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Arte
Scritto da Rosa Dell'Erba   
Domenica 13 Aprile 2014 15:57

Palazzo della Cultura, Museo “Pietro Cavoti”, 3 aprile 2014


La nascita, l’esordio di un’idea che tra scienza ed arte rifonda l’espressività dell’uomo del secolo scorso è racchiusa in questa dichiarazione:

A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Per Picasso dipingere ciò che si sente, è più attuale della riproduzione realistica (ormai tramontata, dopo le conquiste della fotografia e degli esperimenti degli Impressionisti) anche se essa non è del tutto fedele all’immagine, a ciò che si vede.

L’arte non è l’applicazione di un canone di bellezza ma ciò che l’istinto e il cervello elabora dietro ogni canone. Quando si ama una donna non si comincia sicuramente a misurarle gli arti.”

Oltre a ciò entra come componente essenziale dell’opera d’arte, il tempo, e come conseguenza di esso, l’essenzialità e l’immediatezza. Le narrazioni, le descrizioni, appartengono ad un’altra civiltà.

Al di là delle retoriche e delle affiliazioni elettive, l’intento provocatorio di Miceli Dell’Arti è ben chiaro: azzerare significati complessi e tecniche ricercate accordando la preferenza ad un primitivismo espressivo e di conseguenza a materiali poveri, all’uso di supporti destinati al riuso urbano e strumenti  ecologici come pennelli e pigmenti ecosostenibili.

Dopo un esordio che lo vede impegnato con la tecnica del frottage e del collage, nel 2012 con La Terza Dimensione espone a Palazzo della Cultura a Galatina e nel 2013 ad Aradeo con Il colore, lo strappo, il segno allo Skatafashow e Del teatro, Del Cinema, Della Musica, al Caffè del Teatro.

Dal 2005 sceglie  la carta come materia- supporto per le sue opere.

Non parliamo di fogli da disegno professionali, ma di carta destinata all’industria, così, sacchetti di carta nati come meri involucri  pubblicitari vengono scollati e aperti, distesi e lisciati pronti ad agire un nuovo ruolo -più qualificante- diventare il supporto di un’opera d’arte!

Accogliere sulla superficie increspata e a volte sgualcita dall’uso, pochi tratti decisi e incisivi- a metà tra grafismo e pittura- che rimandano l’immagine universalmente legata alla bellezza: la donna,  è ciò che rende “altro” l’oggetto anonimo assegnandolo ad una categoria “superiore”: opera d’arte. Tra i diversi stadi dell’opera: studio, bozzetto, disegno preparatorio, opera finita, a Miceli Dell’Arti è congeniale la fase preparatoria quella “di incubazione” di un’idea: rifondiamo  il nostro sentire. L’allestimento sottolinea l’incompiutezza, l’immediatezza, che la carta, materiale fragile, esalta.

La pixel art, i cui esiti più belli sono legati alla produzione del londinese Julian Opie (classe 1958) icona del pop minimale, i suoi computer film (anche lui con sagome femminili) e installazioni urbane sono un omaggio  all’eleganza, al movimento, ma in un contesto urbano, metropolitano.

 

Il Salentino Miceli Dell’Arti (classe 1986) sceglie per questa prova di pop minimale ancora una spessa linea di contorno che descrive donne mediterranee giungendo ad altri approdi.

Pochi tratti con le tempere ad acqua fissano l’idea di donne timide, ben truccate e con la collana, che pensano quasi tutte ad occhi chiusi; non guardano dritto negli occhi: “riflettono, gli uomini non sono molto abituati a farlo”.

E’ un gioco, ma l’intento comunicativo non è ingenuo: rincorrere la donna contemporanea nella sua  multiformità di ruoli, fare a gara con la sua bellezza è un progetto irrealizzabile per l’uomo.

A volte si pensa all’arte come ad un percorso iniziatico si avverte il timore reverenziale di approcciare un sentire che appartiene ad una dimensione aulica… Miceli Dell’Arti invece, si esprime usando l’immagine  iniziale da cui ha origine la nostra prima forma di comunicazione: una donna. La nostra prima lallazione è rivolta a lei, il nostro primo balbettìo è per lei.

La comunicazione  riportata all’essenziale è più efficace, l’opera-performance, ha un impatto immediato: Fluxus, movimento neodada nato in Germania negli anni ’60 ad opera dell’architetto lituano George Maciunas (1931-1978) ha riproposto la performance e per rivoluzionario che sia stato anche quel movimento, ormai, ci appare datato, ma l’espressività del mondo contemporaneo pur lontana dall’essere rassicurante ha un grande merito che Federico Zeri riconosce: “In un mondo del genere [fotografia, tv, cinema] è semplicemente ridicolo pensare che l’artista continui a riprodurre la verità oggettiva…Abituato come sono a guardare i quadri del passato, mi sono reso conto che un centimetro quadrato di un vero artista dei nostri giorni, ha in sé una forza di comunicazione che non esiste in nessun quadro antico…sono come delle iniezioni di energia, di fantasia, che manca completamente all’arte del passato.” in Giornale dell’Arte, dicembre 1997,n.161,p.5.

 

Quello usato da Miceli Dell’Arti e’ un codice universale  donna=bellezza.

Perché le figure hanno gli occhi chiusi? Perché “riflettono” –come ha istintivamente affermato l’artista- o perché lo sguardo di una donna è troppo difficile da riprodurre, così denso di ruoli, così connesso con l’essenza della vita, così inquietante?

Modigliani ha ritratto spesso senza dipingere gli occhi, Ercole Pignatelli ci ha rinunciato: le sue figure femminili, così opulente, sono quasi tutte dormienti.

La carta, è la donna in questa mostra connotata dalla delicatezza, dalla fragilità connessa alla sua identità di genere, ma la carta (se ben protetta), come la donna ha eternato i suoi messaggi: non perde le informazioni, non si smagnetizza e non ha conosciuto mode, ma qualità differenti eppure è così fragile supporto…


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