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Giulia Lucrezi-Palumbo (1876-1956) PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Sabato 25 Ottobre 2014 07:15

Soggettività femminile e cultura tra Risorgimento e Guerra Fredda

 

["L'Idomeneo - Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia, sez. di Lecce", VII, pp. 117-156.]


A mia madre Lucia, maestra


  1. 1. Madri che insegnano, insegnanti che generano

Una riflessione attualizzata su un percorso bio-bibliografico femminile del Novecento può, ovviamente, utilizzare differenti chiavi di analisi, così come può esporsi ad alcuni rischi di deformazione. Infatti è noto come, sul piano della divulgazione, l’approccio biografico risulti tra i più accattivanti, per la potenzialità, che gli è propria, di saper legare il triangolo scrittore-lettore-personaggio in una rete di identificazioni di vissuti personali, attraverso schemi letterari e stili narrativi. Il genere biografico (e autobiografico), particolarmente adottato dalla cultura anglosassone, conosce in Italia una stagione di successi di pubblico (sostanzialmente ininterrotta dagli anni ’80 del secolo scorso), e viene tuttora riproposta in iniziative editoriali quali le più recenti del Corriere della Sera e di Repubblica[1].

È proprio l’ambivalenza della dimensione personale a rappresentare motivi di rischio e di opportunità: rischi, relativi all’appiattimento dello sviluppo storico sul privato; opportunità, di appoggiarsi su questo per procedere verso quello, attraverso un gioco di specchi e di piani sapientemente amministrati dalla scrittura storica[2].

Nel nostro caso, è proprio la protagonista di questo lavoro a suggerire questa pista interpretativa, poiché intreccia, come vedremo, temi biografici con le contingenze storiche e con i relativi valori di riferimento, da lei sostenuti e divulgati in occasioni pubbliche di riflessione e/o di propaganda. Ma la vicenda umana, culturale e professionale di Giulia Lucrezi[3] offre altri spunti al fascino dell’attualizzazione che rischia sì di deformare l’analisi storica, ma che ci spinge anche a formularle domande nuove.

L’itinerario intellettuale che ci apprestiamo a esaminare ha come sfondo storico la prima metà del Novecento, che, tra le sue svariate qualificazioni storiografiche, annovera quelle di “secolo delle donne”, “secolo delle masse”, “secolo dei giovani”, “secolo dell’educazione”. Queste connotazioni si possono anche combinare tra loro: “secolo dell’istruzione di massa”, “secolo delle masse giovanili”, “secolo dell’istruzione delle donne”. La nostra donna salentina, come avremo modo di rilevare più avanti, attraversa queste dimensioni diverse ma complementari: come insegnante elementare e come ispettrice in questo grado della scolarità osserva i problemi del travagliato sforzo dell’istruzione di massa nella Lecce umbertina; vive in prima persona, da un punto di vista avanzato, la cifra emancipativa dell’istruzione femminile, entrando laureata (novità assoluta per una salentina) come giovane docente in un istituto superiore; assimila i miti della giovinezza dei popoli, trasfondendoli nei suoi discorsi. La sua storia mi è sembrata interessante, degna di essere per grandi linee rivissuta, soprattutto per un ripensamento della definizione della professione docente, in particolare sul versante femminile.

Oggi, all’interno del dibattito sull’istruzione in Italia, un aspetto che talvolta riaffiora è quello dell’identità professionale e sociale del docente, messa in crisi da vari fattori, sia interni che esterni al mondo scolastico: disagio giovanile, crisi dei valori della cultura, perdita di prestigio delle tradizionali figure d’autorità, influenza dei mass media, innovazioni tecnologiche e trasformazione dei saperi. La figura di Giulia, collocata nel contesto del secolo scorso, appare indubbiamente poco comparabile a quella dell’insegnante del 2000, eppure ci restituisce un aspetto così poco presente nei dibattiti e nelle pubblicazioni di settore, quello dell’amore, in senso più completo e profondo: per la propria attività, per la propria disciplina, per i propri allievi. È quello che il vecchio Platone chiamava eros, un termine cui la traduzione italiana ‘amore’ non rende piena giustizia: eros è passione. È ricerca incessante, è “divina follia”, è amore del sapere: quello che dovrebbe avere una persona, quale l’insegnante, che sceglie la cultura come campo della sua azione. Se manca l’eros, non c’è cultura, non c’è ricerca, non c’è dialogo educativo, ma solo problemi di retribuzione (che è inadeguata), di demotivazione (che pure è ampiamente giustificata), di inadeguatezza e di disagio (che oggi vengono descritti nella sindrome del burn out).

Molti degli insegnanti oggi in servizio nella scuola, pur essendo usciti da università in cui non c’era ombra di preparazione professionale all’insegnamento, hanno vissuto la discussione – e i movimenti – sui compiti di una scuola pluralista e democratica, misurandosi con passaggi di straordinaria pregnanza etica e pedagogica: l’integrazione dei ragazzi disabili, nuovi modelli di tempo-scuola, le strategie di compensazione dell’insuccesso scolastico, le sperimentazioni del rapporto tra scuola e lavoro. Non sappiamo come e da chi questa generazione di insegnanti sarà sostituita, una volta andata in congedo (molto spesso anzitempo). Ma sappiamo che essa ha costituito, e costituirà, un modello di riferimento così come le generazioni di docenti, che, come la Lucrezi, hanno vissuto da protagonisti, da interpreti, da suggeritori, i momenti di transizione della scuola e della società in Italia.

Ancora, il protagonismo educativo, di cui parlerò, ha una valenza particolare: è quello di una figura di donna che allarga la funzione pedagogica dalla famiglia alla scuola, e da questa alla società. Realizza, nello spazio della città di Lecce, un piccolo e significativo modello di società educante, ma a partire dall’istituzione scolastica. Certo, i temi sono quelli (centralistici) della Patria, dell’esaltazione del “gentil sangue latino” (più tardi della stirpe), ma è dalla scuola che si irradiano nella società civile, per mezzo di lei, riconosciuta come tra i più autorevoli opinion leader nell’ambito cittadino. La nostra intellettuale opera quindi un travaso, di cui noi possiamo constatare però solo un senso della direzione: quello dalla soggettività femminile, di madre, di figlia, di moglie, dalla ricca cultura umanistica, all’educazione di una comunità, con tutte le riserve, ovvie, che noi dal nostro punto di vista potremmo avanzare, nell’individuare il conformismo, il convenzionalismo retorico, la concessione al sentimentalismo, di quegli atteggiamenti. Ma la nostra riflessione dovrebbe valorizzare soprattutto quegli aspetti di originalità e – presumibilmente – anche di spontaneità creatrice di questa trasfusione, oggi, nel momento in cui ci si chiede come interpretare l’eccessivo tasso di femminilizzazione della scuola italiana (che supera la percentuale del 90% in alcuni gradi scolastici), che spesso si associa alla meridionalizzazione del personale docente su scala nazionale.

Opportunità per le donne di poter conciliare il lavoro della famiglia con quello extra-domestico, poiché il servizio scolastico di fatto – per molti – si traduce in un lavoro a part-time? Quali riflessi è possibile individuare a livello psico-pedagogico (i modelli comportamentali per gli alunni), su aspetti amministrativi (i dati sull’assenteismo femminile più elevati), sulla continuità didattica, da questi fenomeni? Esistono studi sulle correlazioni tra il sesso, le motivazioni, le attitudini degli insegnanti e le rispettive materie d’insegnamento?

Le cronache politiche, e i dati statistici, ci offrono motivi di riflessione sulle pari opportunità. Abbiamo seguito le diatribe parlamentari sulla bocciatura delle cosiddette “quote rosa”, cioè su quelle percentuali fisse e prestabilite di seggi del Parlamento da destinare, per obbligo di legge, alle donne. Apprendiamo dalle statistiche che il lavoro femminile è oggi, in Italia, e in particolare nell’Italia meridionale, sottopagato, sottodimensionato, spesso precario. I dati, nella loro schietta freddezza, ci dicono che il disoccupato, o sottoccupato, nella realtà italiana contemporanea, è meridionale, donna, con un basso livello di istruzione.

Giulia Lucrezi, donna e meridionale, grazie all’appoggio di una famiglia benestante, ambiziosa e lungimirante, scala le tappe della carriera intellettuale con costanza, superando il potenziale doppio handicap delle differenze di genere e di provenienza geografica, e le presumibili diffidenze intorno a lei nelle prime fasi della sua carriera. Tutto questo senza sacrificare le esigenze della numerosa famiglia (complessivamente alleverà sei figli, cinque maschi e una femmina).

Nella sua attività di conferenziera la Nostra si rivolge a platee differenziate: diviene la officiante laica di funerali e di commemorazioni di suoi colleghi, celebra momenti importanti della vita di istituzioni private o pubbliche, diviene la referente culturale ed educativa di avvenimenti di portata nazionale. Invita alla solidarietà, esorta all’amor patrio, motiva alla lettura di Dante, attualizza i classici, collega avvenimenti tra loro lontani nel tempo e nello spazio, amplifica e rende popolari le direttive del regime fascista, testimonia il proprio percorso di riconquista della fede religiosa. Sa giocare su vari registri stilistici e comunicativi, che modula a seconda dei diversi auditori cui si rapporta: le allieve della Scuola Normale[4], i ragazzi della scuola serale di disegno annessa alla Società di mutuo soccorso “E. Maccagnani”, le giovani e le madri di associazioni cattoliche, il colto pubblico della Società “Dante Alighieri”, i semplici sposi che partecipano alle Giornate fasciste a dimensione sociale. I riverberi della storia d’Italia della prima metà del Novecento passano attraverso la sua voce stentorea, che veicola un’oratoria vibrante e appassionata.

Come giustamente osservato da Rosanna Basso[5], la peculiare posizione, e il carisma, acquisito dalla Lucrezi e dalle sue colleghe nell’istituto statale che forma le future maestre, attribuiscono a queste figure un valore pedagogico aggiunto: la lunga attività di servizio docente la mette in condizione di formare centinaia di giovani allieve, di trasmettere, soprattutto attraverso gli studi letterari, valori, comportamenti, suggestioni. Appare consequenziale la domanda dell’indagine storica: al di là dei ricordi che emergono dalle testimonianze orali delle ex-allieve superstiti (oggi tra i settanta e gli ottant’anni), giustamente trasfigurati dalle componenti affettivo-emotive del ricordo degli anni giovanili, quale incidenza l’insegnamento della Lucrezi ebbe sulla formazione personale, intellettuale e sociale di tante studentesse? E in che misura questa influenza si estese anche agli ambiti non strettamente scolastici?

 

2. Donne, intellettuali, insegnanti: tesi, antitesi, sintesi

È trascorso ormai più di un ventennio da quando Gianna Pomata, in un saggio di inquadramento tematico, poneva importanti questioni sulla ricerca inerente la condizione femminile, ritenendola al confine tra antropologia e storia, tra natura e cultura[6]. Lo spazio che ci separa da quelle riflessioni è stato nel frattempo alacremente battuto e colmato da notevoli contributi sulle differenze di genere, sondate rispetto alle diverse epoche e alle specifiche realtà geo-politiche[7]. Tra gli ambiti esplorati, i risultati più fruttuosi sono scaturiti dallo sguardo sull’educazione, nei suoi vari livelli, familiari e sociali, proprio là dove le differenze fra i sessi si identificano, si rimarcano, si legittimano[8].

Non fa eccezione a questo orientamento generale quello assunto dalla ricerca locale, sostanzialmente inaugurata, in tempi molto recenti, dagli studi di Rosanna Basso, docente nell’Università di Lecce, che, in collaborazione con Marisa Forcina (anch’essa docente presso il medesimo Ateneo), ha avviato e tuttora coordina un progetto sulle scritture femminili in Terra d’Otranto a partire dal XVIII secolo fino ai giorni nostri[9]. La stessa Basso ha concretizzato le sue ricerche in due volumi dai fecondi risultati, sia per utilizzo di fonti (spesso non usuali) e per sensibilità interpretativa e descrittiva[10].

Questi studi, insieme ad altri[11], hanno tratteggiato densi ritratti di figure femminili, alternativi ai modelli tradizionali della moglie e della madre, ma anche a quelli aristocratici d’Antico Regime, situati generalmente tra Otto e Novecento, sia per la maggiore disponibilità documentaria, ma, soprattutto, per la particolare congiuntura storica nella quale le protagoniste operano. Il periodo è infatti quello in cui  sono operanti e attivi i processi innescati dall’alfabetizzazione di massa, che vede le figure femminili impegnate non solo nei ruoli di allieve-utenti del servizio scolastico, ma anche in quelli più diretti e attivi: maestre, direttrici, ispettrici scolastiche, pubbliciste e pedagogiste.

Lo sguardo su questo particolare genere di femmes savantes ha consentito la ricostruzione delle vicende personali e professionali di alcune figure salentine, individuate come simboli di un più ampio, sebbene silenzioso, universo femminile che persegue, e raggiunge, traguardi di emancipazione attraverso la formazione, l’impegno scolastico e sociale, la scrittura.

Si costituisce così un ceto intellettuale che conduce queste donne al di fuori dell’ambiente scolastico in senso stretto, per farle confrontare con i problemi organizzativi della scuola, all’epoca molto gravi e vistosi (refezione degli alunni, sussidi agli allievi più poveri, carenza di fondi per l’istruzione) e con gli altri soggetti cointeressati: amministratori locali, genitori, ecclesiastici, sullo sfondo di un territorio povero e generalmente refrattario ai valori culturali, relativamente agli strati più disagiati della popolazione. C’è di più: diverse di queste operatrici del sapere avvertono il bisogno di utilizzare la scrittura quale momento di rielaborazione e di sistemazione delle personali esperienze professionali, non solo per gli adempimenti professionali (relazioni, richieste), ma anche per socializzare problemi e processi, o per sottoporre al confronto i risultati della propria ricerca[12].

I primi del Novecento vedono fiorire queste scritture pedagogiche, come resoconti di conferenze,  articoli su riviste specializzate, esercitazioni critiche su temi letterari, come novelle e romanzi.

Questo percorso evolutivo passa attraverso stadi successivi, ognuno dei quali rappresenta un livello non solo culturale, ma anche psicologico, sociale, di aspettative, di progetti familiari: c’è il biennio (più raramente il triennio) elementare per le figlie del popolo (parliamo però dell’ultimo scorcio dell’Ottocento, nei centri urbani e in quelli rurali più evoluti); le più motivate allo studio, simpateticamente incoraggiate dalla famiglia, possono aspirare al completamento del ciclo elementare; le ragazzine della buona borghesia hanno negli studi umanistici e letterari il logico completamento della loro educazione, che punti, più che incanalare verso sbocchi professionali coerenti, all’innalzamento dell’animo e all’acquisizione di stili, linguaggi e comportamenti consoni allo status sociale di provenienza. Ancora, le più inclinate, e magari quelle più desiderose di concorrere all’innalzamento di magri redditi familiari, optano per la Scuola Normale (equivalente all’attuale Liceo Pedagogico), grazie alla quale le future maestre potranno espandere il proprio ruolo materno impartendo ai bambini i rudimenti della lettura e della scrittura, e i valori di base del giovane Regno italiano. Per una minoranza molto ristretta che voglia ancora progredire, il traguardo più alto è rappresentato dalla Scuola Superiore di Magistero, che le proietta verso le alte vette del sapere e verso curricula tradizionalmente riservati gli uomini: l’insegnamento nelle scuole superiori, le carriere direttive e ispettive[13]. Quest’ultima opzione, oltre a prefigurare un itinerario professionale, richiede altre scelte coraggiose e controcorrente: l’allontanamento dalla famiglia prima del matrimonio, il suo probabile procrastinamento, la relativa autonomia in una città lontana dalla propria (la residenza universitaria si stabilisce presso la casa di parenti o collegi ecclesiastici). Chiuse alle professioni liberali, queste privilegiate riconciliano la tradizionale opposizione fra donna e mestiere intellettuale, tra donna del Sud d’Italia e lavoro extra-domestico, tra il ruolo di educatrice familiare e quello di educatrice pubblica. Il linguaggio dell’epoca denuncia la difficoltà, analogamente a quella nostra per altre qualifiche professionali, nel declinare al femminile il termine “professore”: la Nostra, ad es., viene appellata come “donna professore”, o “professora” o, più genericamente, “la signora”.

In attesa di uno studio organico sul ceto magistrale post-unitario di Terra d’Otranto[14], a una di queste donne è dedicato il presente lavoro, a Giulia Lucrezi, i cui tratti biografici fondamentali sono già stati efficacemente delineati altrove[15]: il contesto familiare artistico-culturale (il  rapporto triangolare padre cartapestaio-marito pittore-fratello artista e critico d’arte)[16], la sopra menzionata scelta degli studi universitari, la carriera di docente di Italiano e Latino nella Scuola Normale di Lecce, l’attività di conferenziera, l’appassionata competenza negli studi danteschi, il travaglio ideologico-culturale che dalla formazione laico-risorgimentale la condurrà ad un sofferto approdo alla fede cristiana.

Mi sembra doveroso fornire qualche giustificazione sul metodo di lavoro seguito.

Gli scritti della nostra intellettuale sono quasi tutti collocati nella collana “Scrittori salentini”, presente nella Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Si tratta di una produzione situata tra il 1899 e il 1952, in cui si riscontra una scrittura di servizio (relazione dell’ispettrice sulla refezione scolastica), sette testi di conferenze civili-patriottiche, due commemorazioni di colleghi scomparsi, tre monografie culturali, una conversazione a tema religioso. Il lavoro di reperimento finora svolto ha individuato un’altra pubblicazione, dal titolo La donna, che però non sono riuscito a rintracciare negli Archivi e nelle biblioteche salentine, né la ricerca cortesemente attivata da una delle nuore della Lucrezi, ha dato finora i frutti attesi. Mi sono state molto utili, inoltre, per una ricostruzione attendibile della personalità della nostra intellettuale, le testimonianze orali rese da sue ex-allieve o ex-allieve dell’Istituto Magistrale “N. Siciliani” di Lecce[17].

Rispetto ai materiali esaminati, ho individuato due possibili modalità di lavoro principali: una di tipo trasversale, per temi, che desumesse dai testi indicazioni e le ricomponesse in un quadro relativamente coerente; un’altra di tipo longitudinale, per ordine cronologico, che potesse seguire l’evoluzione umana e storico-culturale della Lucrezi-Palumbo. Di fatto ho seguito prevalentemente la prima metodologia nell’esposizione dei paragrafi, mentre la seconda mi è risultata più funzionale per le conclusioni.

 

3. Sono una voce. Educare nella società, educare la società

Nella maggior parte dei testi a supporto delle sue conferenze, Giulia rispetta globalmente la medesima struttura di svolgimento: definizione del proprio ruolo nell’ambito della specifica occasione; inquadramento della celebrazione in un contesto storico ed etico-sociale più ampio; intreccio di motivi personali e familiari con il tema celebrativo, che da un lato offrono un esempio vissuto agli astanti, dall’altro immedesimano l’oratrice nel quadro che viene rappresentato. Sembrerebbe, quest’ultima, un’operazione simile a quella di quei pittori che, riservandosi una collocazione (apparentemente marginale) nello scenario più ampio del loro dipinto, lo rendono vivo, orientando con i propri gesti e con le proprie espressioni lo sguardo dell’osservatore. Le conferenze, in particolare quelle civili, si concludono quindi con esortazioni a seguire quella traccia positiva, della quale l’evento commemorato ha segnato un luminoso esempio.

Quindi è ella stessa a definire i propri ruoli:

 

Fioriscono in primavera, omaggio al sole, pur le umili pratelline: fiorisce in questa primavera de la Patria, omaggio a la vittoria, pur il modesto tributo di chi, se non molto sa, molto ama[18].

Sono, ecco, ne la vigilia de la nostra attenzione, sono una voce, cui risponde in eco armoniosa, il consentimento de ‘l vostro spirito. Sono, ecco, fra gli archi protesi dei vostri intelletti, come un segnale e come una meta cui convergeranno, quasi frecce aurate, le vostre idee concordi, consone, consenti. Sono, ecco, de lo spirito di questa festa bella, la messaggera e la interprete; sono, comunque io mi consideri e voi mi consideriate, sono voi, la vostra mente, la vostra volontà, la vostra fede, e non altro merito ò che di dare, a ciò che è vostro, la voce[19].

Quando fiorisca ne ’l gennaio algido tra le nevi una rosa, quando lampeggi il sorriso di un fiore ne la squallida bruma invernale, la piccola creatura di olezzo assomma – nel suo pregio – le grazie di tutta una primavera e forse più, perché è l’unica, e quindi la perfetta e la prediletta. Ma quando, ne l’aprile, ogni ramo, ogni zolla, ogni fratta è una offerta di bellezza, e si protendono su gli esili steli i calici racchiusi come in una promessa – a l’azzurro – di baci non ancor dati, o prorompono dai sepali divaricati, per  la irruenza de la vivida vita, gl’inni di colore e d’olezzo  “che vanno eterni tra la terra e il cielo”; e la esuberanza de ‘l gaudio primaverile trabocca da le corolle “tanto aperte quant’elle àn di possanza”, allora il pregio d’un fiore unico scompare travolto da l’onda saliente del fascino universale. Così è de ‘l mio pensiero e de ‘l mio palpito ne l’incendio soventissimo che divampa oggi da tutte le anime e llumina di bagliori corruschi tutto l’orizzonte d’Italia[20].

È mio quest’anno l’onore altissimo di fare squillare la diana della III Campagna antitubercolare in questa nostra Provincia […] Io ho raccolto, come tutti abbiamo raccolto, nell’anima schiusa e protesa, il verbo del DUCE; e le risonanze e le altisonante della Sua voce han fatto e fanno armoniosa di fede e robusta di volontà, ancora una volta, la vita dell’ora che giunge e che passa, sicché vibra nello spirito racchiuso l’impeto e il compito, come arco teso allo scoccar del dardo; ma tradurre quel Verbo, farsene voce, più che possibile sia, fedele, è – a me – ardua responsabilità, e a così alto volo agguagliar non si puote la mia ala[21].

 

È possibile osservare l’evoluzione delle funzioni che la Lucrezi si autoattribuisce nel corso del tempo: fa ricorso inizialmente alle metafore floreali, per esemplificare il suo omaggio alla vittoria italiana nella guerra coloniale e alla festa della scuola di disegno “Maccagnani”, del cui spirito si definisce ‘interprete’ e ‘messaggera’, ma è deferente nell’opera di divulgazione delle politiche sociali del regime fascista, evidenziando la sproporzione incolmabile tra le sue risorse comunicative e la parola del Duce. La tragica morte del figlio segna una dissonanza anche nel ruolo che l’oratrice assume nella comunicazione:

 

Voi avete gradito, Otrantini, che quest’anno, per la prima volta, una dona, una vecchia mamma, dicesse la sua modesta parola di celebrazione dei vostri 800 Martiri, del gentilizio, cioè, più alto di vostra stirpe. Ed io, prescelta ma non meritevole, ò accettato, onde si intrecciasse ai lauri degli storici e dei filosofi, alle rose dei poeti e dei letterati, anche la modesta viola della femminile sensibilità […] ma mi ha più persuasa, e quasi indotta, ad accettare, l’esser io mamma, e mamma esperta di martirio, e il potere, per ciò stesso, in questa mia stanca vecchiaia, grigio epilogo di una vita non lieve (ma non però inerte né inutile) il potere intendere, e tradurre a voi, per la via del cuore, la voce materna di questa vetusta e gloriosa città che, con rinnovato orgoglio, da oltre 400 anni, celebra l’epico olocausto dei suoi Figli che, glorificandola, salvarono la Cristianità[22].

 

Il motivo dell’omaggio floreale (umile a confronto del lauro e delle rose) in quest’occasione si intreccia con un nuovo significato della comunicazione, quello di testimonianza sofferta. Attraverso l’identificazione con il dolore della “Grande Madre” Otranto, una “piccola madre” potrà meglio interpretare il significato del martirio, attraverso modalità che facciano appello prevalentemente al sentimento e all’emotività. In diverse occasioni, inoltre, Giulia dichiara le motivazioni profonde della sua scelta professionale:

 

Io sono una innamorata, sebbene non sia una esperta, de la scuola; e il fascino che la giovinezza in ascensione di bellezza e di ben, in travaglio di sviluppo e di perfezione esercita su la mia anima mi è misterioso e onnipotente […] L’ideale contatto d’ogni mia forza interiore con questa meravigliosa meteora de la vita che quotidianamente mi sfiora, mi stringe, mi pervade, rinnova in me ogni giorno la fede, alimenta in me, ad ogni ora, l’entusiasmo.

 

Il ruolo della conferenziera si inquadra, allora, in quello più ampio dell’educazione della comunità, piccola o grande: mi è parso quindi opportuno richiamare i passi in cui la Lucrezi plasma il suo modello pedagogico:

 

Ma avanti,  ma attorno, ma seguace, brulica più fitta torma di artefici, senza nome, ma non senza valore; senza fama, ma non senza fiamma; senza sogni, ma non senza senno. Brulica, e si accalca, e si affanna presso i meccanismi poderosi, assorta negli uffici umili e indispensabili; esperta ne la conoscenza e ne l’uso di quelle particelle esigue degli organismi mirabili che ne sono la molla e la vita. Maestri di prudenza e di precisione, essi non costituiscono al certo la poesia de la vita, ma ne sono il presupposto inalienabile. Costruttori pazienti e infallibili, essi creano la materia duttile a ogni opera, il motore capace a ogni sforzo; la leva potente a ogni peso; l’ingranaggio sufficiente a ogni meccanismo.

Sono, siamo, i modesti forgiatori del materiale uomo, plasmato da le nostre fedi e da le nostre forze secondo l’impeccabile modello de la morale educazione; equilibrato, da ‘l lungo studio e da ‘l grande amore nostri, ne la infallibile bilancia de la ragione, al contrappeso del dovere e del diritto; levigato da la nostra costanza e la nostra ansia al livello de la rettitudine e de la onestà. Sono, siamo, la teoria lunga de gli educatori, da niente altro sospinta che da l’innato bisogno di seminare, di coltivare, di vigilare, perché altri mieta, perché altri raccolga, perché altri giunga.

 

La figura degli educatori viene delineata dopo quattro gruppi, scelti quali esemplari degli atteggiamenti di base rispetto all’esistenza umana: i forgiatori della libertà e della grandezza della patria (le citazioni dovute sono per Cavour, Mazzini e Garibaldi, protagonisti peraltro contrapposti del nostro Risorgimento, ma anche per gli artefici dell’indipendenza americana); coloro che «arrestarono, modificarono, accelerarono il palpito de le umane febbri», cioè sensibilizzarono gli uomini sulle passioni, invitando ad una riflessione più profonda sulla vita, come Buddha, Socrate e Cristo; «chi sognò una missione di conforto e di sostegno», fra i quali vengono annoverati i santi della solidarietà, come Calasanzio e Giovanni Bosco, e gli scienziati scopritori di farmaci contro malattie endemiche, come il Pasteur e lo Jenner; i grandi filosofi come Aristotele, Bacone, Galilei, Vico, e gli scienziati come Volta, Watt, Marconi; infine il gruppo degli artisti, dei musicisti e dei letterati, che traducono nei linguaggi tipici della propria arte sogni e passioni[23]. La carrellata proposta è interessante per meglio definire i modelli culturali che influenzano Giulia in questa fase del suo itinerario intellettuale. Tra gli eroi patriottici non figurano quelli della monarchia sabauda, e del fascismo, che ancora non si è strutturato come regime (siamo nel 1924), mentre è interessante notare il riferimento internazionale alle lotte di indipendenza. Così come, in una cultura dell’epoca caratterizzata in senso eurocentrico, sorprende la citazione di Buddha tra i grandi testimoni della morale. Gli scienziati si trovano inseriti in due diverse categorie: una dal profilo più spiccatamente umanitario-solidaristico, che volge la sua ricerca alla lotta contro i virus più diffusi all’epoca, e un’altra dalla connotazione più filosofica e ‘positivistica’, quella degli sperimentatori dell’energia elettrica, che ha consentito l’invenzione dei mezzi di comunicazione, di illuminazione e di trasporto dell’età contemporanea. Se gli scienziati assumono una valenza filosofica, i filosofi ritenuti degni di considerazione sono quelli che hanno dedicato particolare attenzione all’elaborazione del metodo scientifico, anche nel campo delle scienze umane, come Vico. Mentre nel gruppo dei filosofi spicca l’assenza, non casuale, dei grandi Autori spiritualisti, nel novero dei letterati brilla il silenzio su Manzoni, e la citazione, peraltro con il solo nome, del coevo Gabriele (D’Annunzio). Non trova posto, forse per il suo eclettismo, Leonardo, di cui pure erano state esaltate le poliedriche virtù in una precedente conferenza[24].

Rispetto a queste grandi categorie, gli educatori godono di fama minore, sorretti solo dalla pervasiva forza dell’amore, che non riusciranno a raccogliere i frutti del loro lavoro sull’essere umano, che è un lavoro oscuro, faticoso, e dagli esiti imprevedibili. Il bagaglio lessicale utilizzato per esprimere il loro lavoro non deve ingannare: la metafora positivistico-industriale (motore, leva, ingranaggio), esprime più la precisione dell’educatore che la caratteristica dei risultati.

Se le allegorie del lavoro industriale vengono adoperate nello stesso discorso per significare l’avventura umana (la vita come ‘fucina’, in cui si odono «fragor di motori, stridor di catene, e martellare, e rombare», e si notano «gli uomini piccole ombre tra mostri d’acciaio»)[25], si può anche considerare la lettura positivistica dell’opera di Leonardo, nella conferenza a lui dedicata[26], cui non sono estranee suggestioni romantiche. Leonardo viene raffigurato come al confine tra Medioevo ed Età moderna: alle sue spalle sprofondano il misticismo e il dogmatismo di quella, mentre in fronte gli splende la luce del sole della Ragione moderna. Insieme con gli altri giganti della civiltà italiana, costituisce una sorta di triade hegeliana, in cui Dante rappresenta la macchina, egli il propulsore, Michelangelo il volo che indirizza verso nuove epoche. La Lucrezi mostra, inoltre, di avvicinarsi all’interpretazione immanentistica del divino, asserita negli studi di Leonardo.

 

Dio, nel concetto del Nostro, è Dio perché è legge, ed è legge perché è immutabile; non quindi il dio che, talora con la sua volontà, opera contrariamente a la legge, e largisce il miracolo, no; Dio è il motore che non può arrestarsi, il principio che non può negarsi, l’equilibrio che non può turbarsi[27].

 

Il lavoro di ricerca naturalistica esige da Leonardo costi molto elevati: la privazione della tenerezza materna, dell’abbraccio della sposa, dell’affetto di una sorella, della gioia della paternità: la Natura sarà per Leonardo madre, sposa, sorella e figlia.

Nella Relazione sulla refezione scolastica a Lecce[28] la Lucrezi, però, dimostra di non condividere con l’antropologia positivistica il rigido determinismo caratteriale:

 

I delinquenti sono, per i due terzi, più infelici che colpevoli e anche i colpevoli sono in massima diventati tali senza esserlo ab origine, e tutti gli assassini non sono quei delinquenti nati che la scienza moderna ci insegna essere trascinati al male per una particolare disposizione delle molecole cerebrali. Tolti questi, tutti gli altri potrebbero essere stati sottratti dalla via del precipizio mediante una opportuna e illuminata educazione[29].

 

 

4.  Patria-Matria

Il tema della Patria può essere legittimamente adottato quale filo conduttore delle scritture di Giulia, e d’altra parte non poteva diversamente accadere per un’avventura intellettuale che ha avvertitamente recepito i problemi della costruzione identitaria degli italiani, la conquista della Libia, la prima guerra mondiale e l’elaborazione del mito della “vittoria mutilata”, il culto fascista dello Stato-Nazione, la disfatta del secondo conflitto mondiale e la crisi della patria.

All’elaborazione del discorso sulla Patria concorrono diverse tradizioni discorsive: quella cristiana, la struttura parentale, il codice dell’onore, la rappresentazione del nemico, il culto dell’eroe-martire, l’analogia uomo-natura[30], e, più tardi, l’affermazione del mito della razza e della stirpe.

Le prime significative tracce sull’argomento sono rinvenibili già nell’esordio pubblico della “signora delle lettere”, nel 1911, quando è chiamata a celebrare la prima conquista coloniale italiana, quella della Libia. Le autorità governative orchestrano una campagna tesa a solennizzare l’avvenimento, configurandolo come l’entrata del giovane Regno d’Italia (nel cinquantenario della sua nascita) nel novero delle grandi potenze internazionali. Le voci discordanti dal coro encomiastico sono soffocate dal rumore trionfalistico, che trova aedi, da diversi punti di vista, Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli. È in particolare dal famoso Discorso di quest’ultimo (La Grande Proletaria si è mossa) che la Lucrezi prende spunto per l’esposizione della sua conferenza: in questa fase, infatti, ella risulta ideologicamente vicina al socialismo umanitario, solidarista e paternalista del poeta del ‘fanciullino’.

La Nostra sottolinea immediatamente la continuità storica dell’impresa libica non solo con le recenti acquisizioni risorgimentali, ma anche con il passato remoto, simboleggiato dall’ombra di Scipione Africano, che trionfò sull’africana Cartagine. Gli italiani del 1911 si sono dimostrati degni fratelli di quelli guidati da Garibaldi, superando il senso di inferiorità nutrito nei confronti dei Padri della Patria e di quella generazione, ma hanno dimostrato soprattutto alle grandi potenze internazionali il valore e la legittimità della nazione italiana ad aspirare ad una politica di grande potenza, senza tutele da parte delle Nazioni più forti.

Non occorre ricercare altre motivazioni dell’aggressione alla Libia:

 

Non indaghiamo se o quanto sia giusta o giustificabile la guerra di oggi: a che risalire il passato quando così fulgido è il presente? È bene ciò che a bene ridonda, e l’ora gloriosa che si vive val quanto l’ora gloriosa che si ricorda[31].

Noi vincemmo: e non solo gli Arabi e i Turchi, ma anche e particolarmente il convincimento e la coscienza europei[32].

 

Nello scorrere, e commentare, il Discorso del Pascoli, Giulia non manca di sottolineare come la conquista della Libia abbia la finalità di colmare il divario politico-culturale tra le grandi tradizioni italiane del passato e la condizione di inferiorità del presente, della quale l’emigrazione di milioni di connazionali rappresenta uno degli aspetti più drammatici. La conquista di un territorio, da sottoporre a un regime di occupazione coloniale, significa per l’Italia porre gli emigranti italiani in una condizione di “emigrazione protetta” dal governo, nonché di trovare nella quarta sponda del Mediterraneo il completamento dell’economia nazionale.

Ma la Lucrezi individua un'altra differenza rispetto alle lotte risorgimentali:

 

L’Italia si è presentata, dice il Pascoli, a questa guerra, grande e potente per mare. Ma altresì per terra. E quest’ultima forza ne la guerra nova, oh sapete di chi è? Di chi vien da la gleba, dai campi, e ha la pelle adusta e le mani callose, e non sa nulla di glorie passate. È la forza nuova, che ha maturato le energie congenite de la razza, a la vanga, a la zappa, a la miniera, al piccone, al volante de la macchina rumorosa. È  la forza vergine del popolo che nemmeno a l’epoca del riscatto rispose all’appello, e che ora, maturata in cinquant’anni di assiduo, paziente lavoro, opera con la forza di un ingranaggio meravigliosamente preparato e costrutto[33].

 

La guerra di Libia, allora, raggiunge un più alto grado di consapevolezza rispetto alle guerre d’indipendenza, perché ha coinvolto nella partecipazione, militare ed emotiva, strati sociali prima indifferenti al sentimento patrio. L’esortazione di Pascoli alla concordia nazionale e alla cessazione della lotta di classe viene fatta propria dalla nostra conferenziera, quando si difende il valore educativo della vita militare, che unifica classi, mestieri, le diversità regionali. Citando il Pascoli:

 

Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dagli stessi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe,

 

ella anticipa temi propri del corporativismo. Completano l’esposizione dell’ideologia di questo “nazionalismo sociale” il richiamo alla superiorità del “gentil sangue latino”[34], e la rappresentazione demoniaca del nemico, che è incapace di “reggere l’imperio”, abituato agli ozi dell’harem[35], privo di ogni caratteristica umana, perché investe «l’asilo dei morenti, uccide da tergo medici e infermieri, viola tutte le leggi umane e divine, fin la santità dei cadaveri»[36]. Il luogo comune degli “Italiani brava gente” viene contrapposto ai comportamenti degli Arabi:

 

Non è questo il sentimento, sebben non la voce, d’odio profondo e implacabile che sale dai nostri cuori quando ci indulgiamo a pensare che hanno crocefisso, accecato, propagginato, mutilato i fratelli nostri, essi, le iene del deserto di Libia, quando noi li abbiamo sfamati, curati, quando ne abbiamo salvato e carezzato e adottato i figliuoli? Oh, sì! La guerra è fatta di sangue e “santo e lacrimato è il sangue per la patria versato”, ma la ferocia non si punisce che con l’odio e con la vendetta[37].

 

I toni trionfalistici, vendicativi e, a tratti, militaristici della conferenza vengono improvvisamente interrotti da Giulia, con una nota personale e familiare: la malattia (che in seguito si rivelerà letale) di un figlio in tenera età. Questo richiamo, che le serve per sentirsi più vicina alle madri dei combattenti, rappresenta l’altra faccia della guerra: non quella estetica, della morte seminata sui nemici dall’alto degli aerei, non quella dell’esercito che fraternizza, non quella dei continuatori di Scipione, ma quella che colpisce negli affetti familiari. La parentesi rimane isolata, e il discorso, dopo la non casuale evocazione dell’ideale ricongiunzione tra i caduti di tutte le recenti guerre italiane, si chiude con un richiamo alla storia di Terra d’Otranto:

 

[…] ricordandovi prima che per noi di Terra d’Otranto questa guerra ha anche un altro significato, ha anche uno scopo di vendetta più remota, di doverosa riparazione de l’eccidio compiuto in una de le più fiorenti terre di Puglia più che cinque secoli or sono. A Otranto, ne la bella cattedrale, è un altare dal quale pare guardino con le vuote occhiaie i teschi di ottocento idruntini caduti, dopo la strenua difesa de la terra loro, sotto la scimitarra musulmana. Essi chiedevano vendetta, e vendetta è stata fatta oggi[38].

 

Inconsapevolmente, Giulia anticipa di quarant’anni il tema della conferenza che sarà chiamata a illustrare per la commemorazione dei Martiri d’Otranto. È mutato il paesaggio storico-politico, e anche quello interiore dell’oratrice, come già ricordato nel par. 3. L’identificazione con il tema celebrativo è più profondo: ella è una piccola madre che, sofferta la perdita del figlio, si riconosce nella “grande Madre” Otranto, che perse i suoi figli nel 1480.

Otranto ha, con questi martiri, stabilito un rapporto molto più profondo rispetto ad altre città che hanno eletto i loro Santi protettori: i patroni di Otranto sono i suoi stessi figli, i nati da Lei. Ecco perché

 

Se la celebrazione annuale della festa di quei Patroni è a carattere solo commemorativo, la vostra Sagra, Otrantini, è, altresì, nel suo spirito, la voce dolce e possente dell’amore materno; è la santificazione della generosità materna che vorrebbe rendere uno per mille al figlio che dona, che si offre, che si immola per colei che gli ha dato la vita; è, madri che mi ascoltate, la torrefazione della passione nostra nel nome di Dio […]  Questa annuale esultanza di spiriti, questo slancio di manifestazioni religiose e civili […] hanno la stessa anima, la stessa poesia, la stessa dolcezza, la stessa santità delle lacrime e dei fiori che una mamma sparge sulla tomba del figlio[39].

 

La Patria riacquista il suo autentico significato di Matria, come richiamato dal pedagogista francese G. Girard: «La madre è nel seno di sua famiglia la prima maestra di lingua materna; e quindi ancora, ciò che più conta, l’importanza della madre nell’educazione, e la preminenza che tocca a lei in questa bisogna, e non al marito. È noto che un antico fu così vivacemente compreso da sì eminente prerogativa, che avrebbe di buon grado privato il nostro paese natale del nome di patria, per surrogargli in sua lingua quella di matria»[40]. Nella conferenza per la conquista della Libia aveva rappresentato la patria come

 

una pianta rigogliosa e annosa che con le salde radici ha bevuto un mirabile succo alimentato di sangue: su pel tronco, per i rami, sale la linfa nuova e germoglia una primavera di foglie e fiori che rinnovellano e adornano la patria[41].

 

Se la patria è madre, i concittadini tra loro contraggono tra loro un rapporto di fratellanza, messo però in crisi dalle lotte intestine, o dopo la prima guerra mondiale ( «quella compagine di fratellanza è alquanto – a la superficie – sgretolata! Bisogna che ritorni qual fu: e tornerà[42]), o nel secondo dopoguerra, a proposito di «brighe e beghe partigiane»[43].

L’intreccio tra la parentela e i legami comunitari viene esemplificato molto efficacemente dal rapporto che Giulia instaura con la leccese “Società di Mutuo soccorso” fondata da suo padre:

 

[…] di due infanzie egli  [il padre] era lieto e pensoso: de la mia e di quella de la sua associazione, e ne dividemmo l’affetto e le cure, e de la maggior sorella non fui gelosa, ed ella ecco che oggi mi ricambia centuplicato l’affetto[44]

 

La commemorazione dei Martiri d’Otranto offre, inoltre, a Giulia l’occasione per un interessante confronto tra eroi e martiri.

 

[…] l’eroe, torrefatto nella febbre dell’ora, si “fascia di quel che egli è inceso”, si asseta e si sbrama della sua sete, in quei momenti corruschi che divinizzano l’uomo […] il martire scientemente e volontariamente si mimetizza e vive, ora per ora, con la sofferenza, con lo strazio del corpo e dello spirito […] ma anche col gaudio e con l’ebbrezza di chi assapora e deliba ciò che è diverso, oltre i limiti consueti, che nel martire stimola una gara col dolore […] Il martire comincia là dove i viventi dal minimo comune denominatore di ‘uomini’ abitualmente finiscono; l’eroismo è del singolo e si ammira, mentre raramente può imitarsi; il martirio affascina, trascina e divien collettivo, quasi sempre, e si venera[45].

 

Non ha importanza, aggiunge la Lucrezi, che i nomi degli ottocento siano rimasti ignoti, perché, avendo confluito verso una meta comune, hanno perso i caratteri della singolarità e diventano simboli, così come è per la Nazione italiana, il “Milite ignoto”: dare un nome ai singoli martiri non garantirebbe loro un onore maggiore. Nell’ambito di questi, la Nostra ricorda in modo originale le donne, le quali, accanto ai valori della patria e della fede cristiana, hanno difeso quello dell’onore:

 

Vengo con la modestia della mia persona e della mia parola, evocatrice delle madri animose, delle giovani donne combattenti inesorabili, e delle uccise, delle trucidate, delle sgozzate, durante la gesta epica vostra, con accanimento e perfidia maggiori, dal Turco. Maggiori, sì, perché al prepotente che consuma un sopruso, e a cui “è gloria il non aver pietà”, la fragilità femminile che reagisce, che resiste, che fa della sua bellezza e della sua grazia, una sfida, è l’assurdo e l’insulto. All’invasore, al Turco degli Harem le belle Otrantine rappresentavano e promettevano miraggi ben diversi ed assai più allettanti che una resistenza armata di odio, intransigente, esasperata nella difesa, non pur della Patria e della Fede, ma dell’onore, che è della Patria l’unica forza da cui nascon le forze, e della Fede l’acme umano che congiunge a Dio[46].

 

Ma Otranto non ha cessato di correre pericoli: essa guarda, ricorda Giulia con uno sguardo attualizzante, a un «nuovo sciacallo d’Oriente», che non viene espressamente citato, ma evidente appare il riferimento all’Unione Sovietica, anche per le continue polemiche con la cultura materialistica, cui si oppone la celebrazione dei valori spirituali incarnati dagli ottocento Martiri[47].

Nella ricorrenza del quarto centenario della morte di Leonardo da Vinci, Giulia viene incaricata di tenere una conferenza rivolta alle allieve della Scuola Normale; ella sottolinea la concomitanza con la discussione sul Trattato di Versailles, con il quale le ambizioni espansionistiche del governo italiano, che chiede agli Alleati franco-inglesi e statunitensi il rispetto del Patto di Londra e  il riconoscimento del contributo dell’esercito italiano alla vittoria, risultano frustrate dall’applicazione dei criteri elaborati dal presidente degli USA Wilson (i famosi “14 punti”).

 

Nessun altro momento, forse, nessun evento, avrebbe potuto darci il concetto e la misura precisi di questa portentosa anima multiforme (Leonardo, n.d.r.), che ai nemici d’Italia, a gl’indifferenti, ai mestatori, a gli scettici, ai barattieri e a simile lordura presenta, incarnata in forme angeliche, la virtù latina. È il destino di Leonardo trionfar de l’ombra! […]

Era necessario che un uomo d’oltre oceano si elevasse tanto ne la estimazione di noi contemporanei che non ci rimanessero, quasi, occhi per i soli dei nostri orizzonti, perché questo maggio che è rinascita, riportasse la nostra anima a un altro maggio di 400 anni fa […] allora quando Leonardo, da la vita faticosa del tempo, passava a quella radiosa ed eterna de la gloria, perché da le eternità de la gloria, più sonora di echi, tuonasse la voce del morituro immortale, e tuonasse monito e richiamo; perché la mano onnipotente che carezzò col pennello la eterna giovinezza di madonna Lisa, si levasse maldicente, e sfrondando la facile gloria, sgomberasse de l’idolo il trono altissimo, usurpato, e vi si assidesse nel fulgore de la sua gloria e del suo diritto. Le scale del Campidoglio meglio ascende gloria latina che piede americano[48].

 

La conferenza risente continuamente dell’attualità, e Giulia cerca confronti tra la figura gigantesca di Leonardo da Vinci, la dignità del popolo italiano e la miseria morale dell’azione politica di Wilson:

 

[…] era necessario che un giuoco di borsa minacciasse di travolgere il capitale dei nostri eroismi, dei mostri sacrifici, dei nostri benefici, perché in questa primavera che commemora, dopo quattro secoli, la morte di Leonardo, con la Sua voce e la Sua anima noi gridassimo ai banchieri americani, croati, inglesi e francesi: “No! L’oro dei vostri forzieri non vale l’oro de le nostre glorie![49]

[…] considera che oggi fra le tue mura vive, ma bada che non trionfi, un finanziere, un apostolo del milione, un azionista della banca internazionale, che ha la sua anima nel suo portafoglio e il sentimento umanitario nel suo forziere: egli tenta di trafugare dai tuoi consessi la coscienza del diritto, e di strappare dalle nostre braccia avvinte la sorella, le sorelle acquistate e riscattate col sangue di 500.000 martiri[50],

 

contrapponendo i valori, vecchi e nuovi, dell’Italia, a quelli economico-finanziari rappresentati dal mondo anglo-americano (che Mussolini chiamerà ‘plutocrazie’).

Alla laica Giulia suona blasfema la proposta di mediazione sulla città di Fiume (uno dei nodi delle trattative italo-slave), e, ironicamente, invita a esorcizzarne il pericolo:

 

Una bestemmia à valicato le Alpi ed è giunta al nostro orecchio e al nostro cuore: “l’Italia sarebbe disposta ad accettare un compromesso, riguardo alla città di Fiume”. Ne nos inducas in tentatione; vade retro, Satana; libera nos a malo; Domine, exaudi vocem meam; lux perpetua, lugeat; diteli tutti, voi che li sapete; rammentateli tutti, voi che li studiaste, le preghiere e gli scongiuri[51].

 

Gli USA e la Gran Bretagna mostrano di adottare gli stessi comportamenti, quando acquistarono  con il danaro le opere di Leonardo; ora vogliono comprare le terre appena irredente:

 

Era necessario che noi facessimo dolorosa esperienza de la comoda tenuità di memoria di tutti coloro che han voluto dimenticare come il popolo d’Italia, regalmente generoso ne la sua povertà, pagasse interessi di sangue a capitali d’oro, perché le opere di Leonardo, che glorificano il Louvre e il Museo di Windsor, rievocate, più e meglio ci dessero l’orgoglio di lanciare in faccia ai miliardari di pecunia, che sono proletari di rettitudine, l’avvertimento che se il loro denaro pagò, a la ignoranza degli incoscienti che vendettero, i frammenti de l’opera leonardesca che sono lo splendore maggiore de le loro gallerie, non c’è, ne le loro banche, oro che valga a comperare i brandelli vivi del corpo d’Italia ch’essi vorrebbero strapparci[52].

 

Dopo l’invettiva contro gli (ex) alleati, viene lanciato un appello alla nazione sorella Francia, alla quale si ricorda l’atto di generosa nobiltà compiuto nel restituire la Gioconda leonardesca, trafugata da un italiano:

 

Oggi questo capolavoro, voi lo sapete, è al Louvre, e dal Louvre, immortale, sorride e trionfa…Oh, Parigi! Ricorda, intendi e ammonisci! Noi ti rendemmo la più fulgida gemma dei tesori leonardeschi, frustrando la generosa pazzia di un italiano che trafugò, per ridare a noi la gioia di contemplarla, la Sfinge ridente; noi, col più vivo lembo del nostro cuore sanguinante, ci negammo il tesoro e lo restituimmo a te, perché era tuo, sebbene fosse sangue delle nostre vene[53]!

 

 

In altre occasioni il gioco di contraddizione tra lealtà italiana e slealtà americana, povertà ricca di spiritualità dell’Italia e ricchezza povera di moralità degli USA risulta forzato:

 

Strana coincidenza dei numeri: Leonardo, immortale e dio ieri, oggi e sempre, mantenne, con la lealtà e la generosità de le creature sovrane, tutti i suoi propositi, ed oltre; l’idolo à ringoiato a uno a uno tutti i quattordici punti “così à detto Gabriele (d’Annunzio – n.d.r)” onde doveva ricucir le ferite dei popoli; l’amico nostro di ieri, l’alleato, oggi, dei mutilatori, mutilatore anche lui[54].

 

In un contesto simile, non potevano mancare i riferimenti all’inventiva leonardesca in campo militare, perché il suo genio anticipò le tecniche poi applicate durante la Grande Guerra: le mine, la mitragliatrice, il carro armato, le fortificazioni[55]. Come si può osservare, sfugge la considerazione del periodo in cui lo scienziato proponeva i suoi ordigni ai signori italiani, i quali se ne volevano servire per farsi guerra l’un l’altro; così come non è menzionata la disponibilità di Leonardo a progettare analoghe macchine per il re di Francia, dopo la caduta e la prigionia di Lodovico il Moro, suo precedente protettore. Anche nel caso della caduta di Otranto si era taciuto delle profonde rivalità tra gli Stati italiani, causa non secondaria dell’attacco ottomano alla città pugliese. La modernità delle invenzioni leonardesche, prese come esempio della genialità italiana, sortiscono l’effetto opposto là dove le si compari con l’arretratezza degli armamenti italiani evidenziata durante il primo conflitto mondiale.

Ma la Storia, è noto, si presta alle manipolazioni e alle rimozioni, soprattutto quando in Essa occorre trovar conforto e stimolo. La Lucrezi ne offre esempi nelle due conferenze tenute per pubblicizzare due attività del regime fascista a carattere ‘sociale’[56]. In particolare la conferenza per la campagna antitubercolare offre l’occasione per un riepilogo della storia italiana degli ultimi sessant’anni, dall’unificazione alla prima guerra mondiale, usando un linguaggio traslato da quello religioso:

 

Noi vivemmo una lunga, dolente e dolorosa passione. L’Italia conclusa a Porta Pia e flagellata a Vienna non era l’Italia del sogno e dei segni dei martiri. Guglielmo Oberdan aveva schiaffeggiato il presente ignavo scagliandogli contro la sua fiammante giovinezza insofferente. Fu il germe dell’idea, fu l’Epifania della risurrezione della stirpe, fu la protesta gridata dall’alto di una forca, più santa di un altare, contro i rinunciatari, contro gli eviratori della stirpe: l’ancella della triplice non era sicuramente un’Italia romana. Fu il germe che la fede degli eletti raccolse e la passione dei predestinati riscaldò: fu il germe faticosamente, ma fatalmente rigermogliante nel roveto della nostra umiliazione all’Estero, della nostra torbida ignavia all’interno; fu la piccola, ma inestinguibile luce che gli apostoli della stirpe, della romanità della stirpe, alimentarono nelle chiuse catacombe della loro fede, con la intransigenza del principio fatale, che parve pervicacia; con la costanza dello sforzo impari, che parve follia, e con la certezza assoluta del domani nel martirio dell’oggi. È l’era dei precursori che furono, perciò stesso, dei martiri: tipo Francesco Crispi, araldo audace dell’idea e, per l’idea, misconosciuto e maledetto. Non importa: il germe è vivo; la fiamma arde; e niente è più tiepido, a quel germe, che la passione; niente è più almo, a quella fiamma, che il martirio. E passione e martirio vi porteranno, nell’ora che la torbida demagogia di Giolitti tenterà la gogna e il martirio adultero della Patria, passione e martirio vi porteranno Enrico Corradini e Filippo Corridoni[57].

 

Anche nella posteriore Commemorazione civile idruntina la rassegna storica è occasione di esaltazione delle virtù civiche di una comunità, di cui quelle militari sono un riflesso: dalla resistenza opposta ai Goti, alla fierezza mostrata agli invasori Longobardi, la partecipazione attiva alle contese tra Svevi e Normanni, Svevi e Angioini, tra Angioini e Aragonesi[58].

La medesima operazione di trasposizione dai significati religiosi a quelli politico-patriottici viene effettuata in occasione della Giornata della Madre e del Fanciullo, con la quale il regime coniuga le esigenze di una politica prenatalista con quelle della caratterizzazione in senso sociale del regime stesso[59]; allo scopo, questa Giornata viene collocata in coincidenza con il Natale cristiano. La Lucrezi illustra il parallelismo tra le ideologie, anzi, come le chiama, tra le due fedi: come la religione cristiana ha i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi martiri e i suoi trionfatori, così il fascismo ha una serie di manifestazioni simili nello spirito e nel simbolo. Quali i suoi valori? «La bellezza del dovere, la necessità giuridica della fraternità sociale, la idealità fatale del migliorarsi e del migliorare, l’austera ed altera difficoltà della disciplina»[60].

In occasione del Natale, quando la natura si spoglia e custodisce nel suo seno materno i germi della vita, la Chiesa celebra la maternità di Maria e il Fascismo riunisce questi valori nel trinomio “Madre, cristiana, fascista”, che si può tradurre in quello di Vita, Dio, Patria, ma che dal nostro punto di vista di posteri può essere interpretato come assistenza, controllo, repressione. Alla promessa di aiuto alle famiglie si associa una minaccia: «Guai a chi tenta di deviare (con argini di pretesti ingiustificati e di mezzi inconfessabili) l’onda della vita: l’onda costretta rompe gli argini e travolge […] prima o poi verrà la giusta vendetta; il deposito che – col premio di nuzialità – vi consegniamo, è, o sposi, da parte del DUCE un monito, da parte vostra un giuramento»[61].

Il disegno del regime viene svelato: la politica demografica, premiando le madri che hanno saputo allevare i propri figli, ne riconosce la capacità di contribuire a «perpetuare nei secoli la superiorità della nostra razza imperiale, a cui – dai tempi e dagli eventi – può esser contesa ma non tolta, la missione civilizzatrice nel mondo». Ma serve anche a celebrare la superiorità di un popolo giovane capace di rinnovarsi, destinato a sconfiggere quelli più vecchi e dalle energie fisiche e spirituali ormai esauste.

Al tema dell’infanzia sacra si accosta, nell’altra conferenza, quello della protezione e del potenziamento della sanità della stirpe. Se la sacralizzazione della nascita e dell’infanzia corrispondeva al Natale di Gesù, la rinascita della stirpe è avvicinata alla Pasqua di Risurrezione.

Giulia ricorre ad immagini dell’infanzia ammalata o morente, per toccare l’emotività del pubblico, collocandosi nella tendenza del regime, inaugurata dalla prima guerra mondiale, a educare non solo l’infanzia, ma anche attraverso l’infanzia[62]:

 

Essa [l’infanzia] schiude la bocca di rosa al canto, e respira la morte; o, avida, si attacca al seno della madre malata, e beve il contagio tremendo; o il bacillo tragico, annidato e trasmesso, trova suoi alleati nella fame e nell’abbandono; o, ancora, miracolosamente immune, assiste impotente all’agonia lunga, tremenda della madre condannata e, forse, nella sua inconsapevole, angelica pietà, reclina la testina pensosa sul petto che il male divora[63].

 

Qui l’esaltazione dell’iniziativa assunta dal governo per il debellamento della tubercolosi viene presentata con simboli tipici del linguaggio militaristico: la ‘guerra’ condotta contro le malattie che offendono la razza, “guerra santa”, è più grandiosa rispetto a quelle che si combattono quando si affrontano due grandi generali, o due civiltà. In questo caso l’esito è prevedibile, perché «la temperatura storica più alta assorbe e dissolve l’altra»[64]. La lotta contro il bacillo della tubercolosi è una di quelle campagne che mettono di fronte la scienza contro l’ignoranza, la disciplina contro la violenza. Questo invisibile nemico deve essere assalito, martoriato, perseguitato, assediato, ma con i colpi dell’amore, infertigli dagli eserciti dei ricercatori e degli scienziati, che costituiranno altrettante «cittadelle d’assalto». Questa sorta di militarizzazione della scienza, sostenuta dall’ideologizzazione della biologia, risparmiando migliaia e migliaia di vite di lavoratori, di professionisti, di uomini utili alla patria, si collocherà nelle alte conquiste dell’Italia imperiale.

 

5. Dolori privati, pubbliche virtù

Giulia nella sua vita familiare soffre due gravi lutti: il primo le strappa un figlioletto in tenera età, dopo un periodo di malattia già in atto all’epoca della conferenza sulla conquista libica:

 

È tributo di ammirazione e di gratitudine la forza di volontà e di sacrificio che nei giorni passati […] ha sottratto me al letto di strazio de la mia creatura per pensare ai morti e feriti d’Africa, e parlare a voi, fanciulle e speranze d’Italia. Col cuore piagato, con la mente in delirio, con le tempie in fiamme, io ho voluto spremere dolorosamente dal mio cuore la parola dell’affetto e dell’ammirazione, e quando il mio bambino mi agonizzava su le ginocchia, ho pensato e ho detto: “Per questo strazio che mi lacera, risparmia, risparmia, o guerra atroce, i figli a le madri”. E quando, lenta, ho visto ritornare la vita negli occhi suoi belli, con ardore più intenso ho supplicato: “Per questa speranza che mi sostiene, restituisci, restituisci, a le madri ansanti i figli coronati di gloria! Non paia, io ripeto, non paia iattanza se il mio pensiero e il mio palpito ho espresso accanto a quello dei grandi: m’è parso che il palpito d’un cuore materno piagato valesse la parola d’un poeta acclamato[65].

 

La seconda perdita troverà nelle scritture e nei suoi discorsi echi molto più profondi, come abbiamo già visto a proposito della Commemorazione ad Otranto:

 

Ma io mi presento a dire il mio pensiero e a cercare la via dei vostri cuori, dopo un avvenimento così straziante e decisivo nella mia vita, che mi sento e mi dichiaro e mi esalto profondamente diversa da quella che fui, prima che il dolore accendesse una fiaccola nella mia esistenza, improvvisamente, come e mentre mi squarciò il cuore. E indulgetemi se inizio il mio discorso parlando di me: penso che non possa esservi argomentazione più convincente della propria esperienza[66].

Consentitemi una brevissima rievocazione di una delle ore cruciali della mia vita di mamma:

Quattordici anni fa, di questo giorno 13 agosto, io spasimavo dal più atroce fra gli umani dolori sulla salma di una mia meravigliosa Creatura, strappatami dal destino, in tragica maniera, a 26 anni! […] Quando io, alla filiale, gentile preghiera del vostro Sindaco, decisi di rompere un silenzio che dura da quattordici anni, sentii nelle parole di invito, l’appello di una Grande Madre, a me piccola madre, ma che non le ero inferiore nella immanenza e nella immensità dell’amore e del dolore santi; e la preghiera mi si mutò in dolce promessa di dono. Io avrei potuto, accogliendola, offrire, nel giorno del triste annuale, un fiore nuovo alla memoria del mio Guido; avrei potuto chiedere (e chiedo! chiedo!) ai vostri cuori un palpito per la mia Creatura; e si sarebbe elevato fino a Lui, in riva al mare che me lo uccise, il vostro pensiero, aroma di fraterna pietà, incenso d’amore… la mia passione materna me lo rende in questo momento quasi fisicamente visibile, e mi imbalsama il cuore[67]!

Il figlio scompare, per annegamento, a ventisei anni, alle soglie della laurea in Medicina: la madre si chiude nel silenzio e trova conforto e risposta nella fede cristiana. È da notare la sproporzione fra le due diverse perdite familiari: effettivamente Giulia sembrerebbe aderire maggiormente alla mentalità dell’epoca, per cui la vita appena sbocciata rappresenta un valore inferiore rispetto a quello della vita già in atto e pronta a dispiegare tutte le sue energie future. Gli interventi pubblici, divenuti nel tempo più rari, risultano sempre condizionati dall’ultimo tragico evento: il dolore si fa testimonianza di fede, diventa omaggio al figlio, la cui perdita viene elaborata dalla madre come un segno della provvidenza divina per portarla alla vera conoscenza. Tutti i valori di cui ella si era precedentemente nutrita non scompaiono, ma diventano solo piccole luci a confronto della grande Luce divina[68].

Giulia coglie l’occasione per un riepilogo degli umani valori espressi nelle Scienza e nell’Arte (che continua a scrivere in maiuscolo), che ora appaiono come fiaccole rischiaranti il cammino di progresso espresso dall’Umanità, ma che acquistano senso solo se rischiarate dalla vera, più intensa Luce del Creatore[69]:

 

Ma il godimento che procura l’intendere e l’ammirare la bellezza […]; il serenante orgoglio per un mistero della Natura, svelato dalla scienza […]; l’estasi che rapisce al richiamo della musica  […]; la reverente ammirazione che ci prostra davanti alla esaltazione di un eroismo (Nazario Sauro impassibile e indifferente davanti alla madre eroica che, per tentare di salvarlo, dichiara di non conoscerlo); l’entusiasmo, che, come onda, ci prorompe dal cuore per le conquiste dell’umano pensiero (oggi la scienza penetra la teoria atomica e scopre e distingue la radioattività, prefazio di divini veri) […] tutti convergono e sfociano nel mare del mistero, anzi nell’oceano dell’ignoranza delle cause, se una Luce, anzi la Luce, non li mostri e non li dimostri tutti: Geni, Eroi, Santi […][70]

 

Il dolore ora diventa la dimensione privilegiata del rapporto assoluto con l’Assoluto: non ci sono consolazioni umane, materiali, diversioni, ma solo le domande inquietanti che alla luce della ragione non trovano risposte. La metafora dell’arco e della freccia, prima[71] utilizzata per esprimere il rapporto tra le aspettative del pubblico e l’oratrice che se ne fa interprete, qui esprime il rapporto tra dolore e conoscenza di fede: «Più l’arco si piega e si curva e più scocca la freccia alta e lontana»[72].

Giulia si presenta sola con la sua sofferenza: non compaiono mai le immagini del marito, né degli altri figli, come compagni e come motivazioni a superare lo sconforto ed andare avanti: il dolore si vive da soli, non consolano le Sacre scritture, o le testimonianza di altre madri, o i sacerdoti: è un rapporto solitario, esclusivo con se stessi e con l’Assoluto. Questa svolta sono due Autori spiritualisti, molto diversi tra loro, ad essere citati: Blaise Pascal, i paradossi della fede, che fa esclamare al Signore: «se tu mi cerchi mi hai trovato!»[73] e Giovanni Gentile, quando afferma che «la Fede non è una forza cieca, ma una realtà vera, quella dello Spirito, che non si conosce, ma si ama; è innanzi a noi soltanto se facciamo che vi sia. La verità è quella realtà che lo Spirito fa essere, e non presuppone: è la realtà spirituale»[74].

Tutto il testo della conferenza Luci e Luce gioca sulla dialettica fra ragione umana e fede, tra conquiste del progresso e ricerca della fede, tra la sproporzione tra le ‘luci’ piccole che i grandi dell’Umanità accendono e la grande e vera ‘Luce’ divina. La scienza e la fede non lavorano in antitesi, ci rammenta, ma devono completarsi: solo così le più sublimi manifestazioni umane non appaiono più «misteriosi movimenti molecolari della materia grigia», ma testimonianze del divino artefice. Da rilevare il contrasto rispetto all’esaltazione della scienza naturale in Leonardo (conferenza del 1919, già ricordata), rappresentata come autonoma, madre rigorosa e necessitata, sul tipo di quella spinoziana: ora le scoperte della scienza sono segnali del «divino Vero», che lo stesso scienziato potrà meglio comprendere alla luce della fede[75].

Ma anche qui troviamo, inserita tra le varie manifestazioni delle virtù umane, il valore patriottico accostato a quello dell’amore materno, in una forma originale «Nazario Sauro impassibile e indifferente davanti alla madre eroica che, per tentare di salvarlo, dichiara di non conoscerlo»[76].

La figura del figlio morto, simbolicamente scelta per significare la mediazione con il divino, ritorna nella conferenza dantesca del 1942[77], in cui la dedica al figlio si abbina a un verso del Sommo Poeta che esorta a «levarsi più in alto», che è il motivo dominante di questa conversazione. Le contingenze premono però sull’oratrice, che traduce l’esortazione dantesca non solo in senso esistenziale cristiano, per superare le angustie di una visione miope e materialistica, ma anche in senso patriottico, per uscire dalle difficoltà che il secondo conflitto mondiale sta imponendo all’Italia: il «fremito dell’anima gigantesca di Dante» si perpetua e si trasmette nella sana gioventù italica, a Gavinana, come a Guadalajara (riferimento alla vittoriosa battaglia delle truppe fasciste italiane contro le forze del Fronte Popolare spagnolo, durante la guerra civile), come ad Amba-Alagi, in Etiopia.

 

E non vi pare che, raggio nuovo di questa fede fierissima, stella nuova che corrusca nel firmamento d’Italia, Amedeo di Savoia, purissimo eroe di una purissima stirpe, la cui prigionia di guerra è aureola e che oggi è nel cuore di tutti, che Amedeo di Savoia asceso ai fastigi della gloria, diffuso spirito, da Nairobi si irradi a Ravenna[78].

 

6. Una intellettuale per tutte le stagioni?

I problemi del regno post-unitario (prioritario, dal punto di vista dell’insegnante e dell’ispettrice, quello dell’analfabetismo), i difficili processi di costruzione dell’identità nazionale, i risultati dell’età giolittiana, l’avventura coloniale italiana, la Grande Guerra e il difficile dopoguerra, l’affermazione del regime fascista, la seconda guerra mondiale e i nuovi equilibri internazionali rappresentano i contesti nei quali si svolgono la formazione, gli sviluppi professionali di Giulia Lucrezi-Palumbo, testimoniate dai suoi scritti, sui quali, a questo punto, dobbiamo abbozzare un provvisorio bilancio. Non sfugge, anche ad una lettura poco approfondita, la disponibilità di Giulia ad affrontare tematiche civili e belliche, letterarie e religiose, politiche e sociali, segno di eclettismo culturale, di cui la flessibilità comunicativa rappresenterebbe una delle manifestazioni caratteristiche. Simmetricamente, non è difficile cogliere il travaglio ideologico del nostro personaggio, influenzato da componenti nazional-risorgimentali, laico-democratiche, positivistiche, che trapassano in quelle più consone all’ideologia fascista, per approdare, come già detto, ad una sofferta adesione alla fede cristiana.

Per un verso, il viaggio spirituale di Giulia non appare dissimile da quello di altri intellettuali che con lei hanno condiviso momento storico, influenze culturali, status sociale. Imbevuti dei miti del Risorgimento, zelanti missionari del “fare gli Italiani”, non avendo potuto, per ragioni anagrafiche, “fare l’Italia”. Illusi di portare a pieno compimento la loro missione in età giolittiana, e poi nel ventennio fascista, politicamente disincantati nella stagione della tarda maturità, ripiegati all’interno di affetti familiari, vissuti o ri-vissuti alla luce e al conforto della fede.

In definitiva, in una lettura filosofico-esistenzialistica, il profilo biografico di Giulia, come quello di altri, sarebbe stato scandito da tre momenti, riconducibili ai tre stadi dell’esistenza delineati da Kierkegaard. Nel primo stadio la prevalenza dei valori estetici (estetica della guerra, estetica del lavoro industriale), rappresenterebbe il momento dell’esteriorità, del soggetto che si riconosce, e si afferma, nel successo della propria dimensione pubblica. Nel secondo stadio la scelta della vita etica, che obbliga all’adesione definitiva e acritica a modelli predefiniti (nel nostro caso quelli di un regime totalitario), che regola dall’alto la vita privata, rendendola pubblica, in aspetti quali il matrimonio, la nascita, la salute, è caratterizzata dalla perdita di originalità nella ripetizione conformista. Il ritorno e la riappropriazione di sé si attua nel terzo modello esistenziale, quello della vita religiosa, dopo l’esteriorizzazione e la dissipazione iniziali. Questo stadio sembra in qualche modo recuperare l’istantaneità dell’intuizione estetica e la continuità dell’azione etica: Giulia riprende e rivive i temi precedentemente trattati, ma li svolge alla luce della fede: è solo questa che dà loro forza, senso, significato.

In un’interpretazione più pragmatica, l’itinerario della Lucrezi-Palumbo sarebbe semplicemente quello di una intellettuale che, per mantenere e potenziare la propria posizione di prestigio (inedita per una donna meridionale), non esiterebbe ad aderire ai vari mutamenti politici dell’Italia primo- novecentesca, tenuti insieme dal sentimento patrio, dai valori civili della collettività, dai temi classici, cui di volta in volta presta voce e penna.

Sulla sincerità della conversione religiosa non abbiamo motivo di dubitare: sia i gesti compiuti in vita, sia le testimonianze evidenziano la ricerca del conforto della fede per elaborare il grave lutto familiare vissuto. Anche i valori liberali e risorgimentali hanno una matrice familiare, che è quella dell’influenza del padre Achille, liberale della prima ora, dirigente di istituzioni pubbliche, e fondatore a Lecce della Società operaia di Mutuo soccorso, intitolata a Eugenio Maccagnani.

Indubbiamente la zona più in ombra di tale percorso resta quella del ventennio, anche se i valori celebrati sono collocabili tra quelli in cui la borghesia e l’intellettualità di formazione risorgimentale possono più facilmente identificarsi: la famiglia, la sicurezza sociale, la protezione sanitaria, il primato dei valori comunitari su quelli individualistici, il culto della romanità.

L’abbondante utilizzo del repertorio classico-retorico, oltre ad essere un riflesso della sua formazione, rappresenta anche il tentativo di attualizzare un passato glorioso attraverso l’evocazione di immagini, miti e fatti storici forgiati a scopo persuasivo.

Vengono allora delineati nuovi valori femminili: la capacità di porsi in sintonia con l’uditorio, l’abilità nel suscitare entusiasmi, commozioni, adesioni a progetti, di mobilitare energie, di affrescare grandi quadri storici, correlandoli all’attualità, e di trasportare i vissuti di madre in quelli educativi pubblici. Tra la donna e l’insegnante, la madre e la patriota, l’intellettuale e l’educatrice popolare allora non si avvertono discontinuità: riprendendo le considerazioni iniziali, mi sembra utile rimarcarlo, nel nostro tempo in cui questi rapporti appaiono in crisi.

Molti, troppi, insegnanti, vivendo con profondo disagio il proprio ruolo sociale di educatori, cercano conforto in attività professionali più gratificanti, anche se talora totalmente incoerenti con la propria formazione docente. Altri mettono a disposizione la propria “cassetta degli attrezzi” in settori extra-scolastici della formazione e della cultura. Altri ancora riconvertono faticosamente la propria professionalità, cercando di adeguarla alla mutata platea di interlocutori. Il problema fondamentale della formazione scolastica attuale è la dissonanza tra i saperi che la tradizione ha consolidato, tra le decisioni politiche e tra le forme di conoscenza e di informazione dominanti nella società odierna. Evidentemente il problema, nella scuola e nell’ambiente di Giulia Lucrezi, non si poneva in questi termini: là si trattava di espandere e rafforzare il ruolo della formazione scolastica, in una società come quella leccese, prestigiosa a livello di élite intellettuali, ma debole nell’alfabetizzazione diffusa. In tale situazione, ci si sforza di instaurare e di intensificare il nesso cultura-società: ne sono testimonianza le modalità comunicative con i quali la intellettuale leccese opera in tal senso, tutte a dimensione decisamente pubblica, quali la conversazione, il discorso, la commemorazione, l’intervento sull’intitolazione di una targa cittadina[79]. Anche quando l’argomento è riservato ad un auditorio ristretto e competente, ella non dimentica i problemi di sentita attualità,  impegnandosi a rintracciare e ad annodare il filo tra scuola, cultura ed esistenza. Insomma, se la forma è aderente ai codici discorsivi del suo tempo, il percorso è sempre vivo: il viaggio nei classici alla ricerca delle risposte alle nostre domande di senso. Riscoprire un classico significa fargli dire quelle cose che non finirà mai di dire, perché è un “contemporaneo del futuro”, perché sono le domande che la vita stessa rivolge. È l’insegnante a svolgere questo lavoro di interpretazione e di mediazione, perché dotato (e soprattutto dotata) del bagaglio culturale e delle risorse comunicative per poterlo compiere. È il docente la figura professionale ritenuta idonea alla divulgazione dei valori e dei saperi socialmente funzionali. È una figura inedita per la storia italiana, e particolarmente per quella meridionale: non più l’ecclesiastico, non il dotto che parla in codice con i suoi pari, non l’arcade nel mondo di un’arida mitologia, ma l’intellettuale che legge i bisogni popolari, rilegge il meglio della nostra tradizione culturale, elegge le motivazioni forti dell’esistenza. Ma non si configura nemmeno come la maestrina, condannata a condividere con i figli del proletariato stenti e sottomissione ai poteri locali, di cui sono state date efficaci e documentate descrizioni[80].

Una malintesa proposta delle pari opportunità, ha, a mio avviso, oggi messo in ombra le peculiarità della figura femminile, che Giulia Lucrezi invece esalta, senza passare per i modelli tradizionali della sottomissione, della passività, della reclusione nelle mura domestiche. I suoi discorsi non sono equivalenti a quelli che avrebbe potuto tenere una corrispondente figura maschile: c’è un valore aggiunto di femminilità, che si riverbera in nuovi comportamenti, nuovi modelli, nuovi valori. Certo, alcuni di questi si evincono più dai silenzi che dalle parole, più indirettamente che direttamente. Saremmo sicuramente in possesso di un quadro più completo della sua rappresentazione femminile se, oltre al già citato scritto La donna, possedessimo altri elementi di confronto e di conforto: i giudizi dei suoi contemporanei maschili e delle sue colleghe di lavoro, i riscontri delle sue conferenze. La sua visione dell’universo femminile emerge non per contrasto, o confronto, immediato con quello maschile: inconsapevole autocensura o consapevole scelta di esaltare l’essenza della donna?

Ancora, perché, dopo gli anni Dieci del Novecento, le sue scritture non trovano più sbocco sui quotidiani e sui periodici salentini, tanto ricchi e numerosi in quel periodo? Potrebbe costituire una traccia di lavoro l’individuazione dei motivi di quest’assenza. Perché non ha sentito, come altre insegnanti salentine, il bisogno di dare alle sue esperienze pedagogico-didattiche la veste di una riflessione ragionata e autobiografica?

Se le vicende autobiografiche hanno influito su quelle spirituali e pubbliche, potremmo azzardare un flusso emotivo-affettivo anche in senso inverso? Su quali basi?

Un'altra pista potrebbe essere costituita dal rapporto con gli “altri significativi” maschili, quelli familiari innanzitutto, cui c’è un breve cenno nella Commemorazione idruntina[81]: in che modo ha assimilato nel suo linguaggio verbale gli elementi del linguaggio visuale dei suoi congiunti?

 

Io la ho veduta sere fa dal mare: nucleo di luci nella tenebra del mare illune; nucleo scintillante di raggi multicolori e moltiplicati nei tremolanti riflessi. E quei riflessi palpitanti sull’onda e che parevano allungarsi ad ogni soffiar di brezza, come per conquistare ancora un poco della tenebra circostante, mi parevano simbolici di questo graduale accendersi di Otranto, a conquistarsi il suo posto di luce nel mare nero della disconoscenza e dell’oblio. Tante luci, tante, quasi in gara, e nessuna si fermava, e se un momento pareva che qualcuna si contraesse nella sua sinuosità scintillante, immediatamente dopo sfrecciava, protendeva, avanzava. E non ce n’erano due che si contendessero che giocassero a sopraffarsi; e tanto più quei riflessi conquistavano del mare tanto più era vivida la luce che li irradiava[82].

 

Potrebbe essere interessante mettere a confronto, ove si rintracciasse qualche significativo riscontro documentario, le scelte della Lucrezi in sede più specificamente didattico-scolastica, dalle valutazioni delle studentesse alla selezione degli autori e dei brani, dai libri adottati ai metodi di lavoro seguiti. Tracce rare, ma non tutte impossibili da reperire.

 

Due ritratti di Giulia Lucrezi-Palumbo mi hanno accompagnato, e anche suggestionato, in questo percorso.

Nel primo, un dipinto ad olio eseguito da suo marito Michele Palumbo, datato 1912, la Nostra appare come una donna sicura, affermata, dallo sguardo vivo e penetrante, la bocca quasi aperta al sorriso di autocompiacimento, in una disinvolta posa di tre quarti, dalla quale si intuisce un atteggiamento comodo sulla poltrona del salotto di casa. Due segnali, in uno sfondo povero di arredi, sembrano connotare il personaggio: una piantina di violette, segno di decoro e di gusto sobrio ma raffinato, e una pelliccia di volpi a bestia intera, che rimanda allo status sociale di chi la indossa. I due elementi svolgono una importante funzione, che il pittore utilizza da maestro qual è, sia sul piano iconografico che su quello iconologico: a livello cromatico, il colore delle violette, dato in sicure macchie, spezza i toni neutri del dipinto, così come le nuance scure della pelliccia, rese con pennellate ampie, disegnano ritmi curvilinei che conferiscono dinamismo alla figura e che contrastano con l’incarnato roseo. Umiltà delle violette, quindi, associata alla vitalità passionale e alla grinta della bestia impellicciata, che continua ad esprimerle anche in quella situazione. Come i grandi ritrattisti, anche Michele Palumbo ha voluto comunicare i tratti caratteriali distintivi attraverso l’uso di senhal allusivi.

L’altro ritratto, a mezzo busto, riportato a corredo della sua ultima conferenza (si tratta di una foto), presenta una donna sulla settantina, con il capo leggermente reclinato in avanti, i capelli ravviati; anche in quest’occasione l’abbigliamento ci fa capire la controllata eleganza della signora: appena un fine fermaglio fissa i risvolti della camicetta. Ma è lo sguardo ad aver subito le modificazioni più profonde, non giustificabili solo con il quarantennio che separa le due immagini: gli occhi sono profondi, dimessi, l’espressione appare pensosa, come se ascoltasse, la bocca è serrata, come segno di contenimento. La posa non consente di osservare le braccia, ma non sarebbe incongruo immaginarle distese, accennate nell’atto di chi accoglie e prega, con le palme aperte. Ad aver segnato non sono tanto gli insulti del tempo, quanto quelli del dolore.

A queste due raffigurazioni della Lucrezi vorrei aggiungere una terza, immaginaria, ma ricostruita sulla base delle testimonianze reali: la “signora delle lettere”, che, seduta, declama e commenta a memoria, e a braccio, i versi della Divina Commedia dantesca alle allieve, mentre al contempo lavora con i ferri alla maglia. Forse quest’immagine potrà far arricciare il naso ai puristi della didattica, ma potrebbe esprimere, oltre che padronanza tecnica, anche più sinteticamente il personaggio: madre, conferenziera, insegnante, educatrice.

 

 

 

Bibliografia di Giulia Lucrezi-Palumbo *

  1. La Luce e l’Armonia nella Divina Commedia, Lecce, Regia Tipografia Editrice Salentina F.lli Spacciante, 1899.
  2. La donna: conferenza fatta nell’Istituto tecnico il giorno 5 febbraio 1899, Lecce, Regia Tipografia Editrice Salentina F.lli Spacciante, 1899; originariamente in ”Gazzetta delle Puglie”, 11 febbraio 1899, 6.
  3. Relazione dell’ispettrice delle Scuole comunali, in Patronato Scolastico, La refezione scolastica a Lecce, Tipografia del Giornale “La Provincia di Lecce”, 1900, pp. 21-28.
  4. Per Gemma Fossi-Liuzzi, “Il Tribuno Salentino”, IV, 5, 6 febbraio 1911.
  5. Per gli Eroi d’Africa (a proposito del discorso di Pascoli). Conferenza, Lecce, Tipografia Editrice Leccese Bortone e Miccoli, 1912.
  6. Per Emma Del Bene, “Il Tribuno Salentino”, V, 9, 11 maggio 1912.
  7. Oro a la patria: discorso a le alunne de la Regia Scuola Normale di Lecce: 11 maggio 1917, Lecce, Tipografia Sociale, 1917
  8. Per la Patria e pei Fratelli: febbraio 1918, Lecce, Premiata Unione Tipografica V. Conte, 1918
  9. In memoria del maestro Alceste Gerunda (ne l’anniversario di sua morte), s.l., s.t., s.a. [1918]
  10. Per Leonardo da Vinci, Lecce, Regia Tipografia Editrice Salentina F.lli Spacciante, 1919.
  11. Discorso della sig.ra Giulia Palumbo-Lucrezi alla Società Operaia di M.S. di Lecce per la premiazione agli alunni della scuola serale di disegno “E. Maccagnani” la sera del 4 novembre 1924, Lecce, Tipografia D’Ercole e Mucciato, 1924.
  12. III Campagna anti-tubercolare in Terra d’Otranto. Conferenza del prof. Giulia Palumbo, designata dalla Federazione Nazionale Fascista per la lotta contro la tubercolosi (8 aprile 1933-Anno XI), Lecce, Primaria Tipografia “La Modernissima”, 1933.
  13. Nella II Giornata della madre e del fanciullo, Lecce, Regia Tipografia Editrice Salentina F.lli Spacciante, 1935-XIII.
  14. Luci e Luce. Conferenza, Lecce, Tipografia “La Modernissima”, 1938.

15. “In Paradiso”. “Lectura Dantis” del ciclo indetto dal Comitato della ‘Dante Alighieri’ a Lecce il 1942-XX, Lecce, Tipografia “La Commerciale”, 1942-XX.

  1. Commemorazione civile dei Martiri d’Otranto. Agosto 1951, Galatina, Tipografia Mariano, 1952.

 

 

* Ho sostanzialmente ripreso, con qualche integrazione, la bibliografia raccolta nel già cit. Il Filo di Arianna, p. 71.

 


[1] Il Corriere della Sera propone, dall’autunno del 2005, Protagonisti della Storia; Repubblica offre, nello stesso periodo, Biografie del Novecento. Le Storie che hanno segnato la Storia.

[2] E. Varikas, L’approccio biografico nella storia delle donne, in P. Di Cori (a cura di) Altre storie. La critica femminista della storia, Bologna, Clueb, 1996, pp. 349-369.

[3] A proposito del cognome, è opportuno spiegare la diversa ricorrenza del cognome ‘Lucrezi’ o ‘de Lucrezi’. È ‘Lucrezi’ il nome originario della famiglia, successivamente modificato in ‘de Lucrezi’ dal padre Achille (1827-1913), per motivi di visibilità commerciale (era titolare della più affermata impresa di statuaria sacra a Lecce, il primo a impostare la  tradizionale lavorazione della cartapesta in forma imprenditoriale). Tra le opere di Achille de Lucrezi, è possibile ammirare un grande Angelo di cartapesta (reso in finto marmo), che si trova nell’Istituto delle Marcelline a Lecce.

[4] Sulle feste scolastiche e sulla parola pubblica femminile ved. I. Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia unita, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 97 e sgg.

[5] R. Basso, Donne in provincia. Percorsi di emancipazione attraverso la scuola nel Salento tra Otto e Novecento, Milano, Angeli, 2000, p. 16.

[6] G. Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, Il mondo contemporaneo, Gli strumenti della ricerca, 2, Questioni di metodo, Firenze, La Nuova Italia, 1983.

[7] Sul tema mi piace segnalare un libro adottato come manuale di Storia nelle scuole superiori, quello di A. Bravo - A. Foa - L. Scaraffia, I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Bari-Roma, Laterza, 2000. Ved. anche G. Pomata, Storia particolare e storia universale: in margine ad alcuni manuali di storia delle donne, “Quaderni storici” (nuova serie), XXV, 74, 1990, pp. 341-385.

[8] La bibliografia sull’argomento è divenuta molto vasta; il più organico lavoro risulta G. Duby- M. Perrot (a cura di), Storia delle donne in Occidente, Bari-Roma, Laterza, le cui edizioni, apparse dal 1992, hanno proseguito fino al 2003 in cinque volumi distinti per periodi storici.

[9] Il Filo di Arianna. Materiali per un repertorio della bibliografia salentina (sec. XVIII-XX), a cura di Rosanna Basso e Marisa Forcina, Quaderni dell’Archivio della scrittura femminile salentina, 1, Lecce, Milella, 2003.

[10] R. Basso, Stili di emancipazione. Donne nelle professioni nel Salento di inizio Novecento, Lecce, Argo, 1999; Eadem, Donne in provincia, cit.

[11] Ved. ad es. L. Marrella – L. Scorrano, Un inno e un sospiro. Adele Lupo di Casarano, Manduria, Barbieri, 2001.

[12] A titolo esemplificativo, ved. di M. Attisani-Vernaglione, Primi raggi. Sillabario per la prima classe maschile e femminile, S. Severo, Tip. E. Dodoli, 1909; L’insegnamento della lingua italiana e del comporre nei suoi due gradi di classi inferiori e classi superiori. Relazione letta nella sala “Dante”. Lecce 11 settembre 1911, S. Severo, Tip. E. Dodoli, 1912; Relazione sul tema “Mezzi pratici per guadagnar tempo nella scuola”, S. Severo, Tip. E. Dodoli, 1919;  M. De Matteis, Vantaggi del lavoro educativo. Conferenza tenuta durante il Corso di lezioni agli insegnanti della Provincia nel settembre 1900, Lecce, R. Tip. Ed. Salentina F.lli Spacciante, 1900.

[13] Cfr. S. Ulivieri (a cura di), Essere donne insegnanti. Storia, professionalità e cultura di genere, Torino, Rosenberg § Sellier, 1996.

[14] Spunti e direzioni per la ricerca in quest’ambito si trovano nei lavori di A. Semeraro, in particolare Cattedra altare foro, Lecce, Milella, 1984.

[15] R. Basso, Donne in Provincia, cit., pp. 113-123.

[16] Giulia sposa nel 1904 Michele Palumbo, uno dei più affermati pittori salentini del Novecento; il fratello è Cesare Augusto (1880-1965), che, dopo aver assunto la direzione dell’impresa paterna, seguirà un percorso di sensibile ritrattista e paesaggista sulle orme del suo maestro Stanislao Sidoti, pittore leccese dell’Ottocento. Il fratello, in alcune brevi note autobiografiche, si dichiarerà ‘debitore’ nei confronti della sorella per la formazione culturale generale (Archivio privato De Lucrezi).

[17] Ringrazio le persone che a vario titolo hanno contribuito a questo lavoro, che cito in ordine alfabetico: la sig.ra Lucia Carrisi-Caramuscio (mia madre), la sig.na Rosetta De Pascalis, la sig.ra Carmelina Mileo ved. Armillis, la sig.ra Rita Mileo ved. Palumbo (nuora di Giulia Lucrezi), la sig.na Rita Zuccalà-Lucrezio (nipote di Giulia Lucrezi), deceduta nel 2000.

[18] G. Lucrezi-Palumbo, Per gli Eroi d’Africa (A proposito del discorso del Pascoli), Conferenza tenuta nella R. Scuola Normale di Lecce il 14 dicembre 1911, Lecce, Tipografia Editrice Leccese E. Bortone e Miccoli, 1912, p. 26.

[19] Eadem, Discorso della sig.ra Giulia Palumbo-Lucrezi alla Società Operaia di M. S. per la premiazione agli alunni della scuola serale di disegno “E. Maccagnani” la sera del 4 novembre 1924, pp. 3-4.

[20] Eadem, Ibidem, pp. 21-22.

[21] CONFERENZA della prof. Giulia Palumbo, designata dalla Federazione Nazionale Fascista per la lotta contro la tubercolosi ( 8 Aprile 1933 Anno XI), Lecce, Primaria Tipografia “La Modernissima”, 1933-XI, p. 3.

[22] Eadem, Commemorazione civile dei Martiri d’Otranto, Agosto 1951, Galatina, Stab. Tip. Mariano, 1952, p. 7.

[23] Eadem, Ivi, pp. 6-8.

[24] Eadem, Per Leonardo da Vinci, Lecce, R. Tip. Ed. Salentina F.lli Spacciante, 1919, p. 4.

[25] Eadem, Discorso della sig.ra, cit., p. 5 e sg.

[26] Eadem, Per Leonardo, cit., pp. 6, 8, 12-13 e p. 33.

[27] Ivi, p. 9.

[28] Eadem, Relazione della ispettrice delle Scuole Comunali, in Patronato Scolastico, La refezione scolastica a Lecce, Lecce, tipografia del Giornale La Provincia di Lecce, 1900.

[29] Ivi, p. 1.

[30] Ved. in proposito A.M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2000.

[31] G. Lucrezi-Palumbo, Per gli Eroi d’Africa (A proposito del discorso di Pascoli), Conferenza tenuta nella Regia Scuola Normale di Lecce il 14 dicembre 1911, Lecce, Tipografia Editrice Leccese E. Bortone e Miccoli, 1912, p. 6.

[32] Ivi, p. 7.

[33] Ivi, p. 14.

[34] Ivi, p. 6.

[35] Ivi.

[36] Ivi, p. 19. In proposito la Lucrezi riporta i versi di D’Annunzio tratti da La canzone de la Diana.

[37] Ivi, p. 20.

[38] Ivi, p. 28.

[39] G. Lucrezi-Palumbo, Commemorazione civile, cit., pp. 7-8.

[40] G. Girard, Dell’insegnamento regolare della lingua materna nelle scuole e nelle famiglie (trad. dal francese), Torino, G.B. Paravia, 1846, p. 1, cit. in H.A. Cavallera, Per la storia dell’educazione familiare. Una lettera inedita di Angiolo Gambaro, “Pedagogia e Vita”, serie 63, n. 2, marzo-aprile 2005, p. 145.

[41] G. Lucrezi-Palumbo, Per gli Eroi, cit., p. 8.

[42] Eadem, Discorso alla Società Operaia, cit., p. 20.

[43] Eadem, Commemorazione civile, cit., p. 17.

[44] Eadem, Discorso della sig.ra, cit., pp. 11-12.

[45] Ivi, pp. 10-11.

[46] Ivi, pp. 9-10.

[47] Ivi, pp. 13 e 17.

[48] Eadem, Per Leonardo da Vinci, Lecce, R. Tip. Ed. Salentina F.lli Spacciante, 1919, p. 4.

[49] Ivi, p. 5.

[50] Ivi, p. 27.

[51] Ivi, pp. 34-35

[52] Ivi, p. 5.

[53] Ivi, p. 27.

[54] Ivi, p. 16. La Lucrezi ricorda, nel testo alle pp. 14-16, che Leonardo, offrendo i suoi servizi a Lodovico il Moro, si impegnava di realizzare macchine militari potenti, grazie all’applicazione di tecniche da lui elaborate.

[55] Ivi, p. 17.

[56] Eadem, III Campagna antitubercolare, cit.; Nella II Giornata della Madre e del Fanciullo, Lecce, R. Tip. Ed. Salentina, 1935-XIII.

[57] Eadem, III Campagna antitubercolare, cit., pp. 7-8.

[58] Eadem, Commemorazione civile, pp. 13-14.

[59] Ved. V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1981.

[60] Ivi, p. 5

[61] Eadem, Nella Giornata, cit., p. 10.

[62] A. Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò, Torino, Einaudi, 2005.

[63] G. Lucrezi-Palumbo, III Giornata antitubercolare, cit., p. 14.

[64] Ivi, p. 4 e sg.

[65] Eadem, Per gli Eroi, cit., pp. 25-26.

[66] Eadem, Luci e Luce, Conferenza, Lecce, Tipografia “La Modernissima”, 1938.

[67] Eadem, Commemorazione civile, cit., p. 9.

[68] Eadem, Luci e Luce, cit.

[69] Ivi, p. 5.

[70] Ivi, p. 7.

[71] Ved. nota 18.

[72] Eadem, Luci e Luce, p. 14.

[73] Ivi, p. 10.

[74] Ivi, p. 12.

[75] Ivi, p. 6 e sg.

[76] Ivi.

[77] Eadem,‘In Paradiso’. “Lectura Dantis” del ciclo indetto dal Comitato della ‘Dante Alighieri’ a Lecce il 1942-XX, Lecce, Tipografia “La Commerciale”, 1942-XX.

[78] Ivi, p. 22.

[79] L’episodio è segnalato da R. Basso, Donne in provincia, cit., pp. 117-118.

[80] G. Bini, Romanzi e realtà di maestri e maestre, in Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, vol. IV, tomo II, Torino, Einaudi, 1981, pp. 1195-1224; Id., La maestra nella letteratura: uno specchio della realtà, in S. Soldani (a cura di), L’educazione delle donne. Scuola e modelli di vita femminile nell’Italia dell’Ottocento, Milano, Angeli, 1989.

[81] G. Lucrezi-Palumbo, Commemorazione civile, cit., p. 17.

[82] Ivi.


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