Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
Programma gennaio 2021
Programma Gennaio 2021 Martedì 5 gennaio, ore 18,00 – replica della performance del Laboratorio Teatrale dell’Università Popolare Aspettando Gesù, musica e pièce di Michele Bovino  ... Leggi tutto...
Home
Ultimo tramonto in Sudafrica PDF Stampa E-mail
Recensioni
Venerdì 24 Ottobre 2014 16:17

«Padre, se anche tu non fossi il mio padre,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amarei».

Camillo Sbarbaro

(da Pianissimo, Firenze 1914)

 

Nei miei ricordi gallipolini, Augusto Buono Libero, uno pseudonimo di un nome che poi tanto tanto non si discosta da quello vero, altro non era che un signore che allora sentivo muoversi nella cabina di comando di una nave a terra, ma fisicamente un po’ lontano da me. Sapevo che scriveva testi letterari, in particolare quelli teatrali, e che, in un certo senso, riusciva a calcare bene le scene del palcoscenico della città ionica. In questo suo poema, i funerali di mio padre, di se stesso scrive: «(augusto buono libero dov’è di scena?/ al sant’angelo o al castello angioino/ al teatro Garibaldi o all’armi/ alla torre sabea o al circolo della vela)» (cap. XIX).

A Gallipoli, mi dicevano, ed io comunque sapevo, che egli era un militare della Marina portuale, un comandante, un signore che aveva a che fare col mare e con gli uomini che vivevano attorno ai problemi e alle bellezze del più sconfinato continente liquido del pianeta Terra. Sapevo pure che, per via del suo amore per il mare, egli dirigeva una rivista (tuttoggi la dirige), «L’uomo e il mare», che da sempre, con i suoi interventi, ha tenuto (tiene) sveglia l’attenzione dei gallipolini sui differenti problemi della città. Confesso che, a suo tempo, non sempre leggevo questa rivista. Sentivo una certa difficoltà ad affrontarla, forse per via di quella mia giovanile predisposizione ideologica verso le cose del mondo. Forse avevo paura di venire influenzato negativamente dalla lettura di quelle pagine; avevo paura, forse, che mi venissero meno alcuni principi che i miei genitori mi avevano conculcato. Principi che oggi posso tranquillamente individuare come provenienti dalla grande tradizione cristiana, che bene si erano coniugati con gli insegnamenti dall’altra grande tradizione, da me acquisita attraverso gli studi e le esperienze vissute in giro per la penisola e per il resto del mondo, cioè la tradizione legata alla storia del movimento operaio e alle sue gloriose battaglie rivoluzionarie.

Sì, Augusto Buono Libero scriveva testi e li rappresentava teatralmente, sapendo fare buon uso di quelle poche e a volte non ancora sufficienti strutture pubbliche della città. Sapevo anche del suo grande amore per Gallipoli, per questa città del sud, affacciata come una bella sull’antico Mediterraneo, una città la cui grande ospitalità deriva direttamente dalla cultura magnogreca. Una città, ancora, la nostra Gallipoli, che sa essere madre amorevole per un qualsiasi figlio del mondo, e amante dalle braccia aperte per una qualsiasi altra persona che qui vi giunga, provenendo da altri luoghi, da altri emisferi. L’amore di Augusto Buono Libero per Gallipoli è come l’amore profondo per la propria donna, un amore sconfinato e fine, che si perde nelle pieghe della dolcezza del miele in riva al mare.

Pur costretto ad abbandonarla, anch’io amo Gallipoli. Il mio è stato come una sorta di esilio vigilato, con gli ultimi ventanni vissuti a Lecce, ma mai, e mai per molto tempo, lontano dalla città-porto che tutti i giorni vede il sole calarsi oltre l’orizzonte del mare. La sezione della Società di Storia Patria per la Puglia e alcuni amici e compagni sono stati (e sono) le mete dei miei incontri di ogni fine settimana. Scrivo questo per dire che, in passato, tra costoro non c’era Augusto Buono Libero, questo signor colonnello del mare, che solo recentemente me lo sono visto fisicamente davanti nell’ambito di un’iniziativa di memoria storica, a lui e a me carissima: il ricordo e la celebrazione della grande patriota gallipolina dell’Ottocento risorgimentale dell’Unità d’Italia, Antonietta de Pace.

Ho avuto perciò l’opportunità di osservare più attentamente da vicino questo militare innamorato delle belle lettere, un po’ perché il suo nome faceva parte dei miei ricordi giovanili gallipolini, un po’ perché lo sentivo circondato da un fascino tipicamente poetico, che stranamente in una città antica e bella come Gallipoli, si diffonde nell’aria come profumo di incensi eleusini.

Buono Libero è vulcanico, oceanico, un uomo che sa riempire la scena, eppure, allo stesso tempo, i suoi occhi volgono teneramente al malinconico, volgono verso la luce crepuscolare del sole che scende oltre la linea del fanale di Sant’Andrea. Scrive: «il faro spento di sant’Andrea/ e la sua luce girevole che rischiara/ l’oro annerito del mio berretto/ l’oziosa sciabola e la dragona/ che sognava forse mille battaglie/ perdute/ (vincere in fondo è banale)/ come quella del colonnello Buendia/ e l’enigma che racchiude/ il mio nome trinitario/ nato per fare della vita un teatro» (cap. XIX).

Leggendo i testi di Augusto, mi sono chiesto spesso perché in lui vi sia come una sorta di contrapposizione tra la vulcanicità del fare e la dolcezza poetica; mi sono chiesto quali segreti desideri alberghino in un cuore di un uomo così esposto ai venti. E a Gallipoli i venti ci sono davvero, e ci sono davvero tutti, e tutti i gallipolini sanno davvero che con essi non si può scherzare, perché sono venti provenienti dalla forza delle acque, dalla forza della storia, dallo scatenamento di amori sotterranei. Augusto Buono Libero, uomo di terra e poeta del mare, nei suoi versi candidamente afferma: «non sapevo nuotare né remare/ temevo i venti che spogliano le navi/ i morti nei sacrari abissali/ le spume e l’onda fonda/ il sangue azzurro/ l’aguzza prora e il tanfo/ dei buglioli sui ponti/ e i silenzi stellari essenziali» (cap. V).

Sotto silenzi stellari anch’io ho visto Augusto, ritto sulle terrazze di Gallipoli antica, quasi si trovasse sulla prua di una nave alla fonda, e lì affrontare la forza di questi venti e sorridere alla spuma del mare che imbrillantinava il suo volto di lupo marinaro. Ed ancora di più, allora, ho cominciato a capire quella sua contrapposizione tra forza e dolcezza, la sua oceanicità, la sua gallipolinità, che in lui non è cerchio recintato, ma faro che illumina il più vasto e variopinto nostro mondo. Sotto questi straordinari scenari astrali, ho visto allora Buono Libero calarsi nel doloroso percorso della morte del padre, un genitore forse mal compreso da un figlio forse ancora troppo giovane. Di suo padre Augusto scrive che «era nato a roma ma le sue origini/ e i suoi avi lontani e strani .../ erano tutti schierati sulle grigie pietre di genazzano» (cap. X).

Un padre che sicuramente l’autore, sulle prime, non  ha amato, per le tante ovvie ragioni di una vita, quella di lui, magari particolarissima, ma che comunque egli ricorda così: «tu bestemmiavi come un turco/ “ci deve pur essere da qualche parte/ un mondo diverso e più giusto!”/ non era facile sbarcare il lunario/ specie per uno che si credeva un genio/ e non voleva esser a nessuno sottoposto/ così ti trovavi spesso col culo per terra/ e alla fine lavorasti in proprio in lande desolate/ costruivi specie di torri con tondini di ferro» (cap. III).

Un uomo, il padre di Augusto Buono Libero, che alla fine riuscì a trovare il suo posto nel mondo. È per questo che l’autore scrive: «facesti un sogno orrendo / (dall’alto del suo trono un dio sghembo/ ti seppelliva nello sterco)/ da cui ti svegliasti con terrore/ e con un tarlo nella penombra/ di quell’estate di spinosi papaveri/ sudafricani» (cap. IX). Il Sudafrica, dunque, fu il suo posto giusto.

Versi eterei come di nuvole primaverili, luminosi come raggi di un sole meridiano, tragicamente sofferenti per un dramma che si consuma lontano dalla propria coscienza, impossibilitata a sorreggere il transito di morte di un padre che dice addio alla propria vita in un luogo diverso dal tuo, su altre latitudini, altre longitudini, sotto altri cieli, con altre stelle. Per questo Augusto, guardandosi dentro la propria infanzia, scrive: «risento le rapide rondini/ e i pipistrelli che bevono/ gli ultimi lembi di chiarità/ estate odore d’infanzia/ di fieno e di sterco/ nel cortile del “casermone”/ con cieli colmi di stelle quiete/ il sangue ferveva di stupore/ e gli occhi erano pieni di sogni» (cap. II).

In questo poema, Augusto mescola odori, donne e ricordi, e attraverso essi ci fa cogliere tratti importanti della sua stessa autobiografia: «arrivai a napoli che l’ultimo/ lembo di sole/ cadeva come una vecchia randa stanca/ c’era un odore  povero di donne ignavie/ nell’aria e oscuri gabbiani/ sapevano d’alga» (cap: IV); e ancora: «il vento di una fanciulla/ che nell’aria inquieta/ mi passò d’accanto/ decise il mio destino / il bagliore di madreperla/ delle sue lacrime (per altri/ versate e non per me)/ m’indussero a fuggire lontano lontano/ a navigare/ a farmi marinaio/ a discendere al freddo/ al ghiaccio delle prime albe/ con la tromba la schiuma/ l’ancora il cavo la bitta/ e il verderame del rugoso mare» (cap. V).

Altri versi ancora, questa volta ancora più amari: «ida dalla pelle scura/ mezza napoletana/ e mezzo greco-siciliana/ nessuna come te ho amato/ da torino mi recai a venaria/ al cimitero (tua ultima dimora)/ ma non trovai neppure lì/ la tua tomba (eri altrove/ nell’ossario comune poiché/ nessuno di te s’è mai occupato)/ mia esile romantica fanciulla/ dagli occhi d’oro che amavi/ il mare jonio bambino e l’assolata/ campagna meridionale/ mia preziosa ombra/ angelo mio che sei accanto a me/ (sul cuscino) nel buio leggero/ dove ogni cosa è mistero/ e ha un suo peso preciso/ la piuma la foglia la rosa/ la farfalla danzatrice/ l’acqua che scorre/ e anche il sospiro/ del cuore» (cap. XXVII).

L’autore seppe della morte del padre un po’ come ognuno di noi sa del tragico trapasso di un proprio congiunto. Si trovava a Roma, ad una mostra di Marc Chagall, e fu così che «un funesto messaggero.../ mentre andavo su e giù/ nelle grandi sale del vittoriano/ con le capre che suonavano i violini/ i mugik poeti ignari che volavano/ immersi nell’ombra della luce/ tuo padre è morto/ e fu tutto in quell’ultima penombra/ il sordo suono del sangue/ e la sera che cade/ una spina nella gola secca/ (si spogliò l’ultimo albero/ della sua bruna corteccia/ e rimase sulla scena/ uno scheletro di latta)» (cap. VI).

Volò in Sudafrica, ma vi giunse solo per ritrovarsi in mano un pugno di cenere, il corpo cremato del padre, che gli aveva «lasciato anche/ quel sogno ambizioso/ ambiguo e perverso/ di calcolato dominio delle cose/ tanta sensuale lascivia/ e questa pioggia di cenere ardente/ che è il suo corpo/ dissolto nell’aria africana/ che ora m’avvolge/ e mi brucia gli occhi/ e mi fa un poco lacrimare» (cap. XXXII).

Il poeta ora sente la nostalgia del padre morto, che più non può vedere, al quale più non può parlare. E scrive: «... del resto non so/ cosa cazzo aspettarmi/ da uno che ha fatto della sua vita/ un circo ambulante/ per spettatori occasionali/ ... da un avido tenero/ che non distingueva/ un bacio da un morso/ né la grazia dalla crudeltà/ da un dissipatore folle e disperato/ sempre sul baratro/ da uno che volle mai imparare/ la malinconia della giovane sfinge/ in solitudine/ né conoscere giorni tristi/ in cui non si può volare né cantare/ “nascita e copula e morte”/ questo il giusto epitaffio/ da scrivere sulla tua tomba/ vuota» (cap. XXI).

Versi straordinari, belli, anche efficaci, rivolti al padre morto, che mai, forse, l’autore sarebbe riuscito a pronunciare frontalmente. E ancora altri versi, altre memorie, altre storie, risuscitate dalla grande esperienza di vita di un uomo quasi ottuagenario; versi che Augusto Buono Libero incide quasi nella carne: «non fu mai capace d’amare / veramente / ... / aveva il cuore troppo ardente / e violento / bruciava tutto intorno a sé / l’aria l’acqua il sasso la rosa / la luce delle foglie / i primi gelsomini / l’anelito infinito di un volo di uccelli / il volto di un sogno...» (cap. XXIV).

E ancora: «il postino mi portò / una tua lettera sconnessa / (lettera di un uomo assente) frammenti di vetro e aghi / notte sonno sogno tanti sogni inquieti / e poi alba di marmo grigia / triste e definitiva / con l’odore di oleandri / e le piccole daghe di pitosfori / sul lungomare galilei / /che tu conoscevi padre mio / senza memorie sull’ultimo viale) / sei per me un tarlo un presagio / un rimorso» (cap. XXVIII).

I versi del poema sono in tutto 743, e Augusto Buono Libero li ha scritti in Sudafrica, a Port Elizabeth, nell’ottobre 1999, il mese e l’anno della morte del padre. Fra di essi, ce ne sono alcuni, che a chi qui scrive appaiono bellissimi, un continuo ritornello sul lato autobiografico dell’autore. Versi tristi, sotterranei, di grembo maternale, versi baudelairiani, ma anche marcheziani, versi che la memoria non ingannerà mai: «mi svegliai in un crepuscolo di seta / nel lievito di una memoria ancestrale / su di me nebbie grotte e albe / e non so che di grida di cerchi / o forse di lupi / alla luna sanguinante / trapassata da una fiocina azzurra / nel petto sento quella ferita / e tutto quell’azzurro dolore / che allaga il cuore / e un sapore di ruggine nel palato / in me / echi di lance gridi spade spezzate / e gole profonde / e voragini di nubi con bocche-viola / esplodenti / in un cielo di bambini feriti / come certe sere / da libecciata gallipolina» (cap. XII).


Torna su