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Lecce ad un perenne bivio - (28 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 29 Aprile 2014 15:22

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 28 aprile 2014]

 

Come non essere d’accordo con l’editoriale di domenica? Cosa vuole diventare Lecce? Vuole essere città d’arte, bellissima? O vuole essere città mercato, con un fiorente commercio? O entrambe? Io direi entrambe. Una città senza negozi, senza commercio, è semplicemente morta. Non vorrei Lecce come Pompei, pur con tutta la meraviglia di Pompei. Un tempo c’era la tettoia liberty, a ridosso del Castello Carlo V. Ora c’è un perenne mercato a buon mercato, fatto di tende di plastica, inserito nel pieno centro della città, dove dovrebbe imperare la qualità. Ogni tanto si repilica in piazza Sant'Oronzo, e la città di riempie di queste tende plasticose nelle vacanze natalizie. Sulle ramblas di Barcellona c’è un mercato di generi alimentari che, secondo me, è la vera attrattiva di quella parte della città. Un tripudio di colori e di sapori, una mostra permanente del meglio dei prodotti che, una volta assemblati, formano la gastronomia catalana. La tettoia liberty è stata tolta perché fatiscente. Non si è presa in considerazione l’idea di restaurarla al suo antico splendore. Sarebbe un magnifico supermercato nel centro della città. Come lo è il piccolo mercato a ridosso di Porta Rudiae che, invero, meriterebbe anche lui un’aggiustatina. Durante le feste ho portato amici a vedere l’arco di Prato, e abbiamo rischiato di essere travolti dalle auto che viaggiano spedite in quella stradina, indispettite dalla presenza dei pedoni che, visto che pioveva, venivano regolarmente schizzati mentre si appiattivano ai muri bagnati. Ci ho fatto l’abitudine, ma per gli stranieri è qualcosa di incredibile. Chissà dove dovranno andare tutte quelle auto. Dovranno proprio passare di lì? Saranno tutte di abitanti del centro storico che si catapultano fuori città?

 

Una via senza auto diventa un passeggio, e i clienti possono guardare con calma le vetrine, entrare, comprare, sedersi a un tavolino fuori da un bar. La movida concentrata in una sola porzione della città è inquietante, ma una vita all’aperto, diffusa in tutto lo spazio del centro storico, senza concentrazioni asfissianti in un solo posto, dà sicurezza anche nelle ore notturne, e mostra che la città è sempre “viva”. Certo che qualche giorno fa, a notte inoltrata, scendo per via Trinchese costeggiando il mai finito Apollo e sento un canto assordante. Il bar ha pensato bene di fare un bel karaoke e una masnada di individui ondeggianti e urlanti, incuranti dell’ora tarda, ascoltava gli improvvisati vocalizzi di un maschio adulto probabilmente obnubilato da un insolitamente elevato tasso alcolico nel sangue. L’entusiasmo con cui venivano accolte quelle urla probabilmente era dovuto a eguali condizioni ematiche nel pubblico stipato, inutile dirlo, in una struttura dai muri di plastica. E’ il preludio di quello che avverrà sulle nostre spiagge tra non molto.
Ora facciamoci una domanda: è colpa del Comune? O è colpa del comune sentire? Nei posti dove si scrive, come questo, qualche intellettualoide (per esempio: io) denuncia queste malsane degenerazioni del vivere collettivo, scagliando strali implacabili contro chi permette che questi scempi abbiano luogo. Però questi mercati sono sempre stracolmi di persone, i bar assordanti sono stracolmi: se continuano a restare in attività significa che rendono economicamente. Noi ci indigniamo perché chiudono i cinema e, al loro posto, si aprono sale bingo. Ma i cinema sono vuoti, le sale bingo sono piene. Certo, ci stiamo impoverendo. Chiudono i bei negozi e aprono quelli di cineserie. Ma i bei negozi non chiuderebbero se gli affari andassero bene. E le cineserie prosperano perché i clienti si affollano a fare acquisti. E’ quello che ci possiamo permettere.

Ci lamentiamo che la città muore ma poi non compriamo nel negozio sottocasa e andiamo negli ipermercati per risparmiare qualche centesimo e comprare enormi quantità di cibo che in gran parte finiranno nella spazzatura. Intanto il negozio sottocasa muore. In America ci sono le città mercato perché non ci sono le città come le nostre. E allora le costruiscono finte, in periferia, per avere l’illusione di passeggiare in una città con i negozi. Noi abbiamo l’originale, e uno dei più belli, e costruiamo più copie fasulle in mezzo alla campagna e poi andiamo lì, a far finta di essere nel posto dove già viviamo. E non siamo solo noi, sta avvenendo in tutta Italia. A noi intellettualoidi pare un processo di rimbecillimento di massa. Lo denunciamo con voce stentorea, indignati. Pensando che questa esortazione a rinsavire sia il colpo di timone che invertirà la rotta, incuranti del fatto che, invece, sia accolta da un coro di sonore pernacchie, amplificate dagli altoparlanti del karaoke e un pochino coperte dal rombo delle auto che, intanto, sfrecciano.

All’interno, gli arditi piloti imprecano perché non trovano posto per parcheggiare e a gran voce chiedono più parcheggi. Li avranno, state pur certi.


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