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Programma gennaio 2019
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Incontri con Aldo Vallone 2. Giovanni Pascoli PDF Stampa E-mail
Aldo Vallone
Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 19 Giugno 2014 07:45

Non solo lacrime

 

1. Lacrime ad usum infantis

 

Uno dice Pascoli e pensa alla cavallina storna, al grembiule nero e al colletto bianco, alla notte di san Lorenzo, col  tremolio di stelle, o di uno stelo sotto una farfalla, alle illusioni finite in fretta e al ronzio di un’ape attorno al fiore, ai campi che svaniscono nell’onda sonora delle campane, ai silenzi, ai pezzetti di nulla e allo stormire di cipressi, alle voci e ai canti assorbiti nella malinconia  del paesaggio, la piuma che esita o che palpita  leggera nel nido abbandonato,  il vento che piange nella campagna  solitaria,  alla panchetta e alla tessitrice che piange, ai versi come spartiti musicali e alle sere magiche e tenere, con i temporali che muoiono in dolce singulto, ai vespri odorosi di fieno; uno dice Pascoli e pensa a una serie di gadget dell’anima e della nostra lontana infanzia, tutte cose che saranno pure prodotte – come afferma Sanguineti - da una sorta di “macchinetta sadica di produzione liriche per lacrime ad usum infantis”, ma che tuttavia ti arrivano per le scorciatoie del cuore, come avviene per tutte le cose romantiche.

Uno dice Pascoli e rivede Aldo Vallone da Galatina, una sera d’estate di tanti anni fa sulla terrazza dell’Anmi di Gallipoli, con il clarinetto tutto mozartiano della nostalgia che suona in lontananza, chissà dove, dietro il mare. Rieccolo il grande critico letterario salentino che ora mi sorride di nuovo e mi dice con quella sua autorevolezza mite e bonaria: “Guardi che tutti i poeti italiani contemporanei, non solo i crepuscolari, devono qualcosa a Pascoli (Ungaretti, Betocchi ,Gatto, Saba e perfino Montale) per quel procedimento stilistico che si definisce nel caricare di un senso cosmico, di male cosmico, illuminante, un umile oggetto.  Pascoli non è un piagnone, come viene dipinto, è uno che sta sul limite di un dramma altissimo, n’è anzi la voce o la coscienza più proba e veritiera. Il suo – più che privato - è un dramma di civiltà e di cultura, tanto più sofferto e cupo quanto più ingenuo e intemperante si mostrò il poeta nell’assumerlo”.

 

2. Una nuova lingua poetica


Dopo quella sera ero andato a trovare il prof. Vallone nella sua casa-biblioteca-museo  di Galatina (c’erano almeno diecimila volumi, moltissimi su Dante, in tutte le lingue) insieme al suo vecchio amico Felice Leopizzi. Mi accolse con una antica preziosa edizione dei “Canti di Castelvecchio” (una rarità), facendomi una vera e propria lectio pascoliana: “Pascoli non è Dante,  la cui poesia giganteggia proprio dinanzi alle inquietudini e ai contrasti del suo tempo; né Leopardi che, pur nella sventura e nella miseria, respinge ogni compromesso; Pascoli  è il poeta di questo limite, il poeta di quel  momento storico  tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento della nostra civiltà, con una concezione straordinariamente primitiva e ingenua del mondo e dell’umanità. Per lui non ci sono che buoni o cattivi, onesti o disonesti, infelici e gaudenti, miseri e ricchi. Il male è là pronto a distruggere il bene, a soffocarlo e a dominarlo. Il male  è un grande residuo della crudeltà che circola per tutte le vene della società umana. Gli uomini non sono nati belve, ma lo divengono. E’ la società che lo esige. E il male è un po’ ovunque, colto più come imminente insidia che come forza cieca, più come offesa che bruta violenza, ma colpisce sempre dove l’innocenza è più mite, la fiducia più serena. Il grande male dell’universo-mondo è tutt’uno, nel sentimento e nella voce del poeta, col male che lo ha colpito negli affetti domestici. La poesia, secondo lui, tanto è più valida e operante quanto più giunge a migliorare e non a guastare, a creare amore e bontà comprensione…E’ per questo che la sua poesia, il suo genuino pathos, l’ingenua commozione delle cose, la sorpresa felicità dell’umile, rimarranno ancora come strumento pedagogicamente efficace e  insostituibile per gli studenti di tutte le classi e le età. Ma per mettere in versi il mondo che ci circonda, cogliere il battito oscuro dell’universo in una sorta di improvvisa immedesimazione dell’anima, per risuscitare  in noi l’emozione, la meraviglia di memorie ancestrali, far uscire fuori quella voce nuova della fanciullezza, non poteva  adoperare le parole vecchie, convenzionali, sclerotizzate, trite e ritrite, bolse, arcadiche, di una lingua poetica in estrema decomposizione,  schiava com’era del peggiore  petrarchismo. Ed ecco allora che Pascoli  decide di costruire lui una nuova teoria linguistica basandosi sui  manuali di Max Muller e Spencer, eccolo  dare uno  scossone a tutto il vecchiume della cultura italiana, con un linguaggio nuovo, che liquida definitivamente il vocabolario aulico e raffinato della tradizione lirica italiana, rendendolo più immediato e aderente alle cose, costruito spesso su termini tecnici e dialettali, su onomatopee, su modi usuali e

discorsivi, un linguaggio all’apparenza dimesso, ma che intende invece farsi allusivo e mira a suggerire più che a dire, e che si carica di significati simbolici”.

A differenza di altri poeti del suo tempo, Pascoli non finge il suo mondo - prosegue Vallone -, ma  lo vive e lo sente. Quel suo amore, quella sua bontà, quella sua ricerca di pace appartengono alla sfera del sentimento, non della pura invenzione fantastica o a questa pervengono partendo da quella. Di qui il genuino pathos, l’ingenua commozione delle cose, la sorpresa felicità dell’umile.

 

3. I tre tavoli di Pascoli

 

Grazie, Professore. Però, certo che  a vederlo nelle foto d’epoca, tarchiato, con l’epa sporgente, il collo taurino, la testa forte sotto il cappello largo e molle, i baffoni spioventi,  vestito come un bonario fattore della bassa padania, Giovannino Pascoli somiglia più a  Peppone di memoria guareschiana che non a uno  che ha vinto per ben tredici volte il prestigioso Premio Certamina hoeufftiana di Amsterdam  per carmi in  versi latini (con quei soldi ci si è comprato un poderuccio e una casa a Barga); uno che sa  tutto di Omero e dei lirici greci, di Virgilio e Dante, dei maudit francesi, di Baudelaire e Mallarmeè, che conosce i trattati d’astronomia, di psicologia e di botanica; uno che ha elaborato una  lingua tutta speciale, inconfondibile,  “una koinè, un fior fiore di linguaggi materni, sorta di volgare trascendentale” (Garboli) e “che dimostra come l’arte sia magia pratica”, parola di Gabriele D’Annunzio. Per paradosso – dirà Sansone -  un  poeta tutto italiano come lui diventerà una delle espressioni più significative della nuova coscienza europea.

Ed eccolo, il letterato, l’umanista Pascoli, - seduto ad uno dei tre leggendari tavoli, che si è fatto appositamente costruire nella sua casetta di Barga, quello della “poesia in lingua italiana” (gli altri due sono per il latino e per gli studi danteschi e ognuno ha i suoi ferri del mestiere), - che diventa il più deciso eversore della nostra vecchia lingua poetica. Fa il come il cacciatore di Hugo, cerca di prendere pensieri, o il maestro del bricolage, con una strategia consapevole, da conoscitore di scienza, antropologia, mito e religioni.

 

4. Innamorato delle sorelle

 

Ma fa poesia come il contadino che fa il vino, o un buon artigiano, un falegname, un fabbro, una ricamatrice, alle prese con la magia della loro creatività. Costruisce un tessuto ritmico e timbrico tra i più sapienti e sottili, dove la trama e l’ordito sono allusivi, simbolistici, e il gioco delle allitterazioni e delle anafore, non è mai fine a se stesso, ma è sempre teso all’espressione di qualcosa che altrimenti non potrebbe essere detto, puntando  quasi tutto sopra il registro onirico, ipnotico e visionario, che sa dar voce alle ombre, al silenzio e alla tristezza che è nelle cose. E via via , s’accentua in lui questo sentimento doloroso della vita col suo mistero immenso, lo smarrimento, lo sconforto, la sofferenza che è alla radice del nostro vivere. Pascoli ripiega in se stesso, s’isola  nella sua “casetta”  in campagna, nel  “nido”, dove trova rifugio contro le minacce degli uomini a lui ostili, ed è sempre più costretto a  vivere con le sue metafore ossessive: parla sempre più spesso con i morti – soprattutto la madre, figura immanente, - e accentua  il rapporto nevrotico e di repressioni sessuali sublimate con  le sorelle Mariù e Du, (Maria e Ida), alle quali scrive lettere da innamorato: “ Vi mando una delle foglioline mandate da voi, alla quale ho dato un bacio. Baciatela e le nostre labbra si incontreranno”. Ma con l’andar del tempo quella situazione, accettata da Maria, futura custode della memoria di Giovannino, risulta gravosa per Ida, che scappa  di casa e se ne va a Sogliano, per tornare con il fidanzato, che sposerà l’anno dopo, nel settembre 1895, procurando al fratello  forse la più grave tempesta psichica della sua vita. Costretto a Roma da un incarico ministeriale, Pascoli è preda di continue crisi di sconforto e di pianto, abbrutito dall’alcool, piomba nella più cupa disperazione per la distruzione del “nido” operata dal “tradimento” della sorella e nulla sembra ricondurlo alla ragione. Scrive da Roma nel giugno del 1895: “Come farò a dormire questa notte? Queste altre notti? come passerò questi giorni? Oh, povero Giovanni! Un bacio, Du, un bacio Mariù. Addio, cara Du. Perdonate la mia breve lettera. Non posso farmi vedere a piangere…. Siamo ora all’uscir dall’infanzia, si può dire, e io sono vecchio e malato”. Giovannino esplode in un pianto, in un parossismo d’angoscia che rivelano la consapevolezza di un irreparabile fallimento esistenziale. Quella religione domestica e solipsistica su cui aveva fondato i fragilissimi equilibri della propria esistenza, andava in disfacimento. “C’è un gran dolore e del gran mistero nel mondo, e non basta a consolarci la vita semplice e familiare, né basta la contemplazione della natura in campagna per liberarci del   nostro immutabile destino”…

 

5. Il Nulla leopardiano

 

Si riaffaccia in lui il  sentimento del nulla, il silenzio, l’assenza, il vuoto pauroso che tutto avvolge, di matrice leopardiana e “ mallarmeana”. Giovannino avverte il peso della grande solitudine, quella solitudine che non può essere consolata neppure dall’affetto dell’ultima sorella rimastagli accanto, l’adorata  Maria: “Ti splende su l’umile testa la sera d’autunno…Stringiamoci e facciamo in modo che la nostra unione non abbia neppure un minuto di malcontento… Con te vivere, con te morire!... Una cordina al tuo destino, una camerina vicina a me , e sempre insieme… La mia felicità sta in te. Tu mi ami, io t’amo… Mi resti solo tu…” . A Maria, che appare in fotografie accanto al fratello, quasi in disparte e di contrariata, con un fazzoletto bianco in testa, che copre e mortifica le sue abbondanti chiome nere, sempre vestita da massaia rurale, con veste larghe che  mortificano le sue forme prosperose;  a Maria che amò talmente il fratello non solo da sacrificargli la sua vita famigliare, ma fino al punto da studiare latino e greco  per seguirne la sua attività, - Giovanni dedica una delle  poesie più belle  (e sensuali) della sua produzione, la “Digitale purpurea” .

 

6. La sconfitta della vita

 

Ma neppure Maria lo salva dal fallimento, dallo scacco, dalla sconfitta della vita, né il forzato itinerario di chi, come lui, ha scelto la contemplazione e la purificazione piuttosto che la vita attiva. Ed ecco allora che  accanto al bonario professore cordiale, versatile, sorridente, agreste, all’uomo che sorride ai fotografi e sembra in pace con il mondo, che contempla con serenità l’orizzonte limitato del proprio campo  e si gode placidamente la sua quiete domestica, profilarsi l’altro  Pascoli, quello “cosmico”, che guarda con angoscia l’immenso cielo stellato, infinita ombra costellata, popolata di spazi silenziosi che ruota perennemente e paurosamente con il piccolo globo opaco della Terra; sente di girare nello spazio, con la propria mortale fragilità, in una profonda, insondabile solitudine che non si riesce a sopportare: “Io sono molto afflitto. Sempre solo! solo! solo! solo, colmo di pensieri…! Solo ad ascoltare i battiti del mio cuore” . Cosmo e umanità, questi i due  termini essenziali di gran parte delle sue ultime  meditazioni: “E la terra fugge in una corsa/vertiginosa per la molle strada / e rotolava tutta in sé attratta / per la puntura dell’eterno assillo”.


7. Un inquieto desiderio di Dio

 

Crolli terrificanti, cataclismi paurosi dell’universo, corse folli degli astri, scontri spaventosi, incendi  immani, pietrificazioni ed esplosioni astrali… Non è il Pascoli consueto del fanciullino  quello che ci viene incontro sul volgere della sua esistenza, ma un poeta ossessionato dalla presenza dell’abisso cosmico. Lo spalancarsi dell’universo in vastità sconfinate, in cui la terra sprofonda e scompare, comunica al poeta un senso di smarrita infinita solitudine, che sembra sfociare in una nostalgia di cieli spirituali, in inquieto desiderio di Dio. Gli incontri con la figura centrale della madre morta  si fanno più frequenti: Mia madre era al cancello/. Che pianto fu! Quante ore!/ Lì, sotto il verde ombrello/ della mimosa in fiore. L’abisso spaziale a cui guarda Pascoli con terrore diventa la misura dell’assenza di Dio: o quanto meno dell’inappagata ricerca di Dio. “E’ inutile che noi discutiamo di religione – aveva detto all’amico Lorenzo Saponaro - Noi crediamo tutte e due alle stesse cose, con questa differenza che tu credi per il dogma e io no”. Ma non era vero. Aveva smarrito il conforto della religione tradizionale, ed era privo di ogni energia speculativa. E’ un’anima  nella penombra, preso da questa sconsolata paura cosmica, che ricorda una sorta di profezia di Merezskovskij: “Tutta la nostra stirpe  all’alba del secolo  aspetta la morte “.  Ora Giovannino contempla il deserto leopardiano che illumina la rovina e la morte. Aspetta ormai solo la morte, per un male inesorabile, ma  s’interroga ancora sul “dopo”. Invoca  - inutilmente - la madre:“O madre , fa ch’io creda ancora/In ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce!O madre, a me non dire Addio,/se di là è, se teco è Dio!. Sfioriva il crepuscolo stanco/Cadeva dal cielo una rugiada. Non c’era avanti a me, che il bianco/Della silenziosa strada”. E’ a Maria, unica fedele compagna di tutta una vita, sorella-madre-madonna, che pochi giorno dopo, il 6 aprile del 1912,  alle 17,30, vengono rivolte le ultime rotte accorate parole di Giovannino, consumato dalla cirrosi epatica, ormai morente: “Sotto terra…sotto terra… peccata… peccata… prete… prete…prete…Dio mio!...Dio Mio… madre!... madre!... madre!... Mariù… Mariù… Mariù…”.


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