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Guglielmo Forges Davanzati risponde a Ferdinando Boero - (11 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 11 Aprile 2014 15:37

Le politiche di austerità accentuano i divari regionali

 

[Nuovo Quotidiano di Puglia“ di venerdì 11 aprile 2014]


Nell’articolo di giovedì 10 aprile pubblicato su questo giornale [leggi in questo sito Nord, Centro e Sud uniti nel degrado], l’amico Nando Boero mi attribuisce una tesi che non ho mai sostenuto, ovvero che l’arretratezza del Mezzogiorno dipende dalla politiche di austerità. Ho invece sostenuto, adducendo evidenza empirica, che le politiche di austerità accentuano i divari regionali. Che è cosa ovviamente ben diversa. Ho evidenziato, in particolare, che l’attuazione di politiche di austerità non ha effetti uniformi sul territorio nazionale. Ciò a ragione del fatto che gli effetti di propagazione della caduta del Pil nelle aree centrali si fanno sentire con molta rapidità nelle aree periferiche, e si fanno sentire spesso con maggiore gravità. La gran parte delle imprese meridionali lavora su ordinativi provenienti dalle imprese del Centro-Nord. La caduta della domanda globale, investendo innanzitutto queste ultime, innesca, a catena, un meccanismo di caduta della domanda anche per le imprese collocate nelle aree periferiche. La maggiore gravità della crisi nel Mezzogiorno è agevolmente comprensibile se si considera che le imprese dell’area, già nel periodo pre-crisi, realizzavano margini di profitto mediamente molto inferiori a quelli realizzati nelle regioni più sviluppate e, dunque, la riduzione della domanda li ha ridotti fino ai limiti del fallimento. Come documentato dal CERVED, la percentuale di fallimenti d’impresa e liquidazioni in Puglia è sostanzialmente pari a quella della Lombardia, con la differenza non irrilevante che le dimensioni dell’economia sommersa in Puglia sono enormemente maggiori di quelle dell’economia sommersa lombarda. Ciò a dire che (in linea con l’evidenza empirica) le politiche di austerità hanno concorso a generare fallimenti d’impresa sia al Nord, sia al Sud e che, in quest’ultimo caso, hanno accresciuto le dimensioni dell’economia sommersa. Il fatto che il sommerso sia maggiormente concentrato nel Mezzogiorno è imputabile al maggior tasso di disoccupazione in quest’area: è piuttosto difficile imputarlo alla scarsa propensione al rispetto delle norme dei lavoratori meridionali. A dimostrarlo è il fatto che l’incidenza delle attività irregolari sul Pil ha andamenti pro-ciclici: si riduce nelle fasi di crescita (e di aumento dell’occupazione) e aumenta nelle fasi recessive (caratterizzate dall’aumento del tasso di disoccupazione). Ho anche sostenuto che se le politiche di austerità, in quanto tali, accrescono i divari regionali, questo effetto è significativamente amplificato dal fatto che queste misure non sono attuate in modo uniforme sul territorio nazionale. Come documentato dalla Corte dei conti, la tassazione nel Mezzogiorno è più alta di quella del Centro-Nord. La spesa pubblica pro-capite è, anch’essa, più bassa nel Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese. L’articolo di Boero è interessante in quanto sviluppa un’argomentazione ben nota, stando alla quale l’arretratezza del Mezzogiorno è causata dalla sua bassa dotazione di capitale sociale. Qui mi limito a far osservare che la categoria del capitale sociale (intesa genericamente come propensione al rispetto delle norme) è molto vaga e soprattutto difficilmente quantificabile. Per misurare la dotazione di capitale sociale si fa riferimento, di norma, a queste variabili: numero di donatori di sangue, partecipazione elettorale, numero di associazioni o cooperative, grado di fiducia intersoggettiva (quantificato sulla base di risposte a sondaggi), tassi di litigiosità e criminalità. Non è azzardato dire che il grande interesse di economisti e sociologi per la categoria del capitale sociale si deve (anche) al fatto che nessuno è riuscito a darne una definizione precisa. E neppure è definitivamente chiarito, in letteratura, quale sia il nesso fra capitale sociale e sviluppo economico, ovvero se il primo sia causa o effetto del secondo. Gli esempi che l’amico Boero cita sono sotto gli occhi di tutti, ma non credo che da singoli esempi si possa giungere a conclusioni di carattere generale. Il problema qui in discussione, con riferimento al mio articolo e alla replica di Boero, attiene a questa domanda: è davvero possibile ritenere che sia stata la scarsa propensione al rispetto delle norme a determinare il costante incremento delle divergenze regionali che si è registrato almeno a partire dal 2007? Ovvero: è ragionevolmente sostenibile la tesi che sia stato il peggioramento del comportamento dei cittadini meridionali a far sì che l’economia del Mezzogiorno sia sistematicamente cresciuta meno di quella del resto del Paese nel periodo considerato? Non è forse più credibile l’ipotesi che il deterioramento del “capitale sociale” sia l’effetto e non la causa della crisi nel Mezzogiorno?


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