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Preferenze: pro e contro (10 agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 15 Agosto 2014 08:04

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 10 agosto 2014]

 

Il vantaggio dell’aver vissuto a lungo è di averne viste tante. E mi fa sorridere ora la polemica sulle preferenze. Ricordo quando il gioco delle preferenze a combinazione permetteva di controllare il voto. Non devo andare molto indietro per ricordare politici che ereditano le preferenze dai genitori. Ma come mai un politico ha tante preferenze, anche se è palesemente un incapace? Una parola che non si sente più è: clientelismo. Le preferenze si ottengono promettendo favori, e ci deve essere una percentuale di promesse mantenute per mantenere la speranza che anche la promessa fatta a noi sarà mantenuta. I voti si ottengono con posti nella pubblica amministrazione, con pensioni di invalidità, con trasferimenti, con appalti, condoni, permessi, cambi di destinazioni d’uso, promozioni. La lista è lunga. Ed è una lista di cose che dovrebbero essere illegali. Si chiama voto di scambio. Tu voti per me e io in cambio ti faccio un favore.

Tutto questo, adesso, pare dimenticato e si chiede che finalmente il “popolo” possa scegliere i politici che vuole. E che merita, dico io. Non c’è un italiano che sia contento della nostra classe politica, però alla fine abbiamo scelto sempre gli stessi. La Magistratura, con tutti i suoi difetti, ha tolto di mezzo un nutrito numero di delinquenti (per molti oramai si può usare questa parola senza tema di querela, visto che sono stati condannati in via definitiva) che, se non fossero agli arresti, sarebbero ancora oggetto di plebisciti. Siamo ancora troppo legati al “favore”, forse. Speriamo sempre che i nostri problemi siano risolti da un potente che, con il suo intervento, sia in grado di darci quello di cui abbiamo bisogno.

La democrazia richiede maturità e intelligenza. A quanto pare, in media, non siamo un paese maturo e ci mettiamo molto a capire che qualcuno ci sta fregando. Un settimanale britannico, l’Economist, mise Berlusconi in copertina chiamandolo “l’uomo che ha fregato un intero paese”. E ancora con lui si trattano le leggi elettorali, in base a un patto di cui non conosciamo la natura. Uomini votatissimi, come Scajola, Cosentino, e altri, molti altri, sono stati in accordo con la malavita organizzata, stando alle risultanze delle indagini e agli esiti dei processi. Abbiamo avuto parlamenti di eletti che avevano a carico pesanti condanne e che, nonostante questo, prendevano valanghe di voti.

Mi chiederete: allora cosa proponi? Non ho ricette magiche. Come al solito mi rifugio dietro una parola molto usurata: cultura. Se non esiste cultura di democrazia, la democrazia funziona male, qualunque sia la legge elettorale, e i furbi ne approfittano per “fregare” i fessi. Nel nostro paese tutti si credono furbi, ma i furbi esistono se ci sono i fessi. Ma ci sono fessi e fessi. Un paese dove si depenalizza il falso in bilancio (il nostro paese lo ha fatto) è predisposto a dare fregature ai fessi che vi investono soldi. Risultato? Per un po’ li abbiamo fregati, ma poi si sono “fatti furbi” e ora non investono più. E noi ci chiediamo: ma come mai nessuno di fida di noi? Bisogna essere proprio fessi per non capirlo. Non si fidano perché siamo furbi. 
Come si fa a fidarsi di un paese dove succede quel che succede col Mose, con l’Expo e con troppe altre iniziative che, invece di essere fiori all’occhiello, sono sintomo della nostra inadeguatezza culturale?

La riforma più urgente, e la più difficile da attuare, è quella del cervello degli italiani. I governanti che ci hanno portato alla rovina li abbiamo scelti noi, e abbiamo perseverato nell’errore fino a quando non ci hanno messo in galera gli “eletti”.

Comunque perseveriamo, anche nei rimedi, con una furbizia poco intelligente. L’Italia propone il suo candidato a ministro degli esteri dell’Europa. Diamo un segnale: è donna ed è giovane. Ce la stanno contestando perché ha un curriculum poco consistente. Gli altri paesi non sono così d’accordo. Il curriculum è più importante del genere e dell’età. Ma come è possibile che un paese possa perseverare così caparbiamente nel dimostrare di essere fatto di imbecilli? Mia sorella insegna in un liceo. E’ una dei 4000 che dovevano andare in pensione e che non ci vanno più. Non ne può più, e la costringono a restare al suo posto. Io insegno all’Università. Mi piace. Vorrei poterci stare sino a quando un esame rigoroso della mia produzione scientifica e didattica dimostra che posso ancora dare qualcosa, o fino a quando non decido che me ne voglio andare (avendo versato tutto il necessario). E invece si sta parlando di mandarci tutti in pensione a 65 anni. Chi vuole andare in pensione è costretto a rimanere, e chi non ci vuole andare è costretto ad andare. E poi leggo un articolo di un grande economista che, con grande genialità, ci spiega che mandare in pensione persone pagate dallo stato non è una grande soluzione, perché tanto dobbiamo pagar loro la pensione. Meglio tenerli al lavoro il più a lungo possibile. Ma guarda un po’. Bisogna proprio esser fessi a non averci pensato prima. Appunto.


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