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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Squarci di memorie salentine PDF Stampa E-mail
Aldo Vallone
Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 29 Ottobre 2014 18:28

[Intervento presso l’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, il 24 ottobre 2014]


Estate: fine degli anni ’80, terrazza dell’Anmi di Gallipoli. Io guardavo  il professore Aldo Vallone, che alzava la tazzina del caffè, con quella sua mano candida, con quella sua aria che fa e disfa le cose, con quella sua voce ch’era piena di voci e di echi. In lui, pensavo, c’erano tutte le pagine della letteratura, della storia, della geologia, i planetari e gli edifici invisibili.

“Il linguaggio dell’uomo – disse - è un granello appena, ma bruciante sulla palma dello spazio. E l’uomo del sud, in particolare non matura, o quando matura è già vecchio. Eppure l’uomo del Sud è Omero, Eschilo, Euripide, ha sillabe ancestrali incandescenti, ha maree lune voci in fondo alle scale; ha trombe sonore,  radici che spezzano il silenzio della storia, o rami che alzano case di suoni, e la notte si appoggia a lui per dormire. Dai dadi bianchi delle case di Bodini non escono numeri da giocare al lotto, ma uomini con il loro carico di speranze e un destino quasi sempre drammatico, tragico”.

Anch’io – professore - ho sempre pensato che il salentino è attraversato  come da un pensiero azzurro e nero, inscindibili. Come noi ora, guarda  verso il mare, che si solleva fino al grido più bianco, quel mare che quando si risveglia è come un gemito rabbioso che ti conficca le unghie nella nuca, ti squarcia strappandoti gli occhi, e sgretola le torri di sabbia. Verrebbe da dire, come quello scrittore sardo, Angioni, ma a che serve tanta acqua azzurra? Mi guarda un po’ perplesso. Forse il nostro Sud non ha mai avuto una vera patria, non ha mai veramente fatto parte dello Stato Italiano, è così, professore?

Già, è proprio così. Ma tu lo sai  che disse Cavour a Luigi Carlo Farini  al momento di assumere il governo del Mezzogiorno come luogotenente generale? : “Ma caro amico, che paesi sono mai questi! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni sono fior di virtù civile!”. Da queste considerazioni è nata l’Italia Unita, capisci? Unita da che cosa? Dallo scontro, da questa contrapposizione razzistica tra Nord e Sud, due Italie abitate da due stirpi diverse destinate a non incontrarsi mai. Con la scusa del brigantaggio, centomila soldati calarono al Sud dal Piemonte, uccisero centomila contadini, neanche un decimo di essi erano briganti, e neanche un centesimo sanfedisti e filoborbonici. Erano soltanto affamati. Ma i generali Lamarmora e Cialdini non lo sapevano. O meglio non gliene fregava niente. La durissima guerra contro il presunto brigantaggio fece più vittime delle guerre d’Indipendenza.  Ma questo pochi lo sanno, o nessuno.    Ed è su questi sedimenti  che sono fiorite nel tempo teorie e pregiudizi fino alle opinioni  del professor Miglio, maestro e parlamentare della Lega di Bossi e compagni. Ma noi non schiviamo le spade, questo ti voglio dire, amico mio. Non avere paura di questa notte infinita, che – lo sappiamo – è identica allo strazio dei nostri avi. Diamoci le ferite che dobbiamo e alziamo il tiro fino alle stelle. Non tiriamoci indietro. Mai, in nessuna circostanza.

Per un attimo mi venne in mente il “Cristo”  di Levi: “Mi è grato riandare con la memoria a quel mondo chiuso, serrato nel dolore e negli usi, negato allo Stato e alla Storia… Qui Cristo non è mai arrivato e neanche la speranza”.

Già. Eppure se Levi avesse potuto conoscere uno come Pierro, che  ha riscoperto una lingua antica come il tursitano, capace di aprire le porte, con la sua poesia, che aveva il mite respiro che t’incanta (“Vorrei tornare per sempre dove ci scorre/ come fra dirupi l’acqua, la vita mia”), sarebbe stato un bel sodalizio. I Lucani poi erano alleati di  Taranto, dove governò Archita, discepolo di Pitagora che in queste contrade elesse il numero a misura di tutto il creato, e questo quando i popoli del nord erano ancora avvolti nel tunnel del primitivismo e della più assoluta barbarie. Dalla preistoria del Trullo, dal dolmen alla pagliara salentina, sempre domina il rigore della linea e del compasso, in quello stile geometrico dei primi vasi apuli.  Anche nei tempi più vicini a noi abbiamo avuto i  Giannone, i Castromediano, i Salvemini, i De Viti de Marco ,i De Giorgi ,i Perotti, i Carano Donvito, i Fiore, gente di studio e di lotta che scendeva nelle piazze a fianco dei braccianti che la sera vendevano muscoli a giornata. Sono loro che ci hanno dato carattere, che ci hanno insegnato a essere popolo, a essere liberi contro imperatori re vicerè baroni, sono questi i nostri eroi che non ebbero paura di affrontare galere esili e forche. Ma non ci è servito a niente. Oggi le  radici del Sud continuano ancora  a bere il buio e il fiele dell’Italia del Nord, mangiano la luce accecante dei cieli, guardano gli alberi che sono incandescenti, e la vegetazione è fatta di lampi, geometrie, echi: l’uomo del Sud è quello che continua a scrivere poemi inutili  e sale  lungo  i ponti dell’arcobaleno per straniarsi, dimenticare, obliare se stesso e il mondo, come sale il giorno sulla palma dello spazio.


Roma, 24 ottobre 2014                                 


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