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“Manon Lescaut” di Puccini al Teatro dell’Opera di Roma PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni Frosali   
Venerdì 14 Marzo 2014 07:50

La Manon Lescaut era molto attesa al Teatro dell’Opera di Roma la sera del 27 febbraio 2014, in quanto costituiva un triplice debutto del soprano Anna Netrebko: la prima volta che cantava Manon di Puccini, la prima volta sul palcoscenico della capitale e la prima volta sotto la direzione di Riccardo Muti. Come ammiratore di Anna Netrebko, sarei portato a parlare subito di lei, tessendo di lodi e complimenti la sua Manon, invece comincerò dal maestro  Riccardo Muti perché la cosa che mi ha colpito di più nella Manon di Roma è stato proprio il direttore.

Muti è ormai, nei suoi 72 anni, un direttore con una maturità ineguagliabile e,  ora che è venuto a mancare Clau-dio Abbado, è senz’altro il mi-glior rappresentate dell’arte direttoriale italiana. Erano tan-ti anni che non sentivo dal vivo il Maestro, anche se ho seguito il suo periodo a Firenze col Maggio Musicale con una particolare assiduità, dal 1968 al 1980:  come non  ricordare L’Africana del 1971 con la J.Norman, l’Attila del 1972 con la L.Gencer, Un Ballo in Maschera del 1971 con R.Tucker, il Guglielmo Tell del 1972 con N.Gedda, il Nabucco del 1977 con C.Deutekom, il Macbeth del 1975 con K.Paskalis, il Trovatore del 1977 con F.Cossotto, I Vespri Siciliani del 1978 con R.Scotto, ecc. Allora il giovane Maestro si presentava come un direttore innovatore, capace di riscoprire la musica di Verdi per tanti anni appesantita dalla routine quotidiana e di rendere fresche opere poco rappresentate come L’Africana di Meyerbeer. Successivamente, pur continuando ad ascoltare le sue tantissime incisioni, mi sono un po’ allontanato dal Maestro, non tanto perché egli fosse passato a dirigere in altri teatri spostandosi da Firenze, ma soprattutto perché non condividevo più nelle sue incisioni verdiane i tempi esageratamente stretti, le scelte vocali, le eccessive pignolerie. Come dice Philip Gossett, perché essere esageratamente accurati, rigidi ed esigenti nella lettura delle partiture, quando poi molte di queste, a causa delle storture introdotte dai copisti e dalle tradizioni negli anni, soprattutto nell’ottocento, non preservano puntualmente la musica di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, e così via? Il discorso sulle tradizioni esecutive da una parte e sulle edizioni critiche delle opere e dell’interesse di Muti per queste da un’altra ci porterebbe troppo lontano.

A Roma non ho ritrovato la dinamicità e la precisione dei gesti di Muti di allora, ma ho trovato in compenso un Muti maturo, sicuro, capace di dirigere Puccini, mettendo in risalto allo stesso tempo sia gli aspetti sentimentali ed intimisti sia quelli tragici, con un tocco di  edonismo che non guasta.

Se qualcuno riteneva Riccardo Muti verdiano e legato alla scuola napoletana, e non lo riteneva adatto a Puccini ed al Novecento, si deve ricredere.  A Roma ha saputo dare luce alle varie tinte di cui è costellata un’opera come Manon, un solo esempio per tutti: l’intermezzo, nato come preludio all’atto terzo.  A costo di scandalizzare qualcuno voglio dire che Muti ha fatto emergere quegli accordi mascagniani che rendono a quest’intermezzo tutta la sua toscanità.

Passiamo ora ai cantanti.

Io credo che per la tessitura di un’opera come Manon, ma anche Butterfly e Tosca, non sia sempre conveniente la scelta di un soprano lirico puro, anche se ne abbiamo sentiti tanti, e fra tutte c’è da ricordare la grande Mirella Freni. La Manon è ricca di recitativi cantati, pieni di espressioni emotive, passio-nali, erotiche e un soprano che possegga anche tinte più drammatiche e più scure è da preferire.

E il pregio migliore di Anna Netrebko è quello di dare a Manon una voce spessa, piena di colori, soprat-tutto nei recitativi cantati, un timbro brunito che si adatta alla partitura di Puccini, dove la musica non è più un semplice accompagnamento e dialoga con la voce in un tutt’uno.

Che importanza ha se un soprano canta bene la sua aria se poi nel resto dell'opera è quasi assente? L'opera di Puccini non è un’opera da primi dell'ottocento quando fra un’aria e l'altra gli spettatori potevano fare di tutto da mangiare a divertirsi. L'opera di Puccini è un tutt'uno. I recitativi cantati sono importantissimi e ci vuole un buon cantante che sappia dare al fraseggio il peso giusto e non lo riduca al solo risparmio della voce per i pezzi a seguire.

Anna Netrebko ha una voce generosa, che arriva subito anche grazie ad una dizione precisa e a un fraseggio chiaro. I suoi accenti accompagnati da un bel timbro sono accattivanti, e ben si addicono alla figura di Manon. Il suo muoversi sulla scena arricchisce la rappresentazione. Chi si aspettava una Manon volgare è rimasto deluso perché la Netrebko ha saputo misurare la sua sensualità, il suo carisma e la sua aggressiva bellezza alla figura sfaccettata della Manon di Puccini.

Incominciamo con l'ingresso della Netrebko (Manon). Alle parole di Des Grieux "Cortese damigella, il priego mio accettate: dican le dolci labbra come vi chiamate...", lei, modestamente e con semplicità (come dice il libretto), risponde "Manon Lescaut mi chiamo."  La sua voce emerge subito, si impone sulla scena, seppure modestamente e con semplicità, così come fa nello stesso punto la grande Maria.

Un altro momento, che mi è rimasto nella mente, è al termine del primo atto: quando DesGriex con calore chiama “Manon, Manon! V’imploro!” e Manon risoluta risponde “Andiam!”, Muti lascia cantare i due giovani, che scandiscono con decisione le frasi e poi lascia esplodere l’orchestra in uno di quei fortissimi di cui Puccini è autore maestro.

E qui si potrebbe subito intavolare una lunga discussione, se la voce di Manon (direi delle donne di Puccini) debba essere leggera con un timbro non grave di una donna giovane oppure se debba avere anche la voce grave e decisa di una eroina. Il mio giudizio è chiaro: la voce della Netrebko si adatta alla perfezione alla Manon. La vorrei sentire in Madama Butterfly, ancora sotto la bacchetta di Muti, in un’opera dove alla povera piccina, con i suoi quindici anni netti netti, si contrappone un’infelice madre capace di tutto anche del supremo sacrificio della vita. Il timbro maturo della Netrebko che riesce a toccare i suoni gravi senza comunque avere limiti nelle zone più acute non deve ancora rivolgersi a Wagner, come qualcuno dice citando l’Elsa del Lohengrin. Ci sono ancora eroine di Puccini da studiare e da cantare, dove i valori scenici del nostro soprano potranno essere rivalutati, e Wagner può essere ancora lasciato da una parte.

Oltre alla bella voce, nei momenti più lirici dell’opera come “In quelle trine morbide”, “L'ora, o Tirsi, è vaga e bella...”, “Sola, perduta, abbandonata” si è apprezzata anche la grande attrice.

Rimane da parlare degli altri cantanti. Vorrei farne a meno visto che la rappresentazione è stata dominata da Muti e dalla Netrebko. Nessuno era all’altezza del soprano, anche se i difetti emersi non hanno danneggiato più di tanto la rappresentazione. A dire il vero, capita spesso che Muti abbia un cast non perfetto, e che lo spettacolo riesca comunque ad essere più che accettabile. Come esempio si pensi al DesGriex di Cura alla Scala ed ora in DVD, un tenore che sembra strozzarsi da un momento all’altro e che poi nei punti salienti riesce a dare quelle emozioni che Puccini ha scritto.

Il giovane tenore Yusif Eyvazov, nonostante il tanto declamato successo in Otello a Ravenna nel novembre scorso, ha mostrato una voce disomogenea, a volte ingolata, a volte incolore, spesso non piacevole a sentirsi. Si è fatto sopportare fino alla fine perché la voce non gli manca, ma per la Netrebko occorreva un partner di altra levatura. Gli altri cantanti come Giorgio Caoduro nel ruolo di Lescaut, Carlo Lepore nel ruolo di Geronte e Alessandro Liberatore nel ruolo di Ed-mondo si sono fatti apprez-zare senza eccellere.

La regia della figlia Chiara Muti ha suscitato qualche polemica, ma è sci-volata via in maniera sempli-ce, con un allestimento tradi-zionale, ricco di costumi e di luci. In un periodo come quello odierno, in cui i re-gisti ne combinano di tutti i colori, credo che una regia anche se ritenuta manieristica come quella di Chiara Muti sia da preferire.

A parte la prima sera quando qualche “buh” si è lasciato sentire, lo spettacolo è stato apprezzato dal pubblico, con un teatro sempre pieno, vivace negli applausi e positivo nelle critiche. Ci auguriamo davvero di riascoltare presto Anna Netrebko, in un’opera che lasciamo scegliere a lei, sperando che sia incoraggiata a tenere conto sia dei suoi pregi che dei suoi limiti.


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