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Rileggendo il poeta vernacolare galatinese Uccio Giannini. La filastrocca de lu “Ci… ci” PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Venerdì 04 Aprile 2014 06:47

["Il Galatino" XLVII n. 6 del 28 marzo 2014, p. 3]

 

Di tanto in tanto, anzi di più, mi piace fare qualche passeggiata nella mia biblioteca di casa.

La mia biblioteca di casa non ha strade, né tanto meno viali alberati, parchi o altre amenità del genere. Essendo, però, disposta in più luoghi, ripartita in più libreriole  divise, in mozziconi di libreria sparpagliati qua e là, fino ad essere rappresentata talora da gruppetti anarchici di volumi dimoranti ai margini di un tavolo o di un comò, sconfinati magari in cucina e in altri luoghi non proprio deputati,  talaltra in raccolte ben disordinatamente ordinate in salotto, spesso sotto o sopra una poltrona (più spesso sotto e sopra), allora si potrebbe anche dire che, in siffatta gioviale e fantasiosa disposizione, la mia biblioteca di casa permette, di tanto in tanto, lunghe ‘passeggiate’ sui generis, con incontri tuttavia sorprendenti, quando non anche oltremodo gratificanti.

Come l’incontro di domenica scorsa, allorché mi sono svegliato di buon’ora (il dodicesimo tocco di mezzogiorno mi è sembrato per l’appunto un’ora più che buona per svegliarsi la domenica mattina), levandomi per di più con l’uzzolo, ovverosia la voglia, il capriccio, il ghiribizzo (vedete come si riesce a parlare quando si va in biblioteca!) di rileggere le poesie – satiriche e giocose – di un gagliardo poeta dialettale galatinese, raccolte in un bel volumetto a cura dell’amico Gianluca Virgilio, conservato in bella vista da qualche parte. Il volumetto, ovviamente, non Gianluca.

Cammina che ti cammina, in tale ansiosa passeggiata domenicale, e gira che ti rigira senza veder sortire l’ambito libro sepolto chissà dove, eccolo finalmente, a speranze quasi esaurite, che appare in un angolo, celato ma non del tutto, sotto una pila di vecchi giornali umoristici, i quali se la ridevano in sordina da un bel pezzo (del sottoscritto, presumo, unico passante in quei paraggi, e per di più in pigiama all’ora di pranzo…).

Allegria!, direbbe il vecchio Mike. Il libro si è rivelato. Saluto quindi con gioia Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi (questo il titolo della silloge poetica, edita nel 2011 dalla Edit Santoro); mi vesto in pochi minuti, appena in tempo per evitare le rappresaglie legittime di mia moglie Teresa, che di solito è già in piedi alle sette del mattino, domenica compresa;  e scorro qualche pagina, alla ricerca precisa di una lunga composizione che ricordavo essere particolarmente spiritosa e frizzante.

La ritrovo subito, infatti: è “La filastrocca de lu Ci… ci”, quasi in pole position, a pagina 21, subito dopo la bella introduzione di Virgilio, della quale, peraltro, mi piace riportare questo sensibilissimo passo: «...Le opere di uomini, che in vita si affaticarono tanto, sembrano consumarsi e disperdersi alla loro morte, e di esse sembra non rimanere più nulla. Ma i legami intrecciati da ognuno rimangono ben saldi nel ricordo degli altri, se si è ben operato. E allora soccorre l’affetto dei familiari e degli amici, che offre al defunto un prolungamento di vita, una continuità ideale, e attesta una rinnovata presenza, al di là del lavorio distruttivo della morte. La presente raccolta postuma di poesie, fortemente voluta dai familiari e dagli amici di Uccio Giannini, è il frutto di quell’affetto».

La filastrocca de lu Ci... ci” è una delle composizioni più note e brillanti – un’autentica ballata filosofico- esistenziale – di Pantaleo “Uccio” Giannini (Galatina, 1928-2010): in 28 quartine di versi senari agili, schioppettanti, allusivi, il poeta gioca, si diverte, scherza, ride, sorride, irride, affonda lo stilo dell’ironia nei molti vizi e nelle rare virtù dell’uomo, con sardonico garbo, quasi sorvolando, passando  in rassegna tipi e controtipi, fatti e misfatti, snocciolandoli come grani di un rosario perpetuo, lasciandoci infine, in chiusura della sua filastrocca, un recondito invito a continuarla, e a distillare per nostro conto la restante varia umanità non esaminata (...credu su’ pocu / li rescurdati..., conclude il Nostro ), pronta ad essere anch’essa opportunamente denudata in questa sorta di burlesco giudizio universale.

 

Ce sangu de vita:

ci nasce, ci more,

ci chiange e ci ride

cu tuttu lu core.

 

Ci tene furtuna,

ci porta scalogna,

ci tene la tigna

e ci puzza de fogna.

 

Ci balla e ci zumpa,

ci sbaja e ci falla,

ci scioca a tressette

e ci scioca alla palla.

 

Ci tene la zita

e la notte nu dorme,

ci tene mujere

e ci tene le corne.

 

Ci tene turnisi,

ci firma cambiali,

ci vide ssai bonu

e ci tene li cchiali.

 

Ci tene le scarpe

e ci ve’ scazatu,

ci de la vita

se sente bbinchiatu.

 

 

 

 

 

Ci se strafuca,

ci mangia picca,

ci pe la fame

lu piattu si llicca.

Ci mangia rape,

ci mangia cicore,

ci ve’ carceratu

e ci resta de fore.

 

Ci ede tristu,

ci invece quetu,

ci mangia pasuli

e poi sfiata de retu.

 

Ci s’azza prestu,

ci s’azza tardu,

ci frisce cu l’oju,

e ci usa lu lardu.

 

Ci nasce fessa,

ci intelligente,

ci prima se nzura

e dopu se pente.

 

Ci face mbroje,

ci sbroja matasse,

ci face de tuttu

cu nu paca le tasse.

Ci ve’ fuscendu

e dopu se stracca,

ci suca puru

le minne de vacca.

 

Ci è tenerieddhu,

ci è tostu de core,

ci comu nienti

lu caccia de fore.

 

Ci llicca gelati

e ci caramelle,

ci llicca de gustu

cose cchiù belle.

 

Ci tira la cinghia,

ci spende e ci spande,

ci porta li cazi

senza mutande.

 

Ci face l’amore

de giurnu e de notte,

ci de ddha cosa

se ne strafotte.

 

Ci ede sculatu,

ci ede segretu,

ci è moddhe de nanti

e largu de retu.

 

Ci spara a lupara,

ci ccide a pistola

e ci face strage

cu la parola.

 

Ci sale le scale,

ci scinde fuscendu,

e ci pampasciuni

ve’ sempre cujendu.

 

 

 

 

Ci ede schianata,

ci è senza piettu,

ci te lu sbatte

pe fare dispettu.

 

Ci tene memoria,

ci se rescorda,

ci usa lu pilu

comu la corda.

 

Ci tene curaggiu,

ci tene paura,

ci dice ca è vianca

puru s’è scura.

 

Ci scula sudore

pe la fatìa,

ci invece la scansa

ca è malatia.

 

Ci dice: osce…

nu sacciu ce fazzu,

se mette d’impegnu

e si cratta lu razzu…!

 

Intru sti “ci”

L’aggiu tutti nfilati,

credu su’ pocu

li rescurdati.

 

Nsomma ci tene,

ci vole e ci spera,

ci dice e ci face

de giurnu e de sera.

 

Ci dice ca zzicca,

ci dice ca tocca,

finisce a stu puntu

la filastrocca…!

 

 


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