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Stagione teatrale a Lecce
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Il mare futuro – (26 giugno 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 26 Giugno 2014 16:28

[Supplemento al “Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 26 giugno 2014]

 

La popolazione italiana si divide in due grandi categorie culturali: i talassofili (che amano il mare) e i talassofobi (che non lo amano). Il Salento è talassofobo. In passato le paludi costiere, foriere di malaria, e le scorribande dei pirati, portatrici di massacri (basta entrare nella cattedrale di Otranto per capirlo), hanno spinto i salentini verso l’interno. Due sole vere città sul mare (Otranto e Gallipoli), circondate da mura. Il resto è lontano dal mare. E torri lungo tutta la costa, per guardare il mare e scorgere il pericolo che arriva, in modo da potersi ritirare nelle masserie fortificate.

Poi ci furono le bonifiche, che distrussero le paludi costiere e determinarono il dissesto idrogeologico, e poi ci fu l’assalto alla costa, intesa come sito di svago, dove trovare refrigerio dalla calura estiva. Le coste sabbiose sono state in gran parte devastate dall’abusivismo di bassa qualità, mentre le coste rocciose sono rimaste quasi integre, oppure vi si è costruito con criteri migliori. 
Gli stranieri sono venuti in Salento ad investire, con villaggi vacanze di grandi dimensioni che sfruttano le bellezze del territorio e che, purtroppo, portano i frutti altrove.

Un sintomo della mancanza di cura per il mare lo trovai negli anni ottanta, quando mi trasferii qui: tutti mangiavano datteri di mare (anche io). Poi mi accorsi che la capillarità di questo piatto (le linguine coi datteri) stava devastando i fondali rocciosi di tutta la Puglia. La storia dei datteri mi dà speranza. Le evidenze raccolte, assieme ad altri colleghi, dimostrarono che il prelievo dei datteri di mare era insostenibile, e in base a questo furono emanate leggi che proibiscono il prelievo e il consumo di questi molluschi. Ma la legge perde senso se nessuno la rispetta. Bisognava far capire che è assurdo distruggere il mare per un piatto di linguine. Oggi, dopo venti anni, i datteri sono usciti dalla “cultura” salentina. Cambiare si può, e non con la repressione ma con il convincimento e l’evoluzione culturale.

Quelle case abusive sulla costa sono sintomo della cultura dei datteri di mare. Dove l’uomo non ha devastato, il Salento è un posto bellissimo. E’ bellissimo sulla costa, ed è bellissimo sott’acqua. Dove l’uomo ha lasciato la sua impronta, di solito c’è devastazione, incuria, e la bellezza viene sostituita dalla bruttezza. Solo una cultura talassofoba può trattare così la propria costa.

I gestori degli stabilimenti balneari sono in prima linea, letteralmente. In passato gli stabilimenti balneari sono stati fatti di cemento, direttamente sulle spiagge. Strutture fortemente invasive hanno bloccato gli arenili, dietro sono state smantellate le dune per fare parcheggi. Pian piano, quelle strutture vengono demolite e, al loro posto, si costruiscono impianti di legno, su palafitte. Come vedo l’evoluzione degli stabilimenti balneari? Semplice: penso ai trabucchi del Gargano. Sembrano velieri spiaggiati, costruiti con legno vecchio, mangiato dal mare, tenuto assieme dal sartiame, posato sulle rocce. Dai trabucchi si pesca, con reti a bilanciere. Ma quelle strutture, con opportune modifiche e accorgimenti, possono diventare il modello per nuovi stabilimenti balneari, che rispondano a canoni di bellezza. E gli operatori balneari devono diventare, e in parte già lo sono, i custodi della bellezza della costa e del mare, perché è la bellezza il loro primo patrimonio. Oggi siamo a un bivio. Stabilimenti balneari con migliaia di scalmanati che danzano a ritmi tribali, o stabilimenti balneari per chi ama il mare?

 

E quindi: riqualificazione delle strutture. Gli obbrobri vanno demoliti, e ci dobbiamo allontanare dalla costa, lasciandola integra. La talassofobia ha fatto sì che coste bellissime siano ancora vergini. Devono restare tali, e la presenza umana deve essere discreta. Penso alle Cinque Terre, nella mia Liguria. O al Monte di Portofino.

E penso anche alle Aree Marine Protette. Porto Cesareo è il posto più marcato dall’abusivismo edilizio costiero. Dune smantellate, caos estivo incontenibile. A Porto Cesareo è stata istituita un’Area Marina Protetta. Ero cittadino di Porto Cesareo quando il decreto istitutivo arrivò. E mi trovai minacciato quasi fisicamente, assieme all’amico Cosimo Durante, da chi non accettava alcun vincolo. Oggi, passati venti anni, sotto la guida di un direttore e di uno staff che in gran parte si sono formati nell’Università del Salento, l’Area Marina Protetta è un volano di sviluppo per il paese, uno sviluppo virtuoso. Migliaia di persone, ogni anno, visitano il Museo di Biologia Marina e… capiscono. Lavoriamo soprattutto con le scuole, perché da lì bisogna cominciare. Per non parlare dell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, anch’essa guidata da persone formate presso l’Università del Salento, citata in tutto il mondo come testimonianza di ottima gestione. Ora resta il tratto più significativo, tra Otranto e Santa Maria di Leuca. Anche quello deve diventare un’Area Marina Protetta. Di fronte a Leuca, a centinaia di metri di profondità, ci sono i coralli bianchi. Una vera e propria barriera corallina. E poi c’è il coralligeno di Tricase, e le grotte marine. Un paradiso da mostrare a tutto il mondo, tenendolo bene, avendone cura. Sogno un sentiero da fare a piedi, da Otranto a Leuca. Collegato all’interno a masserie fortificate dove i “viandanti” possano rifocillarsi. Un sentiero da fare tutto l’anno, per vedere la natura che cambia. Con discese al mare da dove, con una maschera e un boccaglio, si possano già vedere le meraviglie che il nostro mare ha da offrire. Ma lo stesso si può dire per la costa a nord di Otranto. Un vero paradiso.
Certo, ci sarà da rimettere in ordine la costa rocciosa. Ma in modo discreto, facendo crollare quel che sta crollando, con una manutenzione continua dei costoni rocciosi. C’è lavoro per chi voglia e sappia prendersi cura dell’ambiente, il nostro patrimonio più grande. E poi penso ai pescatori. Proprio a Porto Cesareo è nata un’alleanza tra i pescatori, l’Area Marina Protetta, e l’Università del Salento. Il progetto Sampei, fortemente voluto dai pescatori, ha fornito evidenze che mostrano come, con opportune scelte degli attrezzi da pesca, si possa pescare di più e meglio, senza intaccare le popolazioni di pesci. Basta non prendere i piccoli, e aspettare che diventino grandi. Ma per fare questo bisogna che tutti si mettano d’accordo e che nessuno faccia il furbo. I pescatori di Porto Cesareo mostrano che queste scelte sono possibili.

Negli ultimi cinquant’anni c’è stato l’assalto alla costa. Ma ora la cultura sta cambiando, e gli errori del passato sono sempre più chiari. 
L’Università ha fatto la sua parte. E stiamo cercando di migliorare sempre. Il corso completamente in inglese di Ecologia e Biologia Marina e Costiera (Coastal and Marine Biology and Ecology) attira studenti da tutta Italia e dall’estero. Presto avremo un piccolo laboratorio marino a Tricase Porto, direttamente sulla costa. In attesa, forse, di riuscire a realizzare un grande centro di ricerche marine. L’Università del Salento ha raggiunto un livello di tutto rispetto nelle scienze del mare, e il motivo, prima di tutto, consiste nella disponibilità di ambienti fantastici da studiare. I colleghi di tutto il mondo che vengono a trovarci e a lavorare con noi non vorrebbero più andarsene. Il progetto CoCoNet è il più grosso progetto europeo dedicato al mare che sia coordinato da italiani. E il centro di coordinamento è proprio l’Università del Salento. Il basso Adriatico e l’alto Ionio sono sede del progetto pilota che dovrà mostrare all’Europa come dar vita a reti di Aree Marine Protette in Mediterraneo e in Mar Nero.

Ci sarà da lavorare, ma vedo un futuro blu per questo tacco d’Italia, immerso in due mari.

 

Post scriptum. C’è però un’alternativa, meno ottimistica. I processi evolutivi possono interrompersi o possono prendere altre strade rispetto a quella imboccata nei primi stadi di evoluzione. Oggi il Salento ha un’immagine forte, e attira moltissimo. Inutile dire che i massimi flussi turistici si verificano in estate, ed è inutile dire che il merito è del mare. Il resto (cultura, gastronomia, storia, architettura) è un supporto all’attrattiva principale: un ambiente marino e costiero di alto livello. L’idea corrente è di sfruttare il momento e costruire grandi infrastrutture di ricezione, direttamente sulla costa. Porticcioli (ogni paesino costiero ne vuole uno), grandi alberghi, residence, villaggi, stabilimenti balneari, superstrade. Sappiamo già come vanno queste cose. Un certo tipo di turismo (lo potremmo chiamare turismo di qualità) “scopre” un bel posto (pensate agli inglesi e ai francesi che si stabiliscono in Salento). La bellezza consiste proprio nell’assenza di grandi infrastrutture. “Niente” è un grandissimo valore. Una volta capito che si può guadagnare, le comunità locali cercano di spremere la situazione quanto più possibile e inizia l’assalto al territorio. Questa scalata alla urbanizzazione e infrastrutturazione dura qualche anno, magari anche qualche decennio, e nel periodo di crescita le presenze continuano ad essere sostenute. Quando finalmente tutto è “pronto”, e l’ambiente è stato completamente alterato, i motivi di attrazione per il turismo di qualità vengono meno. Alla qualità si sostituisce la quantità ma i motivi per tornare, per questi turisti, non ci sono più. Arriva altra gente (basta pensare alle feste in spiaggia, con alcol e grandi altoparlanti). Passata la moda, rimane un territorio devastato in cui non vuole andare più nessuno. In alcuni posti del Salento ci sono avvisaglie di questo processo. Quando i sindaci dichiarano di ispirarsi al modello Rimini, vogliono proprio questo. Quando considerano i piani paesaggistici come un freno allo sviluppo, hanno in mente proprio questo. Ovviamente vedono solo la parte crescente della curva economica e chiudono gli occhi di fronte all’ineluttabile crollo. 
Se questi sono i sindaci eletti dalla popolazione, significa che la popolazione vuole questo. Noi possiamo solo avvertire. Ci chiamano Cassandre, dimenticando che Cassandra faceva predizioni che poi si avveravano: la sua maledizione era che nessuno le credeva. Ma forse è più una maledizione per chi non la voleva ascoltare. Non si potrà dire, comunque, che l’avvertimento non sia stato lanciato (e tante, tantissime volte).


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