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La lanterna di Diogene 3. Il bisogno di scrivere PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 28 Marzo 2014 06:59

["Il Galatino" XLVII n. 6 del 28 marzo 2014, p. 8]

 

Quando andavo, come alunno, alla scuola dell’obbligo, i miei bravi insegnanti ripetevano una definizione dell’Italia come terra di “poeti, navigatori ed eroi”. La cosa ci lasciava indifferenti perché, a quella età, forse l’unica prospettiva che ci allettava era quella di diventare giocatori di calcio o, se ci pensavamo come futuri eroi, si trattava di divenire come quelli che vedevamo nei film western e che combattevano contro gli indiani. I fumetti a strisce che compravamo ci convincevano di questo. E chi di noi, anche da adulto, non si sente un po’ eroe in una società travagliata ed insicura dove bisogna affrontare e vincere tanti ostacoli quotidiani?

Ma non è di questo che voglio parlare, ma di un’altra cosa che mi ha sorpreso: l’Italia e il Salento, se non sono terre di eroi, sono sicuramente sono terre di poeti. Perché dico questo? Perché negli ultimi anni ricevo libri di poesie di amici o conoscenti, che me li inviano come atto di omaggio o anche per avere un giudizio sul loro profilo poetico. Poi altri amici e amiche mi presentano raccolte di poesie inedite chiedendomi un giudizio e, se il mio giudizio è positivo, anche una valutazione scritta talvolta utilizzata come introduzione o postfazione. Io leggo tutto ciò sempre con enorme e convinto piacere, anche se talvolta mi sento in dovere di dire che, a mio parere e, aggiungo, che non è il parere di un addetto ai lavori ma di un semplice lettore, forse quegli scritti vanno rivisti globalmente oppure l’autore che dovrebbe rivederli in alcuni punti prima di renderli pubblici.

Ma non voglio parlare soltanto di questo nuovo aspetto della mia occupazione, che svolgo sempre con piacere e gratuità, bensì del fatto che si ha bisogno di scrivere il proprio vissuto in forma lieve, sonora, metaforica. Penso, tra l’altro, che ognuno di noi abbia scritto qualcosa in versi (non necessariamente in rima) nella propria vita. Da che dipende tutto ciò? Può dipendere dal fatto noi, essendone consapevoli o meno, ci raccontiamo a noi stessi e, raccontandoci e mettendo per iscritto il nostro vissuto, lo razionalizziamo e ci diamo spiegazione di tante cose. Questa è la finalità soprattutto del diario personale, perlomeno sino a quando si usavano i diari personali. Famoso quello di Anna Frank che nacque in maniera imprevista. Come sappiamo, la famiglia, ebraica, della tredicenne Anna, si era nascosta in una casa dove sperava di non essere rintracciata e, quindi, finire in campo di concentramento. Il giorno seguente al trasferimento in quella casa di amici, cadeva il compleanno di Anna. Lei, alle luci dell’alba, si alzò da letto per vedere che regalo avessero lasciato, come sorpresa, i genitori. E cosa trovò? Un diario. Non ne rimase molto contenta, anzi all’inizio fu sopraffatta dalla delusione. Poi pensò e disse a se stessa: “Ma io volevo un’amica. Ora non ho nessuna amica. Il mio diario sarà l’amica”. E così fu e ci donò uno dei testi più letti in Occidente.

Fatti i dovuti “distinguo”, la stessa funzione ha lo scrivere poesie, cioè quella di narrarsi e comunicare agli altri per metafore o per racconti, che hanno una scrittura lieve e sonora. Ha scritto Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la poesia nel 1958: “Ognuno di noi sta solo nella terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera”. La poesia è, sì, solitudine ma è anche un raggio di sole che noi diamo a noi stessi e che partecipiamo agli altri. Un modo civile, discreto, bello di parlare di noi all’altro. Mi viene da dire che finché ci sono poesie, al di là del loro valore letterario, ci sarà civiltà umana.


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