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Un’idea di città PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Antica
Scritto da Pietro Giannini   
Lunedì 16 Giugno 2014 06:43

["Il Galatino" XLVII n. 11 del 13 giugno 2014]

 

Un’idea di città ha sempre un tratto di utopia. E può contenere anche una certa presunzione, se si crede di poter dare suggerimenti a chi si occupa di amministrare nella concretezza delle situazioni reali.

Per sfuggire a questi pericoli ripropongo qui il ritratto della città di Atene, che Pericle tracciò nel discorso che tenne in occasione dei funerali pubblici per i caduti del primo anno della guerra de Peloponneso. E’ presentato come il ritratto di una città reale, ma non si può escludere una proiezione ideale. E non ha molta rilevanza il fatto che Atene fosse in realtà uno Stato; di fatto Atene era una città, e come tale può costituire il modello di ogni città (così come di ogni Stato). Lo ripropongo testualmente (con qualche taglio) così come ce lo ha trasmesso Tucidide (2, 37 sgg.), nella traduzione di L. Annibaletto; il lettore vedrà da sé quello che si può adattare (o non adattare) ad una città di oggi.

“Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia perché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì per una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di un uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è d’impedimento per l’oscura sua posizione sociale.

Come in piena libertà viviamo la vita pubblica così in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.

Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un’incredibile paura di scendere nell’illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta.

Inoltre, a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando secondo il patrio costume giochi e feste che si susseguono per tutto l’anno e abitando case fornite di ogni conforto, il cui godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza.

Affluiscono poi nella nostra città, per la sua importanza, beni d’ogni specie da tutta la terra e così capita a noi di poter godere non solo tutti i frutti e prodotti di questo paese, ma anche quelli degli altri, con uguale diletto e abbondanza come se fossero nostri.

(…)

Noi amiamo il bello, ma con misura; amiamo la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso per noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla.

Le medesime persone da noi si curano nello stesso tempo e dei loro interessi privati e delle questioni pubbliche: gli altri poi che si dedicano ad attività particolari sono perfetti conoscitori dei problemi politici; poiché il cittadino che di essi assolutamente non si curi siamo i soli a considerarlo non già uomo pacifico, ma addirittura un inutile.

Noi stessi o prendiamo decisioni o esaminiamo con cura gli eventi: convinti che non sono le discussioni che danneggiano le azioni, ma il non attingere le necessarie cognizioni per mezzo della discussione prima di venire all’esecuzione di ciò che si deve fare.

Abbiamo infatti anche questa nostra dote particolare, di saper, cioè, osare quant’altri mai e nello stesso tempo fare i dovuti calcoli su ciò che intendiamo intraprendere; agli altri, invece, l’ignoranza provoca baldanza, la riflessione apporta esitazione. Ma fortissimi d’animo, a buon diritto, vanno considerati coloro che, conoscendo chiaramente la difficoltà della situazione e apprezzando le delizie della vita, proprio per questo non si ritirano di fronte ai pericoli”.


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