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L'opera lirica 1. Due prime di Butterfly in una settimana: a Torino e Firenze PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Gloria Papi e Giovanni Frosali   
Martedì 18 Febbraio 2014 10:49

Nella prima settimana di febbraio abbiamo assistito a due prime di “Madama Butterfly”  di Giacomo Puccini: martedi 4  febbraio la prima dal Teatro Regio di Torino, una prima virtuale grazie al collegamento satellitare, e  giovedi 6 la prima dal Teatro Comunale di Firenze dal vivo. Due Butterfly a distanza di due giorni, molto differenti fra loro, per gli interpreti ma soprattutto per la regia e le scene.

Epoca moderna, periferia degradata di una non ben identificata popolosa città asiatica, in mezzo a bancarelle di pesce, traffico di prostitute e insegne luminose occhieggianti al turismo sessuale: questa l’ambientazione della Butterfly di Damiano Michieletto, il trentottenne regista veneziano, ormai famoso per le sue regie azzardate. Pinkerton, il cattivo americano abituato soltanto a nutrire il suo ventre, diventa come logica conseguenza un vile pedofilo che profitta di una quindicenne. Scena carica e straripante di simbolismi, come le bambole che giacciono a terra nella “casetta-gabbia” con le pareti a soffietto.

Al contrario, la Butterfly di Firenze colpisce per il minimalismo (forse un po’ eccessivo) delle scene, eleganti e sobrie, icona di un Giappone fuori dal tempo, che accompagnano con discrezione lo spettatore-ascoltatore nel dipanarsi della vicenda fino al compimento della tragedia estrema, lasciando libero di gustarne a pieno tutta la forza e di abbandonarsi, volendo, al rivolo (magari secondario) che si sente scaturire da quella fiumana travolgente di sentimento che caratterizza la musica di Puccini. Perché lasciarsi imprigionare da una visione, neppure tanto originale poi, come quella di Michieletto, che in troppi punti risulta senza dubbio farsata e stridente, visto che altri autori hanno fatto altrettanto, come ad esempio Zeffirelli che ambienta una delle sue versioni di Pagliacci in una decadente periferia non ben identificata, ma con un risultato ben diverso? Così è per tutto il primo atto dove, dall’inizio alla fine, si cerca di capire come possa la delicatezza e la dignità di Butterfly amare così tanto un Pinkerton che si sposa palpeggiando ragazze squillo e canta il suo amore la prima notte di nozze scolandosi una bottiglia di liquore. Secondo Michieletto è il desiderio di riscatto che Butterfly identifica con il diventare “un’americana”, come quando accoglie il console Sharpless con le parole “Benvenuto in casa americana”. Ma come si può essere così limitativi e falsificatori!? Cio-Cio-San è giapponese fin nel midollo, ama le sue tradizioni, pensiamo a quando porta con sé la scatola (a Torino una valigia di plastica) con gli oggetti da donna e alla disperazione quando viene rinnegata, ma è disposta a rinunciare al suo mondo per amore. È proprio da questa giapponesina esotica, da questo fare di bambola, da questa figura da paravento che Pinkerton rimane abbagliato. Allo stesso modo Cio-Cio-San ama il modo di fare dell’americano, il suo ridere così “palese”, il suo essere “alto e forte”, i suoi movimenti così diversi da quelli giapponesi, fatti di gridolini e ventagli sulla bocca. Sono due mondi tanto diversi (quanto sconosciuti ai tempi di Puccini) che si attraggono, non per il turismo sessuale da una parte e per il desiderio di riscatto dall’altra, ma perché si piacciono. Solo in questa prospettiva si può apprezzare fino in fondo il sacrificio di Butterfly, dal rinnegamento dei parenti al karakiri finale.

Le dissonanze continuano nel secondo e terzo atto, dove la fronda di ciliegio è un barattolo che cola vernice, il bimbo che tutti chiamano biondo e con occhi azzurri è un giapponesino con capelli neri e lisci, occhi scuri e per di più con gli occhiali, discriminato e picchiato dai suoi coetanei perché la mamma lo ha reso diverso, a forza di dirgli che è un americano. La Butterfly di Michieletto è proprio un’alienata che non ha niente a che vedere con la Butterfly di Puccini. Questo aspetto ricorda la Traviata della Scala, proposta da Dmitri Tcherniakov per la serata inaugurale della stagione 2013-2014, che muore tra psicofarmaci e bottiglie di liquore, in uno squallore analogo. Ci viene da pensare che questo possa essere indice di poca stima da parte di registi innovativi nei confronti della donna. Oppure è solo una moda? Il vero violentatore di Butterfly non è Pinkerton, ma Michieletto che le ha tolto la sua dignità, facendone una donna che prende lucciole per lanterne. Invece Butterfly è una donna che ama fino alle estreme conseguenze qualcuno che è troppo diverso. È vero, è una storia ancora attuale, e per capirlo è sufficiente ascoltare l’opera e fare attenzione alle parole. La fede di Butterfly è incrollabile, la sua attesa è talmente eroica da diventare paragonabile ai grandi mistici. Purtroppo ama qualcuno che è troppo diverso.

Il fatto che fino ad ora si sia parlato solo di regia, dimostra che la direzione musicale ed i cantanti sono stati messi in secondo piano, e questo accade tutte le volte che la regia prende il sopravvento sulla musica.

Con riferimento alla Butterfly di Torino, una ripresa dell’edizione del 2012, il direttore era Pinchas Steinberg, un non più giovanissimo direttore di origine israeliana, con una lunga esperienza sui palcoscenici europei, sia in campo sinfonico che operistico. Steingerg ha studiato direzione a Milano con il nostro Antonino Votto,  di cui sono stati allievi anche Abbado e Muti. La direzione è stata asciutta senza tanti appesantimenti sdolcinati, ma anche non priva di tinte e chiaro scuri. Amarilli Nizza è stata una Butterfly che ha conquistato il pubblico sia per la voce che per la sua recitazione. La sua è stata una quindicenne, non truccata da orientale (non è chiaro se Michieletto abbia ambientato l’opera in Giappone), che si è presentata con jeans ed una simpatica maglietta rosa Hello Kitty. È piaciuta anche se la voce a volte manca di volume e può sembrare esitante. Buono il tenore Massimiliano Pisapia, un po’ troppo sfrontato sia scenicamente che vocalmente. Alberto Mastromarino è piaciuto per il notevole timbro ed una voce convincente. Discreta è apparsa Giovanna Lanza nelle vesti di Suzuki.

È difficile fare un confronto con il cast della prima rappresentazione di Firenze: Fiorenza Cedolins nelle vesti, questa volta giapponesi, di Cio-Cio-San,  Stefano Secco come Pinkerton, Julian Kim come Sharpless e Enkelejda Shkosa come Suzuki. Nella Butterfly fiorentina, a differenza di quella di Torino, la regia è al servizio della musica. La regia così essenziale e così minimalista di Fabio Ceresa, ha facilitato la direzione di Juraj Valčuha, che si è distinto per la sua essenzialità, senza accentuare troppo le leziosità pucciniane. La voce della Cedolins è ancora molto espressiva, con una vocalità calda e matura, ricca di sfumature, anche se rispetto alla Butterfly del 2003, sempre al Comunale di Firenze nell’edizione diretta da Daniel Oren e con la ripresa della celebrata regia di Pierluigi Samaritani, la voce ha perso un po’ di smalto. Certo è che il vecchio Teatro Comunale di Firenze ha una sala molto vasta che non aiuta le voci dei cantanti. Firenze è in attesa del nuovo Teatro Comunale che, anche se ancora non è pronto per le rappresentazioni operistiche, avrà una sala più a misura e più adatta per la voce umana. Comunque il ruolo di Butterfly si adatta alla Cedolins, che è capace di sfrondare il personaggio tutto lucciole ed ombrellini,  caratterizzandolo nella sua drammaticità di una bambola giapponese che diventa protagonista di un dramma intenso e lacerante. La Cedolins mette in risalto la figura eroica di una madre che si sacrifica per il figlio.

Il finale di Firenze ha una caratteristica che si differenzia da quanto è scritto sul libretto di Illica e Giacosa, secondo cui Butterfly si uccide e poi arriva Pinkerton chiamando ripetutamente “Butterfly! Butterfly!”. Invece nella Butterfly di Firenze, con la regia di Fabio Ceresa, prima si sente la voce di Pinkerton e poi il sacrificio di Butterfly, che ha acquisito la certezza che l’americano sia venuto a prendere il figlio. Bravo il Pinkerton di Stefano Secco, sempre misurato, con una voce generosa ed espressiva. Meno convincente è apparso lo Sharpless di Julian Kim. Brava nel ruolo della buona Suzuki la mezzosoprano albanese Enkelejda Shkosa.

 

 

 

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