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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 04 Settembre 2014 11:50

Come funziona l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca)

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 4 settembre 2014]

 

L’Unione Europea è diffusamente percepita come un club dominato dalla Germania, la cui sola funzione è imporre stringenti vincoli al bilancio pubblico dei Paesi membri, attraverso l’attuazione di politiche di austerità. Occorre riconoscere che l’Unione Europea non è solo questa e, almeno per quanto attiene al settore della formazione, raccomanda il raggiungimento di obiettivi dai quali l’Italia va continuamente distanziandosi, in virtù delle opinabili scelte che gli ultimi Governi italiani hanno effettuato. Fra questi: l’agenda di Lisbona prescrive di destinare il 3% del Pil agli investimenti in ricerca e innovazione, a fronte di un investimento italiano pari a circa l’1% e in costante riduzione; la commissione europea propone ai Paesi dell’eurozona di raggiungere una quota di laureati pari al 40%, a fronte di circa il 20% in Italia, anche in questo caso in costante riduzione. E, per quanto riguarda la valutazione della ricerca, si ritiene che la si debba fare con il minimo uso di indicatori e automatismi, e con la massima partecipazione dei soggetti ai quali essa è destinata (è il caso del primo esercizio di valutazione, effettuato in Inghilterra negli anni ottanta, e tuttora diffusamente considerato un esercizio da imitare).

In Italia accade questo. L’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR) – il cui costo di funzionamento è stimato a circa 10milioni l’anno – stabilisce un elenco di riviste sulle quali i ricercatori sono chiamati a pubblicare, definendole di fascia A sulla base di tecniche e metodologie alquanto discutibili. Fra queste, si può considerare il fatto che ANVUR considera “eccellente” un ricercatore che pubblichi su riviste con elevata “reputazione”, del tutto indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti della ricerca. La “reputazione” di una rivista è certificata dal suo “fattore di impatto” (impact factor), e la sua certificazione è effettuata sulla base di criteri individuati dall’istituto Thomas Reuters, azienda privata anglo-canadese. In altri termini, in Italia si valuta il contenitore (la rivista), non il contenuto, e il contenitore è buono se lo considera tale una delle più grandi imprese private su scala mondiale che opera nel settore dell’editoria. Va peraltro ricordato che l’impact factor è stato pensato come strumento per selezionare l’acquisto di riviste da parte delle biblioteche universitarie, e, anche sul piano strettamente tecnico, da più parti se ne sconsiglia l’uso ai fini della valutazione della ricerca scientifica: è recente la denuncia dell’Accademia dei Lincei contro l’uso di indicatori bibliometrici per la valutazione della ricerca, soprattutto nelle scienze umane e sociali. E va anche ricordato che negli Stati Uniti – le cui Università sono comunemente ritenute estremamente sensibili alla “cultura della valutazione” – l’impact factor non è quasi mai considerato un indicatore attendibile per valutare la qualità della produzione scientifica.

In Italia, i (pochi) reclutamenti nelle Università italiane e i (pochi) avanzamenti di carriera dei docenti universitari avvengono prevalentemente sulla base della qualità della ricerca scientifica dei candidati, come certificata dalla lista delle riviste elaborata da ANVUR sulla base del loro impact factor. Il che genera un meccanismo potenzialmente vizioso. La gran parte delle riviste considerate eccellenti tende a pubblicare articoli il cui contenuto è in linea con la visione dominante, per una specifica disciplina e per un particolare tema affrontato. Ciò induce attitudini conformiste, soprattutto da parte delle giovani generazioni, impedendo di fatto la produzione di ricerche realmente innovative. E poiché l’attività didattica non è mai disgiunta dall’attività di ricerca, i contenuti dell’insegnamento tendono a diventare sempre più conformi alla visione dominante, rendendo gli studenti sempre meno informati su teorie alternative a quelle dominanti.

La valutazione della ricerca così come è fatta da ANVUR va contrastata per i non pochi errori tecnici che l’Agenzia ha commesso e continua a commettere, va anche contrastata perché istituisce una modalità di valutazione di impronta dirigista, che non lascia alcuna possibilità di controllo da parte di chi (docenti e, per conseguenza, studenti) ne è destinatario, ma soprattutto perché – quantomeno nelle scienze sociali – è un’operazione niente affatto neutra. Si può infatti rilevare che, con queste modalità, la valutazione della ricerca indica ciò che i ricercatori dovrebbero fare e assume, dunque, una valenza normativa.

Vi è di più. La valutazione della ricerca, secondo alcune interpretazioni, dovrebbe servire anche a differenziare il sistema universitario italiano, con sedi di eccellenza (nelle quali si fa ricerca) e teaching universities (nelle quali si fa solo didattica). Se anche questa operazione avesse successo, vi è da dubitare che il sistema della ricerca e della formazione ne tragga vantaggio. Per i seguenti motivi:

a. Per quanto attiene alla ricerca, non vi è evidenza del fatto che una forte concentrazione dei fondi per poche sedi accresca la quantità e la qualità della ricerca stessa. Come recentemente riportato da “Nature”, i ricercatori italiani risultano estremamente produttivi nel confronto con i loro colleghi della gran parte dei Paesi OCSE, pure a fronte del fatto che, a differenza di altri Paesi, in Italia non esiste la distinzione fra università research e teaching.

b. Per quanto attiene alla formazione, è evidente che la chiusura di sedi accentua l’immobilità sociale, se non altro perché è verosimile che le Università di eccellenza chiedano tasse più alte (e per i costi di spostamento degli studenti dalla loro residenza ai luoghi di studio). Si può ricordare che, su fonte OCSE, l’Italia è, assieme al Regno Unito e agli Stati Uniti, il Paese nel quale è massima la probabilità che figli di famiglie con basso reddito percepiranno redditi bassi, e figli di famiglie con alto reddito percepiranno redditi elevati.

E’ probabile che, per i non addetti ai lavori, poco conta il modo in cui, in Italia, la ricerca scientifica viene valutata e probabilmente molto contano, nella scelta delle sedi universitarie nelle quali iscriversi o iscrivere i propri figli, le classifiche periodiche prodotte dai principali quotidiani nazionali, spesso propagandate in modo del tutto acritico, ovvero senza discussione delle (opinabili) metodologie utilizzate. Ne costituisce un esempio recente il fatto che sui maggiori quotidiani nazionali si è ripetutamente letto che, da una recente indagine dell’ARWU, l’Università di Bologna sarebbe la prima Università italiana, seguita da Milano, Padova, Pisa, Roma La Sapienza, mentre l’indagine le collocava nella medesima posizione, ponendole semplicemente in ordine alfabetico.

Se si riconosce che un’elevata qualità della ricerca e un’elevata mobilità sociale sono fattori di crescita economica (e sarebbe piuttosto difficile non riconoscerlo), occorre concludere che il progetto di differenziazione delle sedi – proprio perché rischia di generare effetti negativi su ricerca e mobilità sociale – è decisamente da respingere.

Tutto ciò dovrebbe indurre a riflettere in merito al fatto che la valutazione della ricerca e i finanziamenti ad essa destinati, così come i ranking delle sedi universitarie non sono questioni riconducibili a un rito che si consuma nella “Torre d’Avorio” dell’Università italiana, ma riguardano o dovrebbe riguardare innanzitutto gli studenti e le loro famiglie.


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