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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Vacanze d'agosto: due modelli a confronto - (25 agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 27 Agosto 2014 09:04

Il degrado trofico si ferma in Val Boreca

 

[“La Stampa” di lunedì 25 agosto 2014]

 

Da più di vent’anni passo un periodo di vacanza in Val Boreca. Non l’avete mai sentita? Non è negli itinerari turistici, non ci sono alberghi o campeggi. Non ci sono residenti, i paesini sono spopolati dagli anni settanta perché in inverno sono isolati dalla neve. In estate si ripopolano degli anziani che ci sono nati e dei loro discendenti che, ogni anno, ritornano nelle case di famiglia. I boschi di faggi sono stati tagliati durante e subito dopo la guerra e dai ceppi sono cresciuti i polloni, formando boscaglia. Passati quasi settant’anni alcuni polloni sono diventati alberi, gli altri sono caduti. La foresta scomparsa, regredita a boscaglia, ridiventa foresta e, in questi ultimi anni, si è ricostituita una catena alimentare complessa. Sono tornati i grandi erbivori, come i cinghiali, e poi i daini. I predatori rimasti erano giusto volpi e faine, ma ora sono tornati aquile e lupi. Il torrente che dà il nome alla valle ospita diverse specie di anfibi: rane, rospi, salamandre.

I grandi predatori come lupi e aquile sono temibili, micidiali, eppure sono i più fragili: sono loro i primi ad andarsene quando l’ambiente soffre. Si chiama degrado trofico: le catene alimentari diventano più corte e semplici. Restano gli animali piccoli e più vicini alla base della piramide alimentare: gli erbivori. Restano anche predatori di piccole dimensioni, di solito rappresentati da molti esemplari. Tanti muoiono di fame, ma qualcuno rimane. I predatori grandi, invece, sono rappresentati da pochi individui e non è facile che riescano a cavarsela. Ogni individuo è un grande investimento per la specie e se si perde il capitale perduto è grande.

Le stesse cose avvengono in mare. Paradossalmente, gli animali più grandi (come le balene) non sono predatori di animali poco più piccoli di loro. Mangiano plancton di crostacei che, di solito, attinge dai primi livelli trofici e spesso è fatto di erbivori. Possono cavarsela più in fretta i grossi pesci con altissimi tassi riproduttivi (il che significa che fanno tantissime uova e possono ricostituire in breve tempo le proprie popolazioni, se le condizioni tornano buone) come i tonni. Gli squali sono più vulnerabili, perché non producono molte uova e la ricostituzione delle popolazioni è molto più problematica, dopo un tracollo. Lo stesso avviene per i lupi, o le aquile. Gli anfibi non sono grandi predatori, ma sono molto sensibili alla qualità dell’ambiente e sono tra i primi a scomparire in caso di degrado. Se la loro diversità è alta, il segnale è molto positivo.

Nella Val Boreca gli uomini sono assenti per gran parte dell’anno. La caccia non è molto praticata e il disturbo antropico è limitato. Le fonti di inquinamento sono nulle. Di notte il cielo permette di vedere stelle e costellazioni che di solito, da altre parti, non si vedono a causa dell’inquinamento luminoso e della scarsa trasparenza dell’aria. L’assenza di grandi impatti ha permesso la ricostituzione (in inglese “upgrade”) delle catene trofiche, dopo il degrado (in inglese “downgrade”).

Cosa ci dice il caso della Val Boreca? Che la natura ha le risorse per tornare in condizioni vicine a quelle originarie, risalenti a quando l’uomo non aveva ancora compromesso la sua struttura e il suo funzionamento. La Val Boreca è a 50 chilometri da Genova, uno dei grandi centri metropolitani dell’Italia settentrionale, eppure è un altro mondo.

Il 19 agosto la nostra specie ha consumato tutte le risorse rinnovabili che, in teoria, dovrebbe consumare nell’arco dell’anno. A partire dal 19 agosto stiamo facendo debiti con la natura, e questa, prima o poi, ci presenterà il conto. Tra parentesi, in questi giorni ho visto un documentario della NASA dove si favoleggia la conquista di altri pianeti, una volta che avremo consumato questo. Una vera follia. Non basta mettere un po’ di persone su un’astronave e portarle su un altro pianeta, in assenza di ecosistemi complessi come quelli che ci permettono di vivere. Invece di pensare a queste fandonie possiamo imparare qualcosa dalla Val Boreca: se diminuiremo la nostra pressione sul pianeta, la Natura potrà ricostituirsi. Il degrado trofico è reversibile, c’è speranza. La Val Boreca ci insegna che il primo e unico responsabile del degrado è l’uomo. Senza di noi, la natura ritorna. Certo, non possiamo andarcene da tutto il pianeta, ma possiamo cercare modi di vivere che ci permettano di diminuire in modo radicale i nostri impatti. Altro che altri pianeti! Questa è la sfida: se investiremo in tecnologie pulite, basate sul riciclo, sulla non produzione di rifiuti, sulla produzione di energia senza combustione, e su un modo più efficiente di produrre cibo, abbiamo qualche probabilità di salvarci… Già, perché all’apice di tutte le catene alimentari ci siamo noi, oggi. Siamo una specie a rischio, come i grandi predatori. Il nostro successo, misurato dal numero di individui della nostra specie, è l’anticamera del nostro insuccesso, perché  consumiamo troppo rapidamente le risorse naturali che ci sostengono. Dobbiamo mantenere il pianeta in condizioni compatibili con la nostra esistenza. Se non lo faremo, altre specie prenderanno il nostro posto. Forse meno intelligenti di noi ma certamente in maggiore armonia con la natura.

 

 

La possibile coesistenza tra due tipi di turismo


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 25 agosto 2014]

 

Appena arrivato in Salento, nel 1987, presi casa a Porto Cesareo. Era ottobre. Un vero paradiso, abitavo nella località delle dune. Uscivo e mi trovavo su una spiaggia lunghissima, con un mare che le Maldive se lo sognano. E non c’era nessuno. Poi venne agosto e dovetti fuggire. Quel paradiso era diventato un vero inferno. Migliaia di persone accalcate su quella spiaggia, rumore, racchettoni, un bum bum bum che mi seguiva fino a casa per tutta la notte (vicino era in azione una discoteca e il basso arriva lontano), sporcizia, confusione, bancarelle con merce dozzinale, giostre rumorose e di plastica. Poi, tornato settembre, di nuovo il paradiso, per il resto dell’anno. Sono passati quasi trent’anni e la situazione non è cambiata. Direi che quel modello si è esteso a gran parte del Salento sabbioso, e non solo. Otranto… per le strade non si può camminare da quanta gente c’è. I ristoranti sono stracolmi ed è ovvio che, in queste condizioni, il servizio lasci a desiderare. Gallipoli… non ne parliamo. Torre dell’Orso? No grazie, questo turismo non fa per me e, ad agosto, mi ritiro in cima a un monte e vivo come un eremita. Evidentemente, però, visto il numero di persone che lo praticano, questo turismo risponde alle aspettative di una consistente fetta della popolazione. Anche “loro” hanno diritto di godere delle vacanze, e poi portano ricchezza. Certo, se questa ricchezza finisce nelle tasche della camorra forse non va bene (anche senza il “forse”) ma qui c’entra la magistratura e io non ho competenza. Agosto è andato, è così. A tutti gli amici che mi dicono di voler venire in Salento dico: va bene qualunque periodo, ma non venite ad agosto. Restano 11 mesi. Certo, bisogna rimettere a posto quel che gli agostani si lasciano dietro. Se questa “ricchezza” arriva in modo legale, ci dovrebbero essere fior di tasse che entrano nelle casse dei comuni, e queste dovrebbero essere impiegate, spero solo in parte, per rimettere a posto il territorio, in modo che altri turisti possano venire qui e godere di quel che il Salento ha da offrire. Non c’è bisogno che lo descriva a chi ci vive. Lo sapete benissimo. Chi è sensibile alla bellezza, però, non può non rammaricarsi di come sia tenuta una parte consistente del nostro territorio. E anche di come dei centri storici semplicemente meravigliosi siano stati circondati da periferie semplicemente obbrobriose. Non ne conosco una sola che, se attraversata, faccia venire in mente l’idea di andarci a vivere. Mentre in ogni centro storico si alzano gli occhi e si dice: ah, qui ci vivrei volentieri, se fossi ricco mi comprerei una casa qui. Il bello è che molti di quelli che vivono nei centri storici se ne vanno per andare a vivere in orrende case di periferia i cui interni, però, sono molto più confortevoli di quelli delle case “storiche”. Ma a questo si può ovviare con opportune ristrutturazioni e vedo che ci sono paesi che stanno offrendo condizioni vantaggiose a chi restaura le antiche case. Persino a Lecce la fuga verso la periferia è finita e ora la gente tende a rientrare verso il centro.

La politica, soprattutto quella dei sindaci, è stata a lungo latitante. I piani regolatori spesso non si sono fatti, creando alibi per l’abusivismo, oppure sono stati fatti per accontentare gli amici. Il risultato lo vediamo: la bruttezza del nuovo ce la mette tutta per deturpare la bellezza dell’antico. I vacanzieri agostani non se ne accorgono, non hanno pretese di bellezza, vogliono divertirsi facendo casino. Ripeto: è un loro diritto, magari legato a un periodo della vita. Ma poi ci sono gli altri, quelli che invece sono sensibili alla bellezza e che si accorgono della bruttezza. Questi sono quelli che sarebbero sensibili a Lecce Capitale Europea della Cultura, e che la vedrebbero come il centro di un mondo, il Salento, tutto da scoprire e apprezzare. In un precedente articolo ho scritto che Lecce e il Salento sono ad un bivio e devono decidere tra un tipo di turismo e l’altro. Ma forse sbagliavo, forse i due tipi possono coesistere nello spazio (il Salento) e restare distinti nel tempo. A “loro” diamo agosto, e “noi” ci godiamo da settembre a giugno-metà luglio. Non sono esperto di accoglienza turistica e non so se le strutture ricettive  possano far fronte a due tipi così diversi di clientela, ma penso proprio che le soluzioni ci siano.


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