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Un'idea di città: forse sta già nel suo passato PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Vittorio Zacchino   
Domenica 01 Giugno 2014 07:39

["Il Galatino" XLVII n. 10 del 30 maggio 2014]

 

Una città diventa tale quando l’autorità  riconosce  formalmente  ope legis all’agglomerato paese  che ne abbia fatto richiesta, un certo numero di requisiti:  una storia  più o meno secolare, una congrua  popolazione, dei privilegi goduti ab antico, dei manufatti monumentali di pregio, un ruolo economico nel circondario, una serie di personalità che l’hanno  illustrata e la illustrano, e  di cui  i concittadini fanno vanto e si dichiarano orgogliosi.

Città non si nasce, ma si diventa col tempo: lavorando tutti insieme ad un progetto, convintamente condiviso e concordemente portato avanti, mediante la valorizzazione delle tante energie e competenze di cui si dispone.

Un progetto di città deve puntare allo sviluppo civile e democratico della comunità, all’accrescimento progressivo dei servizi, gli incentivi alle imprese, la giustizia distributiva, la qualità della vita, il decoro, l’istruzione, l’offerta culturale, la solidarietà.  I cittadini   liberamente  aggregandosi, si confrontano democraticamente, eleggono un consiglio cui affidano la rappresentatività,  sulla base di un programma  condiviso e concertato, che ci prefigge, ovviamente, l’interesse generale della cittadinanza sovrana. Per legge chi ha maggioranza amministra, chi invece  è minoranza vigila, anche occhiutamente, e controlla. Stando attenti tutti a non indebolire il cemento unificante della “universitas civium”, a non smarrire il senso delle radici, a non rinnegare  ciò che viene dal passato, perché, come ha detto Mario Luzi, “il passato /  è un seme del futuro /  o niente”.

Anche a me l’dea di città fatica a venire.

Eppure,  se penso a Galatina, mi sovviene che essa città lo è già da più di due secoli, precisamente dal 20 luglio 1793, quando Sua Maestà  Ferdinando I di Borbone, accolse la “grazia implorata dall’Università”, avanzata il 24 dicembre 1792, “di dichiararsi questa terra Città”, e  sulla base  dei privilegi e grazie concesse dai sovrani antecessori, i servizi prestati dalla ricorrente, il suo attaccamento alla Corona, la magnificenza del luogo e le prerogative che lo adornano, accordava la grazia implorata e  gliene  spediva il relativo  regio “diploma”.

Una città di ottomila abitanti, amministrata da Vincenzo Vignola, divisa in tre ceti: galantuomini, artieri, popolari e contadini. Era la Terra di San Pietro in Calatina, la URBS GALATINA  di B.Papadia,  il quale carteggiava col Metastasio e non a caso pubblicava le sue “Memorie Storiche della Città di Galatina” quel medesimo 1792,  dell’Abate Antonio Tanza, vicario a Taranto dell’arcivescovo Capecelatro, del filantropo Alberto Bardoscia, e di tanti altri homines novi che le danno lustro e ne rimarcano lo sviluppo civile, economico, culturale. Ma anche la Galatina, erede della quattrocentesca corte degli Orsini e di Maria d’Enghien, con la sua strategica centralità territoriale rilevata dal Galateo, di polmone commerciale ed emporium ortofrutticolo, sito al centro della provincia (in umbilico totius provinciae), crocevia di  genti e di traffici, che è orgogliosa del proprio profilo urbano, delle sue chiese ornate, e che, “oltre di esser tutta palaziata e le strade tutte  inselciate, contiene in sé tutte quelle prerogative che proprie sono delle più belle formate Città”.

Se oggi Galatina non possiede più quell’anima, se non riesce a splendere  più come nel 1792 e giù di lì, se non ha più il decoro civile di un tempo,  se appare scollata e frammentata, se la sua  classe dirigente non è più all’altezza del passato, se non  ha lo smalto delle sue epoche migliori, quali  potrebbero  essere i rimedi?

Occorre  ripensare il suo passato, non un ritorno meccanico, bensì  una riscoperta delle radici accompagnata da una nuova profonda riflessione, sostenuta da una robusta cultura che ricrei il sistema paese, una convinta ripartenza progettuale, che sappia ricucire spezzoni di comunità, rinnovando il paese nel rigore dei comportamenti e nella consistenza degli ideali.

Oggi sta ai Galatinesi migliori ispirarsi agli esempi del passato per fermare il declino della loro bella città, “operosa e ricca di avvenire”, ripeterne i fasti, contrastando con tutte le forze il  prevalere degli interessi  individuali su quelli generali, e  costruendo  una città nuova, giusta, isonomica, solidale.


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