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La crisi economica greca e i vincitori olimpici PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Antica
Scritto da Pietro Giannini   
Lunedì 30 Giugno 2014 16:27

["Il Titano". Supplemento economico al n. 12 de "Il Galatino" del 26 giugno 2014, p. 13]

 

Su “La Repubblica” del 3 settembre 2013 è apparsa una notizia con questo titolo: “Atene licenzia gli Olimpionici. Basta posto fisso ai medagliati”. Nel corso dell’articolo di Ettore Livini (che riferisco dal resoconto apparso sul sito Repubblica.it) si scrive:

“La terra di Olimpia e la patria dei giochi a cinque cerchi mette alla porta i suoi campioni sportivi. La crisi è uguale per tutti. La Troika non ammette eccezioni per nessuno e una medaglia d'oro alle Olimpiadi, anche ad Atene, non è più un buon motivo per garantire un posto fisso nell'amministrazione pubblica. A dare l'annuncio è stato il neo ministro delle Riforme, Kyriakos Mitsotakis, in un drammatico incontro con le Federazioni olimpiche elleniche. La legge 2725/99, quella che premiava i greci che si sono distinti per meriti sportivi con un'assunzione pagata dallo Stato, è finita nel mirino di Ue, Bce e Fmi. Ergo gli atleti che hanno usufruito dei suoi benefici, compresi tutti i medagliati dei Giochi, finiranno nelle liste di mobilità del pubblico impiego come se fossero dipendenti qualsiasi.

La legge, vecchia di 15 anni, avrebbe garantito finora uno stipendio a 900 campioni nazionali dello sport di Atene. Assunti e inquadrati in genere in funzioni di promozione delle loro discipline e dell'attività fisica o utilizzati come "testimonial" dell'eccellenza del Paese. Un modo per sdebitarsi con loro anche dal punto di vista economico dopo gli anni e le migliaia di ore dedicate solo ad allenarsi per far sventolare la bandiera biancazzurra nei cieli a cinque cerchi delle premiazioni delle Olimpiadi”.

Se si richiama qui questo fatto non è per fare considerazioni sulla prassi greca di spendere il denaro pubblico in maniera più o meno oculata o sulla severità della “Troika” che ha determinato il provvedimento restrittivo. La crisi greca è problema troppo complesso dal punto di vista economico e troppo drammatico dal punto di vista umano per consentire giudizi sommari. Si vuole sottolineare soltanto una qualche continuità tra il comportamento dei Greci moderni e di quelli antichi.

In Grecia, si sa, l’agonismo, ed in particolare quello sportivo, era una delle strutture portanti della società. Gli agoni prevedevano di solito dei premi materiali, ma le gare più importanti, che si tenevano ad Olimpia, a Delfi, a Nemea ed all’Istmo di Corinto,

erano ricompensate con una semplice corona. Tuttavia, le città dei vincitori, proprio per dimostrare la loro riconoscenza per la gloria che avevano acquisito con la vittoria dei loro concittadini, potevano concedere a loro dei vantaggi materiali. Questi potevano essere: il diritto di sedere in prima fila negli spettacoli pubblici, il mantenimento a spese della città, oggetti preziosi non definiti. Possiamo sottolineare en passant che, tra i premi menzionati, il “mantenimento a spese della città” è il corrispettivo più prossimo del “posto fisso” concesso agli atleti odierni. Comunque, la notizia ci viene data da un poeta-filosofo del VI-V secolo, Senofane di Colofone, che in una elegia protesta contro i riconoscimenti concessi agli atleti vittoriosi, che ritiene indegni di tali vantaggi, mentre ne sono meritevoli i poeti. Le motivazioni di tale protesta, su cui sarebbe lungo soffermarsi, devono tenere conto della funzione del poeta nella società greca.

Si potrebbe dire che Senofane, nel componimento in questione, fa una rimostranza pro domo sua, ma in realtà egli esprime un’opinione abbastanza diffusa in Grecia. Un analogo atteggiamento critico, anche se non negli stessi termini, aveva assunto qualche secolo prima Solone, il legislatore di Atene. Secondo Diodoro Siculo (9, 2, 5) “Solone riteneva che i pugili e i corridori e gli altri atleti non danno alcun contributo alla salvezza della città e che solo gli uomini che si segnalano per sapienza e valore possono preservare la patria nei pericoli”. Di conseguenza egli prese dei provvedimenti che sono così esposti da Diogene Laerzio (1, 55): “Ridusse anche i premi degli atleti vincitori degli agoni, stabilendo cinquecento dracme per l’olimpionico, cento per l’istmionico e così analogamente per gli altri. Non aveva alcun senso etico aumentare i premi di costoro, ma solo di quelli che erano morti in guerra, la cui prole doveva essere mantenuta ed educata a pubbliche spese” (trad. M. Gigante).

Come si vede, Solone non stabilì la soppressione del contributo pubblico, ma solo la sua riduzione (non sappiamo di quale entità). Comunque, è importante notare che a determinarla non fu nessuna “Troika” esterna o l‘incalzare di una crisi economica, ma solo una esigenza “etica”.


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