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Cercavo il poeta ‘parlante’ nella scrittura, l’ho incontrato ‘muto’ nella fotografia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Alberto Augieri   
Lunedì 10 Marzo 2014 17:17

A proposito di una Mostra su Vittorio Bodini

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 2 marzo 2014]

 

Mi appassionano le mostre dedicate ai poeti, soprattutto quelle ‘riconoscenti’ che fanno ‘omaggio’ a quegli autori capaci di permettere, con la loro creatività di scrittura, ai luoghi che li hanno ospitati, gli stessi dove le mostre vengono allestite,  di potersi ‘ri-conoscere’ con le immagini dei loro versi, di ‘ritrovarsi’ nelle immagini della loro poesia.

Il riconoscimento avviene in una forma traduttrice che merita ‘ancora’ riflessioni, da parte di quanti creano un ‘corto circuito’ relazionale tra poesia e geografia, tra poeti e storia: come se la poesia rispecchiasse un’identità circoscritta entro una costellazione di luoghi ‘amministrati’; come se i poeti registrassero una storicità inscritta entro una ‘impaginazione’ di fatti ed eventi reali e solo realmente accaduti.

La realtà del poetico è una sur-realtà (penso a Bodini, ad esempio, traduttore einaudiano dei poeti surrealisti spagnoli; poeta ‘in proprio’ di immagini surreali, non realistiche, né ermetiche, per le quali rappresenta un’eccezione nel panorama letterario del ‘900 italiano), da cui affiora il vero, perché la poesia non rispecchia, ma traduce in immagine e l’immagine è coscienza di parola, profondità transgrediente. Che trasforma, ‘mette in causa’, interroga la realtà nel suo ‘essere più vera’, in quanto simbolicamente liberata dalle costrizioni in cui la storia ‘in superficie’ e dell’umanesimo ‘mai avverato’ l’ha costretta entro la necessità dei poteri, scambiata per potere della necessità.

E così la poesia, ogni testo di poesia, è ‘opera aperta’, è senso singolare (non individuale), che include un senso plurale, un senso di rêverie, l’equivalente di un senso possibile, parlato da una parola che non istituisce, non circonda, non designa, non protegge, non guida, non limita, non prescrive, non controlla, ma evoca, esplora, esprime, svela, concepisce rapporti nuovi, somiglianze inedite, con le quali anche il lontano più estraneo si appaesa, ‘fuori’ però del senso semplicemente comune; anche il senso più familiare si allontana senza diventare comunque straniero. Si pensi alla parola poetica bodiniana, in cui un surreale non evasivo rispetto al reale trasforma questo in un’esistenza ‘perturbante’, eppure inclusiva entro un’aperta co-essenza: si pensi, ad esempio, a versi, quali: “ - Che erba hai in mano?- Ho un mazzetto/di balconi e di capre/di calce azzurra […]”.

Ebbene, la mostra (ogni mostra), per il suo carattere prettamente documentario ed iconico, prende alla lettera, invece, il contenuto che mostra, riducendo la dimensione estetica di un poeta; creando oggettivamente una sproporzione tra l’essere poeta dell’uomo e l’essere uomo del poeta.

Prendo come esempio tangibile la mostra su Vittorio Bodini, ospitata, a cominciare dal 22 febbraio scorso,  nell’accogliente e suggestivo MUST, entro il cuore ‘non solo’ barocco del Centro storico di Lecce: la fotografia prevale di molto sulla scrittura, la quale è essa stessa concepita in chiave di ‘fotografia’, sì da essere costretta a fare da mostra ‘apparente’ e sostitutiva della scrittura vera, che ‘vive’ per fortuna solo nei libri. I quali però sono i grandi assenti della mostra.

Confesso che nel guardare le copertine dei libri di/e su Bodini, e pure di quelli a lui dedicati da parte di autori non solo italiani, con nomi impegnativi, come R. Alberti, P. Neruda, Ungaretti, Vittorini, Volponi, Zavattini, ho sentito in me un senso forte di assenza: ad essere mostrato era l’appiattimento di fotografie di copertine, ma non la voluminosità di libri con copertine.

Possibile? Una mostra di un  poeta senza i suoi libri di poesie nelle loro varie edizioni: eppure, un  poeta non è soprattutto autore? Mancando le scritture poetiche, dov’è l’autore, il poeta?

Certamente non si trova nel solo Bodini giornalista, recensore di letteratura spagnola, visibile nelle tante ‘fotocopie’ raccolte tra le pareti di una stanza delle mostra.

A dire il vero, la scrittura è talmente ‘latente’ che non appaiono neppure commenti scritti, didascalie storico-critiche, con cui informare e commentare con le parole ciò che appare nelle foto. Mancando la scrittura commentativa, dov’è il critico?

Insomma, la mostra su Bodini manca delle ragioni testuali che fa del ‘mostrato’ un poeta; è priva delle ragioni critiche che fa di lui un poeta ‘non anonimo’, dunque degno di una mostra.

Eppure, l’Università del Salento tanto ha scritto sulla poesia di Bodini, molto ha detto, molto ha organizzato con convegni, seminari, incontri di lettura.

Ricordo le conferenze di Oreste Macrì, le lezioni di Mario Marti, Donato Valli, Ennio Bonea, Armida Marasco, i dialoghi con Antonio Mangione, Nicola Carducci, Rina Durante, Francesco Lala, Luciano De Rosa, per ricordare il tempo dell’immediato ieri; segnalo gli interventi critici dell’amico Lucio Giannone, per cogliere un’attenzione che rimane e continua.

L’autore Bodini spiegato, commentato, interpretato per anni come poeta emblematico con cui riconoscerci nel ‘qui’ del nostro appartenerci; come poeta di ‘attraversamento’ con cui conoscere il ‘là’ mediterraneo del nostro ‘parteciparci’, nello scoprire un Sud plurale, pur nella singolarità del vivere ‘a Sud’.

Il risultato è che nei locali in cui è ospitata la mostra ho incontrato nella scenografia fotografica  Bodini  marito, Bodini padre; Bodini poeta vincitore di premi, il poeta di successo, insomma, l’arrivato frequentatore occasionale di scrittori ‘famosi’, ma non Bodini poeta, narratore, intellettuale critico, traduttore, docente comparatista: su cui ci sarebbe tanto da dire ed informare, magari con la presenza degli studenti, durante interventi da organizzare dentro i locali della mostra stessa.

Per concludere: mi ha colpito un particolare della mostra, che promuovo a sintomo di molta significazione. Nella stanza finale è ‘fatta mostra’ della ‘fine’ del poeta, con i tanti commenti da parte di giornali locali e nazionali, a proposito della ‘morte’ dell’uomo Bodini: una sorta di sua ‘glorificazione’ giornalistica, che non può coincidere però con ciò che di un poeta non muore senza bisogno di gloria.

Il suo scrivere immagini non scontate, con cui far immaginare ancora e dopo, fino ad un futuro proiettivo, sempre possibile, perché è poeta, come Bodini, chi ci insegna a scoprire anche in una pietra “un rizzonte/e l’orizzonte un desiderio/di spaccarsi, di fendersi/ in melagrane”, in un frutto cioè che segna, che simbolizza sin da un passato, ‘mai passato’, l’abbondanza.


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