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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home I mille racconti I mille racconti FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 23. Madre-matrigna
FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 23. Madre-matrigna PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 09 Marzo 2014 21:10

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Una scapestrata femmina di Cuculo fece tre uova. Il primo  nel nido del Rigogolo, il secondo  nel nido del Picchio nero, il terzo  nel nido de Cardellino. Depositò le sue uova la madre leggera, snaturata, e volò via a cuculiare nei boschi allegri, predire gli anni da vivere, abbindolando la gente, per solleticare l'amor proprio e compiacersi. Svolazzò senza sosta, cuculiò a più non posso e si ricordò tutto ad un tratto dei figlioli che aveva abbandonato nei nidi degli altri.

«E' arrivata l'ora di riprenderli sotto la mia ala» – si disse la femmina di Cuculo. «Chissà, come saranno felici i miei figlioli ad incontrare la loro madre naturale!»

Si avvicinò la femmina di Cuculo al nido dei Rigogoli, ma il piccolo Cuculo non rivolse neppure uno sguardo alla madre. Chiamava la madre e il padre dei Rigogoli. Accettava il cibo dal loro becco, riconosceva le loro voci e rispondeva soltanto a loro.

«Ahi, ecco come sei, ingrato! Sei uscito dal mio uovo e non vuoi neppure riconoscermi» – disse stizzosamente la femmina di Cuculo e volò al nido dei Picchi neri. Vide dentro al nido un pulcino di Cuculo e si precipitò verso di lui: «Ciao! Caro figliolo! Mi riconosci? Sono io, la tua vera madre!»

Il pulcino di Cuculo fu spaventato da quell’uccello mai visto prima, si mise a pigolare per tutto il bosco, chiamando a squarciagola i Picchi neri: «Mamma, babbo, volate qui, presto! Una signora estranea vuole portarmi via dal nostro nido!»

Arrivarono i Picchi neri e scacciarono a beccate la femmina di Cuculo. Non rimase altro alla femmina di Cuculo che volare subito verso il nido dei Cardellini, in cui il suo pulcino di Cuculo era cresciuto tanto grande da diventare due-tre volte più grosso dei genitori adottivi, i Cardellini, che andavano e tornavano dal nido come impazziti per imbeccare questo loro voracissimo pulcino.

«Se le cose stanno così», – pensò la femmina di Cuculo, – «questi due mi restituiranno, eccome, il mio mangione!»

«Prendilo» – dissero i Cardellini, – «il tuo trovatello. Noi due siamo davvero sfiniti per sfamarlo.»

Non appena sentì questo il pulcino di Cuculo, si mise a tremare tutto, sbatté le alette e pigolò lamentosamente, pietosamente: «Cari miei genitori, per me è meglio morire di fame che andar via dalle vostre ali, sotto l'ala di questa estranea.»

Si impietosirono i Cardellini, piansero persino insieme al pulcino.

«Ma no, caro figliolo, abbiamo scherzato, a nessuno mai, mai ti daremo, stai tranquillo, magari riposeremo meno, ma cibo e cure non te le faremo mai mancare.»

Si precipitò la femmina di Cuculo dal giudice di pace per cercare di farsi restituire i figli con la legge. Il giudice di pace in questo bosco era un saggio Gufo. In un battibaleno riusciva a sbrigare tutte le cause. E la causa della femmina di Cuculo la giudicò molto rapidamente. Secondo coscienza: «Una madre come te» – disse il Gufo alla femmina di Cuculo, – «è peggio di una cattiva matrigna!»

Secondo una saggezza popolare, emanò il verdetto: «Per essere una vera madre non basta partorire i figli. I veri genitori sono quelli che fanno crescere i figli!»


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