura popolare.

Al contrario delle nostre signore, appena discoste, noi tre conversiamo in dialetto.

Viene spontaneo azzardare che il nostro vernacolo salentino, brillante e vivace, con una propria musicalità che lo fa amare anche dai forestieri, possa considerarsi fra i più belli d’Italia. Sorride. E precisa: «È solo 'campanilismo'. Un confronto del genere non è possibile: ogni linguaggio ha la propria valenza. Mia moglie è bergamasca, e il dialetto bergamasco, considerato da molti brutto e incomprensibile, per i Bergamaschi è, al contrario, bello e chiaro».

 

Gli tornano in mente, in fresca successione, gli studi superiori al glorioso Liceo Classico Colonna di Galatina, il grande filologo Raffaele Spongano, suo stimato docente di Letteratura Italiana «...che mi indirizzò alla Normale di Pisa», qui allievo di Luigi Russo. E poi la laurea, con una memorabile tesi su Giacomo Leopardi, il matrimonio con Franca, «...i bei tempi romani, quando abitavamo a Monteverde, e per andare fino al Liceo Scientifico in Piazza Mazzini, dove insegnavo, prendevo ogni giorno, spesso anche di pomeriggio, il tram della linea 28, un autentico viaggio...», l’incarico di docente all’appena nata Università di Lecce, le lezioni di letteratura italiana gremite da allievi affascinati, la nomina a Rettore, la cittadinanza onoraria di Lecce, gli innumerevoli testi, articoli, saggi, libri... E ancora a ritroso del tempo, rievocando luoghi, persone, affetti.

Stagioni lontanissime, eppure vivide e attuali. Sarà anzi questo il filo conduttore, benché non l'unico, della nostra conversazione: «Più si va avanti negli anni...» – rimarca il professore – «...più ci si allontana dall'attualità, dimenticando a sera perfino quello che si è fatto la mattina dello stesso giorno, e ricordando invece molto nitidamente alcuni episodi remoti, anche piccoli, che sembravano dispersi nel tempo».

Un fatto naturale, spiega laconicamente Marti. Lasciando intendere che esso non è una sorta di sterile rifugio nostalgico o di abbandono alla malinconia ma, al contrario, una risorsa connaturata per mantenere attivo il nostro complesso apparato fisiologico.

E riprende intanto il suo lucido percorso della memoria, portandoci quasi per mano, e di buon passo, fra ricordi, suggestioni, personaggi, magie: ricordando con stima e affetto, accanto ai suoi maestri, anche alcune personalità della cultura salentina di ieri e di oggi, come Zeffirino Rizzelli, Donato Valli, Pietro Giannini...

Ha parole d’elogio anche per il nostro quindicinale d’informazione: «Il Galatino è un foglio importante, che leggo spesso anch’io. Galatina ha sempre avuto questa bella vocazione editoriale e giornalistica: è un segno preciso di grande civiltà».

 

Con grazia festosa e discreta la signora Franca ci invita ad assaggiare la tradizionale pasta di mandorla leccese: così, il tipico ‘pesce natalizio’, che fa bella mostra di sé al centro del tavolino, viene sezionato e degustato, completando la piacevolezza di questo piccolo convivio.

Trapela anche, dai sorridenti ammiccamenti del nostro splendido padrone di casa, il tentacolare desiderio di esibirsi al suo amato armonium, per regalarci una sonatina di Mozart – com’era già accaduto nel precedente incontro, inondandoci di musica –, ma lo convinciamo a restare tutti giudiziosamente seduti al nostro angolo, accontentandoci di sorridere all’idea.

Di certo, è una verifica che le passioni e gli entusiasmi non hanno età, e non si spengono mai. È questa la grande Bellezza dell’uomo.

 

Mario Marti è sempre sorprendente. E il nostro è un aperto innamoramento per quest’uomo straordinario, così antico e moderno, solenne e sapido, eppure naturalmente semplice, confidenziale, sapiente, sereno: un esempio dei miracoli che sa fare la terra, anche la terra dei poveri, com'era il Salento dimenticato e quasi inesistente di cento anni fa, quando lui – ultimo di dieci figli, predestinato a diventare “il decano di tutti gli italianisti in tutto il mondo” – nasceva il 17 maggio, alla vigilia del primo conflitto mondiale, nel piccolo paese agricolo di Cutrofiano, provincia di Lecce, a sud del sud, ai confini del mondo.

Quando Rossano, prima di accomiatarci, gli chiede qual è il suo ricordo più antico, non ha esitazioni: «La mamma!», risponde con estrema prontezza. E ha un percettibile sussulto di commozione.

«Eravamo a Lecce, nella casa di via Casanello, vicino alla Caserma di Santa Rosa. Avevo due, massimo tre anni, non di più. E giocavo con lei a nascondermi. Nella mia ingenuità mi addossavo e stringevo il più possibile dietro una gamba del tavolo in cucina. Un nascondiglio precario, evidentemente... Mo’, secondu vui, put’essere ca la camba de nu tavulu scunde nu piccinnu?... Ma la mamma fingeva di non vedermi, si guardava intorno come disorientata, confusa, e a piccoli passi girava nella stanza, guardandosi intorno, e chiedendo a voce alta: - Ma addhu stae lu piccinnu miu? Addhù è sciutu lu piccinnu miu?...».

Grazie, Magnifico! Arrivederci alle tue prossime cento scintillanti primavere.

Roma, gennaio 2014


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