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L'erosione delle coste salentine – (9 e 11 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 10 Marzo 2014 07:48

L’Italia e le mosche cocchiere

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 9 marzo 2014]

 

Coste rocciose salentine chiuse per frana. Ferrovia in Liguria chiusa per frana (ne ha parlato persino Fazio al Festival di Sanremo). Le Dolomiti franano. Le spiagge sono portate via dalle mareggiate. Inondazioni, alluvioni. Sembra che la natura si accanisca contro di noi, le mosche cocchiere di questo pianeta. La mosca cocchiera è una figura proverbiale: si posa su un cocchio trainato da una mula e le impartisce ordini, sentendosene padrona, come di solito è il cocchiere rispetto a chi traina il cocchio. Ovviamente non riceve alcuna attenzione, pur restando nella convinzione di avere grande potere sulla mula. Tutto quello che vediamo attorno a noi, e che vorremmo stabile e docile ai nostri bisogni, è frutto di grandi sconvolgimenti: erosione, terremoti, deriva dei continenti, maremoti, alluvioni, frane e altre catastrofi hanno segnato la superficie del pianeta che ci ospita. Il mondo odierno è il risultato di processi di modificazione che sono avvenuti nel passato e che continuano anche oggi. Spesso i cambiamenti sono graduali, lenti, progressivi, ma possono anche essere bruschi e devastanti. Molte civiltà del passato sono state spazzate via da catastrofi naturali, e Pompei è solo il primo esempio che viene in mente. Pensiamo di essere noi a guidare il cocchio, e abbiamo modificato ulteriormente la fisionomia del territorio pensando di poterlo dominare come pare a noi. Siamo anche noi una catastrofe naturale, ma abbiamo la presunzione che i nostri interventi siano “migliorativi” e che possano imbrigliare la natura. E ci aspettiamo che durino nel tempo, che le cose restino come siamo abituati a vederle, o come le abbiamo messe noi, modificando quel che eravamo abituati a vedere e che non ci piaceva. Inutile dire che questi stratagemmi hanno vita breve, e poi la natura continua a fare il suo corso.

Tutta la costa rocciosa salentina, o quasi, è fatta di materiale molto friabile e facile da modellare. E’ per questo che ci sono così tante grotte marine. La grotta della Poesia è una cavità scavata dal mare, il cui tetto a un certo punto è crollato. Il mare da una parte, e le acque sotterranee dall’altra, hanno scavato nel nostro territorio e, con la loro azione, lo hanno costellato di strutture naturalissime, come le spunnulate, le grotte, i canyon. Tutti generati da erosione e crolli. E’ un processo naturale. Gli antichi lo sapevano benissimo, ed evitavano di costruire in zone con queste caratteristiche. Poi è arrivato il cemento, e addirittura lo abbiamo “armato” e ci siamo creati un’illusione di onnipotenza, iniziando a costruire dove non si dovrebbe. Prima sulla sabbia, e poi sulla roccia instabile. Abbiamo costruito strade, case, infrastrutture di ogni tipo. Le porzioni franose sono state imbrigliate, le spiagge sono state “protette” da massicciate, e persino le rocce sono state protette da roccia, come han fatto a Torre dell’Orso. L’impressione è: la natura è cattiva, ostile, ma noi siamo in grado di dominarla e di piegarla ai nostri desideri, alle nostre necessità. Mosche cocchiere. Ha ragione il Quotidiano a dire che ci sono stati molti convegni in cui si è detto che il mare è la nostra più grande risorsa, ma è anche vero che in molti abbiamo detto quel che ho appena scritto per l'ennesima volta. Il Salento è bellissimo e la natura ha costruito paesaggi magnifici. Così belli che tutti vorremmo avere una casa proprio lì. E il bello è che tutti si sono fatti la casa in quei bei posti. La presenza di tutte quelle case, di tutte quelle strade, ha distrutto la bellezza di quei posti e ora la Natura si vendica della stoltezza di chi ha pensato di avere il diritto di violentarla, e si porta via quello che avevamo incautamente costruito. La soluzione? Ovviamente la prima è la messa in sicurezza, con la chiusura di quel che potrebbe causare vittime nell’immediato. Ma bisogna iniziare a pensare ad un piano di demolizione di tutto quello che è stato costruito dove la natura non vuole si costruisca. Lo so che sembra mostruoso, ma tanto se non lo facciamo noi lo farà la natura. Lo sta già facendo. Ogni costruzione localizzata in un sito potenzialmente pericoloso va abbattuta. E anche quelle a una distanza di rispetto da siti pericolosi, perché i processi avanzano, e ci vuole spazio tra i posti che frequentiamo e quelli pericolosi. Ma poi, non trovo neppure giusto proibire alcunché. Il pubblico deve essere informato, e ognuno deve essere responsabile delle proprie azioni. Vuoi andare a sciare? Vai pure. Ti avverto che ci possono essere valanghe. Ci vuoi andare lo stesso? Liberissimo di farlo. Resti sotto la valanga? Fatti tuoi. Ti veniamo anche a salvare, persino con l’elicottero. Però il conto lo paghi tu. Vuoi costruire a Porto Miggiano? Accomodati. Quando quel che hai costruito finirà in mare, portato via da una frana, gli archeologi del futuro avranno di che studiare. E si chiederanno: ma chi poteva essere così scemo da costruire in posti così? Non era evidente anche allora che queste tipologie di terreno sono soggette a erosione? Però che ora non si chiedano i soldi pubblici per riparare i danni fatti dai privati. E l’incompetenza di chi ha dato le autorizzazioni e ha realizzato i lavori deve essere denunciata e scovata. E dovranno essere loro a pagare il conto. Incluso quello di rinaturalizzazione delle aree che hanno devastato.

 

 

Come risolvere il problema dell’erosione

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 11 marzo 2014]

 

Vorrei tornare sul problema dell’erosione lungo le coste salentine. Le ordinanze di chiusura del litorale pericolante non rovinano il turismo. Il turismo è rovinato dal modo in cui è tenuto il litorale. Se le rocce franano e ci sono rischi per chi frequenta la costa, il turismo viene danneggiato non da chi denuncia le frane e cerca di mettere al riparo chi potrebbe frequentare la costa. Il turismo, invece, viene danneggiato da chi non si rende conto del pericolo e non fa nulla, nella speranza che non avvenga niente. Come al solito, ci deve scappare il morto perché ci siano reazioni. Nel frattempo le amministrazioni tendono a minimizzare, accusando chi denuncia situazioni di pericolo con l’imputazione di danneggiare il turismo.

Tutta la costa deve essere messa in sicurezza. Non sono un geologo e penso che spetti prima di tutto ai geologi definire come intervenire nel modo migliore. A rigor di logica, però, mi sento di dire che imbrigliare con reti o addirittura gettate di cemento e massicciate tutta la costa pericolante non risolverebbe il problema. Penso che la cosa migliore sia di tenere sotto controllo ogni metro di costa e, una volta individuati i tratti pericolanti, sia necessario farli cadere, in modo da riportare la roccia ad uno stato di temporanea stabilità. Tutto ciò che rischia di cadere deve esser fatto cadere. Il nostro paesaggio si è formato in questo modo. Le spunnulate erano grotte marine o comunque grotte carsiche, poi la volta è crollata e ha formato queste strutture geologiche così frequenti lungo le nostre coste. In modo analogo si sono formati i faraglioni che troviamo sulla costa tra Torre dell’Orso e Torre S. Andrea. Alcune insenature sono formate da grotte marine la cui volta è crollata. Vogliamo coprire tutto con una bella colata di cemento? O addirittura imbrigliare tutta la costa con reti di contenimento? Vogliamo costruire barriere frangiflutti che smorzino l‘azione del mare? Queste soluzioni costano moltissimo e hanno durata temporanea. Dopo poco il problema si ripresenta. Nel frattempo la fisionomia di una costa in uno stato naturale viene radicalmente modificata dall’azione dell’uomo che, invariabilmente, ne diminuisce la valenza paesaggistica.

Molti interventi di questo tipo sono già stati fatti e sappiamo i risultati. Chi propone questi interventi di solito ha tutto l’interesse a farli. Può darsi che io non sia sufficientemente competente, però ho una richiesta da fare. Per quanto tempo un intervento di consolidamento della costa dovrebbe essere garantito da chi lo mette in opera? Mi spiego: se compro un’auto ricevo una garanzia del suo buon funzionamento. Ora le garanzie arrivano anche a sette anni. Quale garanzia ci si potrebbe attendere da opere di questo tipo? Io direi, visti i costi, che per una generazione non ci dovremmo pensare più. Una generazione significa venticinque anni. Chi propone questi interventi dovrebbe firmare una garanzia di buon esito degli interventi stessi per un periodo congruo. Se gli interventi non risolvono il problema, se non per uno o due anni, e poi il problema si ripresenta (come è avvenuto puntualmente sino ad ora) chi ha firmato deve restituire i soldi (pubblici) investiti per l’intervento e deve anche rimuovere (a sue spese) i resti degli interventi falliti. La firma deve essere messa da persone, non da ditte che poi falliscono e alle quali non si può più fare riferimento. Scommettiamo che nessuno firmerebbe un documento del genere? E anche gli amministratori, se scelgono una certa tipologia di intervento e spendono soldi pubblici per realizzarla, devono rispondere delle proprie scelte, se queste si rivelano inefficaci. Il principio di responsabilità deve essere fatto valere.

Se la Capitaneria emette un’ordinanza perché la costa è instabile, e l’ordinanza viene ritirata, di chi è la responsabilità se qualcuno, frequentando quella costa, viene travolto da una frana? Della Capitaneria che l’ha ritirata? O degli amministratori che a gran voce han chiesto che fosse ritirata? O di entrambi? In questi casi non si tratta di tragiche fatalità, è sotto gli occhi di tutti che i sentieri spesso passano in zone franose. Non si può far finta di non vedere. E spesso ci sono addirittura intere costruzioni che corrono il rischio di crollare, assieme alle rocce sulle quali sono state costruite. Nella totale incuranza dei segni inequivocabili che la natura ci offre e che non dovrebbe essere così difficile interpretare.

Ci dobbiamo adattare alla natura del nostro territorio. Nelle zone franose non si costruisce. Le zone franose devono essere messe in sicurezza man mano che si presentano situazioni di pericolo, con un continuo monitoraggio dello stato delle coste e una continua azione di messa in sicurezza. Lasciando, per favore!, inalterato il nostro paesaggio.

Le frane rovinano il turismo, e anche le colate di cemento. Così come rovina il turismo l’incuria che così spesso caratterizza il nostro territorio. Nel tempo tra oggi e l’inizio della stagione turistica c’è la possibilità di mettere in sicurezza la nostra costa con interventi mirati, facendo crollare oggi quello che comunque crollerà in un prossimo futuro. Fa parte dell’evoluzione delle nostre coste, e non possiamo pensare di fermare l’evoluzione. Non siamo così potenti.

[Le immagini mostrano: la prima Torre dell'Orso, con il muretto della strada situato sopra un precipizio. Le altre sono sul litorale tra Torre dell'Orso e Torre S. Andrea. Un posto bellissimo. Che va messo in sicurezza..... In una foto  si vede il sentiero che passa sotto una sottile lamina di roccia...].

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