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Cambiamento climatico: non c’è tempo da perdere, ma noi pensiamo ad altro – (venerdì 18 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 23 Aprile 2014 06:58

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 18 aprile 2014]

 

E così, ancora una volta, e con argomenti ancora più solidi, il Panel Internazionale sul Cambiamento Climatico (IPCC) ci avverte che stiamo mandando in malora il pianeta. La previsione è che nel 2050, con buona probabilità, le condizioni ambientali potrebbero non essere più rispondenti alle nostre necessità. Riscaldamento globale, innalzamento del livello del mare, modificazioni climatiche sono solo la punta dell’iceberg. Si estremizzano gli eventi, e questo lo stiamo già vedendo da molto tempo. Le estati sono caldissime, ma poi piove in modo intensissimo. E’ normale che le cose cambino, dicono i negazionisti. Non ci sono prove che sia colpa nostra. Ora il panel di scienziati che ha valutato il problema ci dice che abbiamo molte responsabilità. Magari queste cose sarebbero avvenute lo stesso, ma la velocità del cambiamento è alta perché noi agiamo pesantemente sugli ecosistemi che permettono la nostra sopravvivenza. Questo problema non ha eguali, rispetto a tutti gli altri che ci affliggono. Carestie, siccità, guerre, malattie un tempo avvenivano per competizione tra noi. Un popolo cercava di togliere risorse ad un altro popolo, e questo ancora succede. Ma qui stiamo riducendo la disponibilità di beni e servizi che la natura ci mette a disposizione. Le calamità avverranno non non per cattiva distribuzione dei beni naturali tra i popoli, come avviene ora, ma per mancanza di beni naturali. I beni sono il cibo e i materiali naturali che adoperiamo. Poi ci sono i servizi, come la mitigazione del clima, prima di tutto. Se noi produciamo anidride carbonica e consumiamo ossigeno, le foreste terrestri e i vegetali che vivono in mare consumano l’anidride carbonica e producono ossigeno. E’ un servizio essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma se distruggiamo le foreste e rendiamo acidi gli oceani, questi servizi vengono meno. C’è meno ossigeno e l’eccesso di anidride carbonica scardina il normale andamento climatico. Le condizioni di vita cambiano, e diventano ostili. E’ il nostro comportamento a renderle ostili. E’ il nostro modello economico, basato su reazioni di combustione. Siamo una specie che brucia. Abbiamo bruciato le foreste, poi il carbone, il petrolio, il gas. La combustione deve essere superata. Dobbiamo trovare nuove tecnologie, e in gran parte già ci sono, per produrre in modo più armonico rispetto al funzionamento dei sistemi naturali. I sistemi produttivi vanno ridisegnati. E anche il nostro stile di vita va ridisegnato. O ce ne rendiamo conto, o pagheremo conseguenze economicamente insostenibili. Non voglio parlare di vite umane, di disastri. Mi basta parlare di soldi, visto che è l’unica cosa che interessa gran parte degli umani. I soldi che stiamo spendendo e che dovremo spendere per far fronte alle catastrofi naturali non sono compensati dai guadagni che otteniamo provocandole. Distruggere i sistemi ambientali non è economicamente vantaggioso. Spostare i sistemi produttivi inquinanti in paesi lontani non basta. L’impatto oramai è globale.

C’è un problema culturale in tutto questo. L’economia dominante non si cura dei costi ambientali, li esternalizza. Un modo tecnico per dire che “qualcuno li pagherà, ma quel qualcuno è esterno al sistema economico considerato”. Mi spiace, non c’è niente di esterno. Il pianeta è uno solo. I sistemi economici sono ancillari, come importanza, rispetto ai sistemi ecologici. Se i sistemi economici crollano ma quelli ecologici resistono, possiamo sopravvivere. Ma non possiamo sopravvivere se crollano i sistemi ecologici che permettono la nostra vita.

 

Gli scienziati che si occupano di ambiente continuano a mettere in guardia il mondo sin dai tempi di Malthus che, paradossalmente, era un economista. Ma non li vogliamo ascoltare. Per un po’ diremo che bisogna fare qualcosa, e poi ce ne dimenticheremo. Ci appassioneremo al senato, alla burocrazia, alla rappresentanza femminile, alla rottamazione, alla disoccupazione, alla legge elettorale. Ma risolvere tutti questi problemi non risolverà il problema ambientale. Cos’altro deve succedere, cos’altro dobbiamo dire e dimostrare per far capire che così non si può andare avanti? L’IPCC sta quasi assumendo una posizione di resa. Non possiamo più fermare il fenomeno, ci dicono, e ci dobbiamo attrezzare per adattarci e per mitigarlo. Credo che abbiano ragione. Ma non stiamo neppure attrezzandoci per adattarci e mitigarlo. Abbiamo un compito immane di fronte a noi, e continuiamo a parlare d’altro. Il Ministro Orlando, quando era Ministro dell’Ambiente, ha provato a spiegarlo al Governo, ed è rimasto inascoltato. Per tutta risposta è stato spostato alla Giustizia! Di ambiente non si parla mai. Parlarne viene percepito come un freno allo sviluppo. Nichi Vendola, il Presidente della Regione Puglia, milita in un partito che ha messo Ecologia tra Sinistra e Libertà nel proprio nome. E’ sensibilissimo ai problemi ambientali, il più sensibile di tutti i politici. Eppure ha giustificato un certo atteggiamento nei confronti dell’ILVA di Taranto con la difesa del lavoro e dell’industria. Di Ecologia si parla solo se non ci sono altri problemi, altrimenti passa sempre in secondo piano.

 

 

 

 


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