Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
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Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Programma Gennaio 2021 Martedì 5 gennaio, ore 18,00 – replica della performance del Laboratorio Teatrale dell’Università Popolare Aspettando Gesù, musica e pièce di Michele Bovino  ... Leggi tutto...
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La fanciulla del torrente sempre vivo PDF Stampa E-mail
Recensioni
Sabato 20 Settembre 2014 16:22

L’isola della luce (favola sulla nascita di Gallipoli, 2000), di Augusto Benemeglio, è un libro che narra le vicende leggendarie della nascita della città bella. Nell’incipit della Parte prima, là dove, nella prima edizione (Gallipoli 1982), noi leggevamo una prosa altamente poetica, qui, invece, l’autore introduce il testo con dei versi, bellissimi, di voci di fate, di magie che incantano, di dorate fanciulle trainate su per il cielo da aquiloni iridati: «C’era una volta... tanto tempo fa.../ una fanciulla che viveva sulle rive/ di un ruscello incantato dove giulive/ le gazze blu facevano “cra cra cra”// Da Alixias accorreva tanta gente/ per vedere “la fanciulla del torrente”/ Si chiamava Anxa e sapeva donare/ ....». E via poetando. L’autore si servirà ancora di questa sorta d’invasione “di versi” all’interno della narrazione, per poi lasciare scorrere L’isola della luce così come l’aveva pensata all’inizio degli anni ‘80: narrare facendo fluire continuamente il fiume della poesia ora in prosa ora in versi. In questo lungo poema prosastico l’epica è sempre presente: s’insinua continuamente in ogni anfratto, in ogni incastro, in ogni spiraglio. Si tratta di un’opera eccezionale sulla nascita di un toponimo che fa sognare, che t’inonda di profumi di mare, che ti circonda di melodie ancestrali. Questa di Augusto Benemeglio è una prosa poetica che ti soffia armoniose ventate di zefiro che ti fanno spuntare le ali, che ti fanno volare su cieli azzurrissimi, hidruntini, cieli di un San Giuseppe da Copertino, novello «dio della luce», giunto di primo mattino sulla Cherade Achotus, e lì danzare e volteggiare nel cielo davanti alla città-fanciulla fatata, incantata, baciata che, per il poeta capitano di vascello, come pure per noi che leggiamo, di nome fa Anxa, ma anche Kallipolis, ed oggi Gallipoli, cioè la “Bella”.

La storia che l’autore de L’isola della luce si è inventata è dolcissima, tanto che nel Prologo, egli la situa in un luogo «là dove dormono i sogni e le fiabe, in quella remota regione della fantasia e della idealità, tra case bianche disperse in giardini di contorti oliveti e distese di pale di fichidindia, in una terra senza tempo e senza fine». Qui in questo eden della bellezza «regna il mitico Ginestro». Qui, in questo mare blu profondo giunge «il capitano di mare Lamedonte... alla ricerca di un principe disperso nella luce del sole, [per incontrare] il vecchio re dei Messapi, Ginestro [appunto, il quale, a sua volta] cercava una fanciulla nella gola della luna, tutti e due cercavano qualcosa di sacro al loro cuore, tutti e due avevano una storia da raccontare». E così che questo lungo poema di Benemeglio si snoda e s’intreccia in incontri magici di uomini e dèi, in ri-emersioni marine fantastiche, in abbracci teneri amorosi, nell’apparizione della dolce, esile, eterea, bellissima fanciulla che di nome fa Anxa («purezza e amore» scrive l’autore), e che per noi è pure il sibilo lungo dell’afflato, della speranza, della felicità ritrovata. Anxa canta. Canta il desiderio: «Vorrei essere una stella d’argento per colui che vaga nel deserto/ Vorrei essere ponte e sentiero per coloro che cercano la riva./ Vorrei essere una lampada per chi si perde nel buio». Il re messapo Ginestro cercava «la fanciulla “bagnata dalle sorgenti”, [...] rapita dall'uomo con i capelli di serpente», quando gli accadde di incontrare «il capitano di mare Lamedonte», e a lui raccontargli la triste storia di Anxa rapita proprio da quell’uomo, alla cui ricerca era lo stesso Lamedonte, il grande condottiero, proveniente da un’altra isola della luce, «là dove ogni mistero e d’amore è svelato». Augusto Benemeglio riesce bene a coniugare fantasia e realtà in questi passi del suo poema, di natura chiaramente epica, soprattutto quando combina e intreccia il luogo fisico con le persone. Così, attraverso le parole di Lamedonte, egli riesce bene a far nascere Anxa-Kallipolis-Gallipoli, configurandola ora come una città bella, ora come una fanciulla bellissima. Scrive: «L’isola della luce... è una lingua di terra che sorge dal mare posta ai confini tra la realtà e il sogno, ma non è dato a tutti scorgerla poiché gli dèi spesso la velano con uno strato di nebbia e ne impediscono la vista [...] Ciascuno di noi, però, può trovare l'isola della luce se reca nel proprio animo la bellezza e l'amore, la purezza e il coraggio, sentimenti graditi agli dèi della terra e del cielo. Fu in quel luogo che noi, io [chi parla è il comandante Lamedonte] e i miei compagni della terra di Grecia, approdammo molti anni fa e là il nostro signore Ariel fondò una città divina cui pose nome Anxa». Il poema L’isola della luce continua poi per tutti i XV capitoli con effetti pregevolissimi, senza mai smarrire il senso profondo che scaturisce dal tenero amore e dalla gratitudine sincera per la terra dell’approdo della vita, che per il comandante Benemeglio, poeta e narratore fertile e dallo sguardo lungo, è stato ed è Gallipoli di oggi, o la Kallipolis dei Greci, o la Anxa dei Messapi, cioè la città-fanciulla “bellissima”, intimamente amata, desiderata, mai tradita. Come non rimanere “fascinati” da alcuni passi stupendamente incisi nella pagina? Scrive Benemeglio: «E venne il mattino in cui la nostra nave lucente poté danzare sul mare. Con la prora a ponente e il vento che gonfiava le vele gialle, iniziammo il nostro viaggio». Un viaggio sempre e comunque sul mare. Quello stesso a cui gli dèi hanno costretto i naviganti della vita: «Voi siete sottoposti al giudizio del mare, siete prigionieri in questo mare, condannati a vivere sulla barca celeste degli dèi [...] Questa, nel mare e con il mare è la vostra destinazione. Avanti, navigate, marinai». La nave della vita, dunque, la nave dell’amore, la nave della speranza, e della felicità eterna naviga nel mare fino a «Quando Ariel/[Benemeglio] toccò le sponde dell’isola luminosa, vide che essa era come una fanciulla dalle squame d’argento, nuda di fiori e di brezze, sospesa alla luce del cielo, intenta a guardare il transito infinito dell’universo. Allora il suo cuore fu ebbro e cantò: Voglio vivere in un paese libero dove si beve l’azzurro del cielo/ e si pregano i morti nella gola del mare./ Voglio vivere in un paese libero dove la terra è pietra lucente/ e i gabbiani colorano l’aria./ Amerò sempre questa terra che si ciba di aurore di seta/ e tramonti di sangue./ Amerò per sempre la mia gente, che vive libera su navigli frementi/ e con il naufragio nel cuore./ Amerò la mia gente che vive con l’anima immersa nella luce/ Mi sento un uomo felice perché ogni giorno/ io rinasco su questa terra dove ogni creatura vive libera...». Ognuno di noi intuisce che per il comandante poeta Augusto Benemeglio (che in alcuni momenti si traveste di Lamedonte, in altri di Ariel) si tratta della “terra promessa”, quella «terra divina ch'adunava tutte le meraviglie e tutti i misteri mentre bisbigliavano gli aquiloni in tutte le direzioni, da ostro, greco e maestro e il cielo si colorava del bianco-argento delle ali dei gabbiani./ Poi Ariel [Benemeglio] disse: “Il nome della città che costruiremo su questo scoglio di meraviglie sarà Anxa e ciascun viandante lo potrà leggere nella luce fiondante del cielo”». Come si fa a non pensare qui al grande Omero, alla sua opera divina, ad Enea e a Odisseo che navigarono per questi nostri stessi mari, al re messapico Ginestro, al comandante Lamedonte e ad Ariel, il principe dai «capelli di serpenti... disperso nella luce del sole»? Si tratta di personaggi mitici che rinviano il nostro pensiero al grande re Artas, fondatore della potentissima Lega Messapica; al cretese Idomeneo, il leggendario fondatore della Kallipolis magnogreca. Ed infine: come si fa a non pensare qui anche all’altro comandante, questa volta dei nostri giorni, al poeta Augusto Benemeglio che, con la pazienza e la maestria di una Penelope gallipolitana, ha saputo tessere una tela così bella, fascinosa, armoniosa, piena d’incanto e di magia com’è appunto è L’isola della luce? A fine Prologo, il poeta ha scritto: «Nessuno dormiva nel cielo, nessuno dormiva sulla terra, tutti ascoltavano l'eterna fiaba dell'isola della luce, scritta nell'anima del vento, ed io ero lì nel cuore della natura e nelle ombre invisibili del tempo ...» [ad ascoltare].


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