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Programma gennaio 2019
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Home Saggi e Prose Filosofia Trent'anni dalla scomparsa di un genio. Riflettendo su Foucault, sul linguaggio, sulla società.
Trent'anni dalla scomparsa di un genio. Riflettendo su Foucault, sul linguaggio, sulla società. PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Vincenzo Russo   
Sabato 26 Luglio 2014 11:27

Mi è stato chiesto - e di ciò ne sono profondamente onorato - di scrivere un pensiero per i trent'anni dalla morte di una delle menti più brillanti del secolo scorso: Michel Foucault. Prima di procedere in tal senso, sento innanzitutto il dovere e la responsabilità di dichiarare al lettore la mia difficoltà di portare a termine questo compito solo apparentemente semplice. La difficoltà scaturisce dalla necessità di utilizzare il linguaggio per descrivere chi - Foucault - del linguaggio ne ha svelato segreti e potenzialità. Il mio timore è allora quello di chi osserva un incosciente maneggiare maldestramente un'arma, turbato dall'ansia di sentire esplodere, da un momento all'altro, il colpo mortale: in questo caso, l'incosciente maldestro ed il suo osservatore sono la stessa persona, il sottoscritto, impegnato ad osservarsi maneggiare, con scarsa padronanza, l'arma potentissima della parola. Conscio della mia incoscienza, accetto il rischio di andare avanti, sempre più convinto che trattare di Michel Foucault non sia assolutamente cosa facile. E non lo è ancora di più oggi, a trent'anni dalla Sua morte, in una società complessa nella quale sembra che non ci sia più spazio per l'uomo, se non come mero dispositivo di produzione di una comunicazione resa possibile soltanto dall'impenetrabilità del pensiero, impenetrabilità che rende altamente improbabile la comprensione e che pertanto apre a sempre nuove possibilità di costruzioni semantiche. Se un giorno, dunque, come d'incanto l'umanità comprendesse appieno l'importanza del linguaggio e la responsabilità che ne sottende l'uso, allora probabilmente essa proverebbe così tanto timore da divenire muta, poiché scoprirebbe che l'uomo è soltanto un prodotto del linguaggio, cioè del potere, o - per dirla con le parole di Foucault - una creatura recente che la demiurgia del sapere ha fabbricato con le proprie mani, nel corso di duecento anni. Ampliando la riflessione con linee di pensiero proprie della teoria dei sistemi sociali e della teoria costruttivista, si potrebbe poi affermare che il linguaggio non soltanto crea l'oggetto osservato dall'osservatore ma crea anche lo stesso osservatore, che è tale soltanto perché è a sua volta oggetto, costruzione cioè - direbbe Luhmann - dell'osservazione dell'altro. Per la teoria dei sistemi sociali, il linguaggio è il medium per antonomasia della comunicazione, e la comunicazione è ciò che rende possibile l'autopoiesi della società. Nella società tutto è comunicabile e quindi tutto è costruibile: la realtà stessa è una costruzione - dice Heinz Von Foerster - una costruzione, appunto, dell'osservatore. Al di fuori della società invece non c'è linguaggio, non c'è comunicazione e non c'è spazio per nessuna costruzione di senso. Il linguaggio è potere e il potere è sapere: una produzione continua di senso (e di non-senso) che dà forma alla realtà, inventando verità.

Mentre scrivo, mi chiedo allora cosa ci sia dietro al linguaggio e, nell'osservarmi a ricercare una risposta, immagino il mio volto tradire un sospiro d'angoscia. La risposta che mi sovviene, infatti, non è rassicurante. Siamo fantasmi di noi stessi che quotidianamente indossiamo soltanto ciò che il potere, con la disinvoltura di un navigato stilista, sceglie per noi attingendo dal suo immenso atelier pieno di appariscenti vesti intessute dalla sapiente maestria del suo alacre e laborioso sarto: il linguaggio, appunto. In un'elencazione meramente esemplificativa, le vesti sono quelle di cittadino, di straniero, di ricco, di povero, di impiegato, di libero professionista, di alunno, di docente, di sacerdote, di laico, di omosessuale, di eterosessuale, di carnefice, di vittima, di uomo e di donna.

Parlare di Foucault come di un filosofo, di uno studioso, di uno storico, di un genealogista, mi sembrerebbe quindi - oltre che riduttivo - forse anche addirittura offensivo, perché significherebbe raccontare non dell'uomo, ma delle sue vesti (vesti che a Lui stavano per l'appunto strettissime) e, con questo, storicizzarlo, bloccarlo in una ricostruzione degli eventi inventata e voluta da un certo tipo di potere in un dato periodo di tempo.

Per onorarne la memoria - senza invece limitarsi ad un mero quanto sterile ricordo - più che parlare o scrivere, bisognerebbe invece «usare» Foucault: usare cioè i suoi insegnamenti come una scatola d'attrezzi (una boîte à outils, direbbe lui stesso) da cui attingere ciò che serve a svincolarsi dalle maglie di un potere onnipresente che, ad un certo punto della storia, mutò la sua strategia d'operatività e, attraverso un atteggiamento apparentemente mite ed artatamente dolce, iniziò a perseguire l'obbiettivo di assoggettare l'individuo per poi ricrearlo secondo le proprie necessità. Foucault, con una grande capacità di lettura del presente, fu tra i primi a denunciare questa nuova strategia operativa, una strategia ch'Egli sintetizzò nell'espressione «microfisica del potere» e che fa del potere un fascio di relazioni attraverso il quale esso si espande nell'universo del sistema sociale occupandone ogni spazio. A differenza del passato, in cui il potere si sostanziava nella facoltà del sovrano di «far morire o lasciar vivere» i propri sudditi, dal liberalismo in poi esso ebbe a concretizzarsi nelle decisioni governative di «far vivere o lasciar morire» la sua popolazione. Così, alle pratiche di anatomo-politica che prevedevano l'inflizione di pene corporali e l'esecuzione di supplizi sulla pubblica piazza, seguirono pratiche bio-politiche fondate su nuovi saperi, su tutti: l'economia politica e la statistica. Il nuovo potere controlla, osserva, annota, conserva ed elabora dati, classifica, categorizza. Questo atteggiamento è poi divenuto parossistico nei totalitarismi e sarà descritto magistralmente da George Orwell nel suo meraviglioso romanzo «1984»: un capolavoro della letteratura mondiale. La letteratura, peraltro, è trasgressione, è forma di resistenza all'assoggettamento del potere. Guarda caso, 1984 è l'anno della morte di Michel Foucault. Coincidenze, corsi e ricorsi, contingenze.

Dall'imperare sui sudditi, il potere si è quindi specializzato nella gestione di una popolazione, una gestione resa possibile da nuove forme di sapere che nascono e si consolidano in una società strutturalmente diversa da quelle precedenti. Il potere si interessa all'individuo e lo fa producendo un sapere dell'individuo. Nascono le scienze umane. Nasce la psichiatria: la scienza che costruisce la follia come fenomeno da medicalizzare, la scienza che intende scoprire la verità sull'alterazione delle facoltà mentali: una verità che non scoprirà mai perché - come dice Foucault - è la follia a detenere la verità sulla psichiatria, e non viceversa! Anche la sessualità passa ad essere oggetto della scienza medica, così come anche il crimine. Il potere insomma ora crea verità, verità scientifiche che si fondano sulla distinzione normale/anormale. Da soggetto dotato di intelletto che, con la razionalità dell'illuminismo, allontana definitivamente da sé l'ombra dell'ignoranza medievale, l'uomo diventa oggetto di un potere incontrollabile. Sulla scia della genealogia di Nietzsche, Foucault annuncia così la morte (non di Dio, come fu per il filosofo tedesco, ma) dell'uomo. L'uomo diviene folle, criminale, omosessuale. Diviene normale e anormale. Diverso. Ma cos'è l'anormalità se non soltanto l'altra parte della normalità? L'unità di questa differenza, però, non può e non deve essere vista, perché se così fosse verrebbe svelato il paradosso del potere.

Ed oggi? Trent'anni dopo quel 25 giugno 1984 la società ha naturalmente continuato ad evolversi. Alla realtà tangibile si è affiancata la realtà virtuale: un dispositivo eccellente nella produzione di soggettività. Un account su un social network può infatti avere la stessa importanza di un individuo reale. O forse la stessa non-importanza. Lo schermo di un computer assume la funzione di un confessionale: nella stolta convinzione di non essere visti, ci si confida, ci si confessa, ci si mostra in tutta la propria nudità (talvolta anche brutalmente fisica). E mentre si fa questo, si muore. Muore l'uomo e nasce una sua immagine sbiadita, distorta, ma comunque vera, vera proprio perché falsa: la verità infatti - diceva Heinz Von Foerster - «è sempre l'invenzione di un mentitore».

Siamo nell'era del paradosso, nella quale ogni eccesso produce il suo opposto: la produzione di più norme produce più illeciti; la proclamazione di più diritti è l'input per una minore tutela dei diritti; il ricorso ai principi dell'uguaglianza e della libertà produce disuguaglianza e minore libertà.

Occorre allora ripartire proprio da Foucault, dalla sua boîte à outils dalla quale emerge innanzitutto la sollecitazione ad assumere un atteggiamento di «resistenza attiva» nei confronti del potere, al fine di innescare un processo di disassoggettamento ancora oggi necessario e possibile: un processo che può portare alla creazione di una realtà nuova, diversa, forse anche auspicabilmente migliore di questa ma che, per fare ciò, deve necessariamente ripartire dal linguaggio.

Foucault non va ricordato. Foucault si utilizza, si vive.

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