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Sospensione attività in via precauzionale
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 131 - (3 agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 14 Agosto 2014 07:57

La disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 3 agosto]

 

Nel Mezzogiorno la disoccupazione giovanile si assesta al 50%, a fronte di una media nazionale del 40%. Si tratta di percentuali elevatissime, mai registrate nella storia recente dell’economia italiana. I pochi giovani con un impiego lavorano con contratti precari, spesso in condizioni di sottoccupazione intellettuale, svolgendo cioè mansioni di livello inferiore rispetto al titolo di studio acquisito.

L’esplosione del fenomeno dipende essenzialmente dal fatto che le nostre imprese – al netto dei fallimenti - hanno reagito alla caduta della domanda interna riducendo drasticamente le assunzioni e, in misura molto minore, licenziando. L’aumento esponenziale della disoccupazione giovanile dipende anche dal fatto che, soprattutto nel Mezzogiorno, il principale datore di lavoro è stato tradizionalmente il settore pubblico. Il progressivo smantellamento del welfare ha fatto sentire i suoi effetti deleteri principalmente nelle aree più deboli del Paese, sia a ragione della minore domanda di lavoro nel settore pubblico (associata a una contrazione della domanda di lavoro nel settore privato), sia a ragione della contrazione di servizi pubblici essenziali (istruzione e sanità, in primis), che ha ulteriormente impoverito le famiglie meridionali. A titolo esemplificativo, si può pensare alla rilevante riduzione dei finanziamenti al settore della formazione, che ha penalizzato, peraltro, maggiormente le scuole e le università meridionali, e che ha indotto tutte le sedi universitarie ad aumentare la tassazione, con ovvi effetti di riduzione dei redditi delle famiglie.

L’economia meridionale è così precipitata in una spirale perversa, così schematizzabile. La riduzione della spesa pubblica per servizi di welfare ha innanzitutto ridotto la domanda di lavoro, in una condizione, peraltro, nella quale è anche il settore privato a esprimere una domanda di lavoro in drastico calo. Ciò si è tradotto in un aumento della disoccupazione giovanile (e in un aumento dei flussi migratori) e, al tempo stesso, in una riduzione dei redditi reali delle famiglie meridionali. A fronte di minori consumi, si è ulteriormente ridotta la produzione e gli investimenti e, in quanto i servizi di welfare incidono sulla produttività del lavoro (per l’ovvia ragione che più la forza-lavoro è sana e istruita, più è potenzialmente efficiente), la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia meridionale si è tradotta anche in un calo della produttività del lavoro.

Si consideri, inoltre, che i giovani meridionali inoccupati sono prevalentemente individui con elevato titolo di studio. In questa condizione, è del tutto irrazionale bloccare il turn-over nelle università e, di fatto, nelle scuole, per due ragioni:

1) Il blocco delle assunzioni nel settore della formazione riduce ulteriormente la domanda di lavoro, essenzialmente a danno di individui con elevato titolo di studio. In tal modo, non solo cresce la disoccupazione giovanile ma si determina un ulteriore problema di obsolescenza delle conoscenze che la rende disoccupazione di lungo periodo, e, dunque, difficilmente riducibile anche in una fase di crescita economica.

2) Il blocco delle assunzioni, in particolare nei centri di ricerca, accresce l’età media dei ricercatori e, di conseguenza, riduce la produttività della ricerca scientifica. Poiché è indiscutibile il fatto che sono i flussi di innovazione a trainare la crescita, e poiché è indiscutibile il fatto che i flussi di innovazione richiedono un preventivo investimento pubblico nella ricerca di base, l’ovvia conseguenza è che la riduzione delle possibilità di reclutamento nel settore della ricerca riduce il tasso di crescita potenziale.

Occorre osservare che i Governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni hanno ridotto la spesa pubblica (e aumentato la tassazione) soprattutto nel settore della formazione e soprattutto nel settore della formazione nel Mezzogiorno. Ciò si è verificato in virtù dell’applicazione di una norma molto discutibile, che stabilisce che le Università possono reclutare sulla base della contribuzione studentesca. Il risultato è che le sedi universitarie localizzate in aree con Pil pro-capite più basso possono reclutare meno di quanto possano fare sedi universitarie localizzate nelle aree più ricche del Paese.

Si è motivata questa scelta con la necessità di attuare politiche di austerità per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil e accrescere l’avanzo primario. Il debito pubblico, per contro, è aumentato e non si sono generati avanzi primari nella misura prevista. La riduzione della spesa è stata anche giustificata con il discutibile argomento secondo è solo rendendo scarse le risorse che si incentiva a farne un uso efficiente, limitando gli sprechi. Su questo punto, occorre sgombrare il campo da un equivoco:

1) Su fonte Banca d’Italia, si rileva che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del Pil nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al Pil sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su Pil, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania. Stando all’evidenza empirica, occorre dunque ammettere che la spesa pubblica, in Italia, non è eccessiva.

2) L’evidenza empirica mostra anche che è proprio nelle fasi nelle quali si riduce l’intervento pubblico in economia che diventa più rilevante il ruolo delle “reti relazionali” nella ricerca di un impiego. Ciò a ragione del fatto che, in termini generali, la riduzione della spesa pubblica accresce il tasso di disoccupazione e contribuisce a generare maggiore immobilità sociale.

Data la palese evidenza dell’irrazionalità di misure di contrazione della spesa pubblica in uno dei settori strategici per porre le condizioni per la ripresa della crescita, occorrerebbe una svolta radicale della politica economica, anche per il Mezzogiorno. Non si tratta di chiedere aiuti. Si tratta di capire che privare il Mezzogiorno di un incisivo intervento pubblico che sostenga la domanda di lavoro, con una particolare attenzione per le ricadute economiche della ricerca scientifica, significa condannare un’intera generazione a una condizione di precarietà permanente e, al tempo stesso, significa condannare il Mezzogiorno (e l’Italia) a una condizione di stagnazione permanente.

 

 

 


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