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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
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Programma Aprile 2022
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Home Universitaria Universitaria SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 89 - (19 marzo 2014)
SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 89 - (19 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 20 Marzo 2014 17:16

Università e lavoro: un corto circuito da riparare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 19 marzo 2014]

 

Cinquanta, quaranta, trent’anni fa, i contadini, gli emigranti, gli artigiani, gli operai, gli impiegati, i pochi maestri elementari, le casalinghe, si toglievano il pane dalla bocca – senza nessuna metafora- per mandare i figli alla scuola superiore e poi all’università. Sapevano perfettamente che l’istruzione  li avrebbe affrancati dalla miseria, dalla miniera, dal lavoro alla giornata, che un titolo di studio gli avrebbe concesso una professione rispettata, una sicurezza economica. Tutta la loro esistenza si fondava sulla speranza di un figlio professore, ingegnere, medico, avvocato, architetto, commercialista. Non avevano altri sogni. Mai una volta al cinema. Mai una vacanza. Al ristorante si andava soltanto per il matrimonio di un parente. Basta. Era gente che in silenzio  pensava quello che diceva Nelson Mandela: “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare un medico, che il figlio di un minatore può diventare il capo della miniera, che un bambino di contadini può diventare il presidente di una grande nazione, perché l'educazione, l'istruzione e la formazione sono le armi più potenti per cambiare il mondo”.

Tutti coloro che adesso sono professionisti affermati in ogni settore, scienziati riconosciuti a livello internazionale, vengono da quelle famiglie di povertà dignitosa e di saggezza sovrumana, che

rappresentano la testimonianza vivente di quelle lucide e anche commoventi parole scritte nell’articolo 34 della Costituzione: i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Padri e madri, privi di mezzi, mandavano i figli a scuola, dunque.

Per anni, per decenni, le iscrizioni all’università sono cresciute costantemente. In alcune facoltà, soprattutto in quelle scientifiche, in maniera significativa.

Poi il crollo. In dieci anni, a livello nazionale, si sono avute 78.000  immatricolazioni in meno. A questi numeri si devono aggiungere quelli degli abbandoni durante il corso di studi.

Il primo dei tre motori di ricerca individuati dalla Commissione europea  nella strategia Europa 2020 per uscire dalla crisi e affrontare le sfide dell’economia è la crescita intelligente attraverso la promozione della conoscenza, dell’innovazione, dell’istruzione.

Tra i cinque obiettivi c’è la riduzione del tasso di abbandono scolastico, che dev’essere inferiore al 10%, e il raggiungimento di una soglia minima del 40% di giovani con una laurea o un diploma.

Dalla posizione in cui ci troviamo, l’Europa rimane lontana. Se non si riesce a far quadrare innanzitutto questi conti, sarà difficile riuscire a far quadrare tutti gli altri.

C’è chi dice che la diminuzione delle iscrizioni all’università è prevalentemente determinata dalla crisi che ha squadernato gli assetti economici delle famiglie, e forse è anche vero. Ma la crisi non avrebbe prodotto questa tragedia se ci fosse stata almeno una prospettiva concreta di quella che viene chiamata spendibilità del titolo di studio e che sostanzialmente significa possibilità di fare il lavoro per il quale hai studiato o comunque qualcosa che a  quegli studi non risulti completamente estraneo.

Nel tempo di sei anni, il numero di laureati che cerca occupazione è più che raddoppiato. Per architetti, medici, veterinari, laureati in giurisprudenza, è triplicato

Nel 2008, quelli con laurea triennale che riuscivano ad avere un contratto a tempo indeterminato erano il 41,8%, quelli con laurea specialistica il 33,9. Ora si è passati rispettivamente al 26,9  e al 25,7 per cento. Le retribuzioni sono passate da 1.300 a 1.000 euro al mese . Insomma, cifre da scialare. Che però sono un sogno per chi non ha nemmeno quelle.

Questo riferisce il rapporto Almalaurea.

Allora il calo delle iscrizione all’università non è determinato dalla crisi economica ma dalla caduta dei ponti tra la formazione universitaria e il lavoro.

In questa situazione diventa inevitabile chiedersi quale tensione di sviluppo possa avere un paese che non ha generazioni con competenze adeguate, coerenti con quelle che sono le richieste dei settori produttivi, dei contesti culturali.

Diventa inevitabile chiedersi quali conseguenze comporta l’impossibilità, o la difficoltà, di confrontarsi con i livelli di formazione che raggiungono i giovani di altri paesi europei ed extraeuropei. Con quali strumenti si affronta non solo la crisi ma la continua trasformazione, anche di carattere positivo, dei contesti

culturali, sociali, economici, se manca la formazione che consente di entrare in quei contesti.

C’è sempre più bisogno di forme di pensiero che siano in grado di decifrare, interpretare, gestire i fenomeni. A volte anche di prevederli.

Dunque: se non ci sono molti dubbi sul fatto che la formazione universitaria risulti necessaria e per certi aspetti indispensabile, allora è altrettanto indispensabile che l’università recuperi la sua forza d’attrazione. Ma non può farlo senza una programmata, sistematica, strutturata collaborazione con la scuola superiore. Non può farlo senza un progetto e un processo di orientamento: che non può limitarsi ed esaurirsi in visite frettolose, confuse e disorientanti, che accadono senza niente prima e si concludono con un niente dopo. Né può circoscriversi all’ultimo anno della scuola superiore. Occorre cominciare già dal terzo anno, almeno. Gradualmente, sistematicamente, calibrando gli interventi. In modo che lo studente non si ritrovi nel giro di un mese a vagare in un universo sconosciuto. In modo che possa scegliere avendo la possibilità di comparare, con cognizione, verificando se ha veramente l’intenzione di confrontarsi con la specificità di quegli studi. Ma soprattutto: è urgente potenziare la sfera della motivazione. Se non si può, ora, sostenere la relazione tra il titolo di studio e la qualità del lavoro, o semplicemente la certezza del lavoro, allora si deve recuperare quella dell’indispensabilità della formazione nella conformazione della personalità, nel pensare e nel fare di ogni giorno. Ma senza luoghi comuni, senza retorica, senza astrattezze. Probabilmente dimostrando che una formazione consistente risulta necessaria anche per affrontare l’amarezza, l’avvilimento, il senso di vuoto esistenziale generati   dall’incertezza, dalla precarietà, dal disagio,

Non è facile, certamente. Ma al momento è l’unico tentativo che possiamo fare. In attesa di tempi migliori. Con la speranza che l’attesa non  sia vana.


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