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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 123 - (4 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 04 Aprile 2014 20:29

Il pericoloso percorso a ostacoli che porta alle università di eccellenza


[in “Roars” del 4 aprile 2014]

 

Il neo Ministro Stefania Giannini si è dichiarata favorevole a una rimodulazione della normativa sui c.d. punti organico (P.O.), e le sue dichiarazioni sembrano segnare una svolta rispetto agli orientamenti prevalenti al MIUR negli ultimi anni. Ricordiamo che i punti organico assegnati dal Ministero alle Università definiscono i vincoli del turnover e, dunque, le possibilità di reclutamento delle singole sedi. Ricordiamo anche che l’ex Ministro Carrozza ha avallato una incredibile redistribuzione dei P.O. a danno di quasi tutte le Università meridionali, la cui logica appare tuttora sfuggente (http://www.roars.it/online/punti-organico-una-proposta-che-si-puo-rifiutare/).

In effetti, è difficile vedere altra ratio nella normativa sui punti organico se non quella di bloccare il reclutamento in alcune sedi, per portarle gradualmente alla chiusura e per arrivare a un modello – di matrice anglosassone – ­con distinzione fra research e teaching universities. Si può ricordare, a riguardo e fra le altre, la dichiarazione di Sergio Debenedetto, membro del consiglio direttivo ANVUR, per il quale:

“Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”.

E si può ricordare anche la proposta di Francesco Giavazzi di chiudere le Università di Bari, Messina e Urbino, a ragione della loro bassa qualità come certificata dalla VQR (http://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/).

Si consideri “eccellente” uno studioso che ha conseguito i punteggi massimi nell’ultimo esercizio VQR, e si consideri eccellente una sede universitaria che risulta, per tutti i settori disciplinari, qualitativamente superiore alla media. Il problema del progetto Debenedetto-Giavazzi et al. risiede nel fatto che si tratta di un progetto molto difficilmente realizzabile, sia per ragioni tecniche, sia per ragioni politiche, e, sotto molti aspetti, non desiderabile per l’efficienza dell’intero sistema universitario nazionale.

Per realizzarlo occorrono i seguenti passaggi, che prefigurano una vera e propria corsa a ostacoli.

1) Consentire la piena mobilità dei docenti fra Atenei, dando agli Atenei stessi la facoltà di reclutare senza concorso. Diversamente, poiché – come è stato fatto notare – l’attuale configurazione del sistema universitario nazionale è un modello a “eccellenze diffuse” (http://triskel182.wordpress.com/2013/07/17/la-ricerca-perduta-delle-universita-tito-boeri/), non si capirebbe in che modo gli Atenei “eccellenti” possano essere tali (ovvero, mantenere la propria condizione di “eccellenza” e accrescere la loro produttività) senza poter occupare i migliori docenti italiani ed esteri. A normativa vigente, i trasferimenti di sede sono di fatto bloccati, dal momento che l’avanzamento di carriera di un docente esterno costa notevolmente più dell’avanzamento di carriera di un docente interno e, in una condizione di sottofinanziamento della gran parte degli Atenei italiani, è arduo immaginare che si proceda in massa al reclutamento di docenti esterni. E, a normativa vigente, occorre comunque passare per un concorso, con la possibilità che risulti vincitore un ricercatore non ritenuto “eccellente” dal Dipartimento che ha bandito, o un ricercatore che lavora su linee di ricerca estranee al Dipartimento che lo assume: dunque, occorrerebbe consentire chiamate dirette. E, poiché non è da escludere che a Dipartimenti di eccellenza interessi reclutare (p.e. per valorizzare una specifica linea di ricerca) anche docenti non abilitati, e neppure è da escludere che alcuni docenti non abilitati siano eccellenti, occorrerebbe consentire loro la massima libertà di assunzione, anche in violazione dei risultati dell’ASN.

2) Consentire la differenziazione del trattamento retributivo fra sedi universitarie diverse. In assenza di questo dispositivo, non si capirebbe per quale ragione un docente possa mai accettare di trasferirsi, assumendo peraltro un carico di lavoro che dovrebbe risultare più gravoso rispetto alla sede di provenienza. Se, infatti, la sede di provenienza è esclusivamente teaching, nella sede di arrivo ci si trova a erogare didattica non solo nelle lauree triennali, ma anche nelle lauree magistrali e nei Dottorati, con in più l’impegno della ricerca.

3) Consentire di assumere senza rispettare i vincoli della “piramide” – per i quali deve esistere una percentuale ‘ottimale’ di professori ordinari in ciascun Ateneo – e senza rispettare i vincoli sul reclutamento di esterni legato all’avanzamento di carriera di interni. Ciò a ragione del fatto ovvio che l’”eccellenza” è propria dei ricercatori, come dei professori associati e come dei professori ordinari.

Una rivoluzione – o “svolta epocale”, come l’ha definita l’ex Ministro Mariastella Gelmini – di tale portata sarebbe giustificabile se il sistema universitario italiano fosse fra i peggiori al mondo. Ma è proprio l’ANVUR, nel suo primo Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca (http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&view=article&id=645:presentato-il-primo-rapporto-sullo-stato-del-sistema-universitario-e-della-ricerca-it&catid=48:news-altro

it&Itemid=363&lang=it), a certificare che la produzione scientifica italiana non è affatto trascurabile, sia sul piano quantitativo, sia sul piano qualitativo, e che anzi, per alcune aree di ricerca, l’Italia si colloca fra i primi posti nell’ambito dei Paesi europei e dei Paesi OCSE. In più, se, come pare di capire, la direzione verso la quale si intende andare è questa, il metodo meno efficace per giungervi è quello fin qui usato: l’ipertrofia normativa, che, in ultima analisi, finisce per penalizzare anche le Università candidabili come “eccellenti”.

In più, la chiusura di sedi universitarie non è desiderabile per almeno due ragioni. In primo luogo e prescindendo del tutto, in prima istanza, dalla rilevanza della ricerca scientifica – chiudere un Ateneo, soprattutto in città di piccole-medie dimensioni implica effetti economici rilevanti, e di segno negativo, sull’”indotto” che si associa a ogni sede universitaria (si pensi, a puro titolo esemplificativo, al mercato immobiliare per quanto attiene agli affitti per gli studenti, nonché ai loro consumi). In tal senso, la chiusura di sedi è innanzitutto di difficilissima praticabilità politica. In secondo luogo, se anche questa operazione avesse successo, vi è da dubitare che il sistema della ricerca e della formazione ne tragga vantaggio. Per i seguenti motivi:

a. Per quanto attiene alla ricerca, non vi è evidenza del fatto che una forte concentrazione dei fondi per poche sedi accresca la quantità e la qualità della ricerca stessa. Come recentemente riportato da “Nature”, i ricercatori italiani risultano estremamente produttivi nel confronto con i loro colleghi della gran parte dei Paesi OCSE, pure a fronte del fatto che, a differenza di altri Paesi, in Italia non esiste la distinzione fra università research e teaching[1].

b. Per quanto attiene alla formazione, è evidente che la chiusura di sedi accentua l’immobilità sociale, se non altro perché è verosimile che le Università di eccellenza chiedano tasse più alte (e per i costi di spostamento degli studenti dalla loro residenza ai luoghi di studio). Si può ricordare che, su fonte OCSE, l’Italia è, assieme al Regno Unito e agli Stati Uniti, il Paese nel quale è massima la probabilità che figli di famiglie con basso reddito percepiranno redditi bassi, e figli di famiglie con alto reddito percepiranno redditi elevati (http://www.oecd.org/italy/41524655.pdf).

Se si riconosce che un’elevata qualità della ricerca e un’elevata mobilità sociale sono fattori di crescita economica (e sarebbe piuttosto difficile non riconoscerlo), occorre concludere che il progetto Debenedetto-Giavazzi et al. – proprio perché rischia di generare effetti negativi su ricerca e mobilità sociale – è decisamente da respingere.

 

 


[1] Per un approfondimento, si rinvia a http://www.roars.it/online/la-performance-della-ricerca-scientifica-italiana/


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