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Home I mille racconti I mille racconti FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 30. Le basse calosce
FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 30. Le basse calosce PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 22 Giugno 2014 15:51

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Ahi!.. Non non avrei mai voluto raccontarvi questa bruttissima storia delle basse calosce, successa soltanto pochi giorni fa nell'anticamera del nostro grande appartamento, in cui abitano tante brave persone e cose. Sono costernato che ciò sia potuto davvero accadere proprio nella nostra anticamera.

La storia ebbe inizio da cose futili. Un'inquilina del nostro appartamento, chiamata da tutti noi zia Luša, aveva portato dal mercato una borsa piena di patate. Arrivata a casa, la aveva messo per terra nell'anticamera, vicino all'attaccapanni, ed era andata via.

Prima di andarsene, zia Luša lasciò la borsa della spesa vicino alle calosce. Ad un tratto si udì un saluto gioioso: «Buongiorno, care sorelline!»

Secondo voi chi e chi aveva salutato in questa maniera?

No, no… Non lambiccatevi il cervello, tanto non indovinereste lo stesso. Era il saluto delle grosse Patate rosa alle nuove Calosce di gomma.

«Come siamo felici di incontrarvi di nuovo, care sorelline!» – gridavano, interrompendosi l'un l'altra, le Patate dalle facce tonde.

«Come siete belle! Ma quanto siete brillanti e lucenti!»

Le Calosce, dando un'occhiata sprezzante alle Patate, brillando con superbia per lo smalto, risposero alquanto rudemente: «Primo, non siamo affatto vostre sorelle. Noi siamo fatte di gomma e lacca. Secondo, abbiamo in comune con voi, semmai, solo qualche vocale nei nomi. Terzo, non abbiamo alcun desiderio di conoscervi e di parlarvi!»

Le Patate, sconvolte dall'altezzosità delle Calosce, tacquero. A questo punto al posto loro si mise a parlare un Bastone.

Si trattava di uno stimatissimo Bastone da passeggio di uno scienziato che, accompagnando dappertutto quest'uomo di scienza, si era molto istruito. Infatti, dovette camminare con lo scienziato nei posti più diversi, in cui vide delle cose interessanti e di straordinaria importanza. Avrebbe avuto moltissime cose da raccontare, ma il Bastone da passeggio per sua natura aveva un carattere taciturno. Proprio per questa sua caratteristica lo scienziato lo adorava, in quanto non lo disturbava nel ponderare. Però questa volta il Bastone non aveva voluto né potuto star zitto e, pur non sembrando di volersi rivolgere verso qualcuno in particolare, fece un'osservazione.

«Esistono certi presuntuosi, cui è sufficiente entrare nell'anticamera di un appartamento della capitale per darsi arie e per non riconoscere più la loro semplice parentela!»

«E' proprio vero» – gli fece eco il Cappotto di Pannolano. «E' come se io dovessi inorgoglirmi del mio taglio e della mia fattura alla moda e non riconoscere più mia madre – una Pecora dal Vello Fine!»

«Ed io» – disse la Spazzola per gli abiti. «Ed io potessi negare la mia parentela con colei sulla schiena della quale crescevo una volta come setola.»

A tutte queste osservazioni le superficiali Calosce, anziché mettersi a pensare e cercare di trarne delle utili conclusioni, scoppiarono in una risata fragorosa. Tutti compresero subito che non erano solo basse e boriose, ma anche stupide. Due vere cretine!

Il Bastone dello scienziato, capendo a questo punto che con queste due sciocche piene di superbia non bisognava fare complimenti, disse: «Però, che memoria corta hanno adesso le Calosce! Si vede che è offuscata dall'esagerato scintillio della loro lacca!»

«Di cosa parli, vecchio bastone nocchiuto?» – chiesero le Calosce, mettendosi subito sulla difensiva. «Noi ricordiamo benissimo ogni cosa!»

«Se è così!» – esclamò il Bastone da passeggio. «Ditemi allora, signore, da dove venite?»

«Veniamo dal negozio» – risposero le Calosce. «Lì, ci ha acquistato una bella signorina.»

«E dove siete state prima del negozio?» – domandò il Bastone un'altra volta.

«Prima di arrivare nel negozio siamo state cucinate dentro un forno della fabbrica di calosce.»

«E prima del forno?»

«Prima del forno eravamo un impasto di gomma, dal quale ci formarono in fabbrica.»

«E prima d'essere un impasto di gomma?» – continuò il suo interrogatorio il Bastone, nel silenzio generale di tutti quelli che si trovavano nell'anticamera.

«Prima d'essere l'impasto di gomma» – risposero un po' tartagliando le Calosce, – «noi eravamo alcool.»

«E cosa eravate prima di diventare alcool? Cosa?» – pose il Bastone l'ultima, decisiva e micidiale domanda alle boriose Calosce.

Le Calosce fecero finta di sforzarsi di ricordare e di non riuscirvi. Anche se l'una e l'altra sapevano benissimo chi erano state prima di diventare alcool.

«Allora ve lo faccio ricordare io» – dichiarò il Bastone con esultanza. «Prima d'essere alcool, siete state patate e crescevate sullo stesso campo e, probabilmente, nella stessa sede con le vostre sorelle. Solo che voi non crescevate così belle e grosse, come loro, ma eravate dei tuberi piccolissimi, tutti storti e mal sviluppati che, generalmente, vengono presi per essere trasformati in alcool.»

Il Bastone tacque. Nell'anticamera si fece silenzio. Tutti erano estremamente dispiaciuti per il fatto che tutta questa antipatica storia accadeva in un appartamento in cui abitava bravissima gente, distinta per il grande rispetto verso tutto quello che la circondava.

Sono molto addolorato nel raccontarvi questo, soprattutto perché le Calosce non domandarono neppure scusa alle loro sorelle.

Come possono essere basse le calosce in questo mondo. Uffa!..

 

 


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