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Cogliere i nessi – (7 novembre 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 09 Novembre 2014 07:19

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 7 novembre 2014]

 

Cogliere i nessi. Che c’entrano le condizioni climatiche estreme che stanno diventando la norma e le trivellazioni nello Sblocca Italia? Che c’entra continuare a cercare il petrolio e lo stravolgimento del clima? Continuiamo a navigare a vista, con piccole tattiche che risolvono problemi momentanei e la tragica mancanza di strategia ci sta rapidamente portando verso situazioni climatiche ostili al nostro benessere. La difesa della natura viene vista come un lusso che si può permettere solo chi sta talmente bene da potersi preoccupare di panda, orsi, delfini e balene. I “veri problemi”, però, sono altri: disoccupazione, produzione, magari persino salute. I provvedimenti governativi non si curano dell’ambiente, se non in modo marginale. C’è ben altro a cui pensare. Intanto chiudono le città per condizioni meteorologiche “estreme” il paese è devastato da alluvioni e mareggiate, e non ci sono soldi per far fronte a quel che avviene. A Genova non sono arrivati ancora gli aiuti dell’alluvione di tre anni fa, ma nel frattempo è arrivata un’altra alluvione. Gli eventi estremi stanno diventando la norma. E intanto trivelleremo il fondo del mare per cercare il petrolio. Questa decisone certifica in modo inequivocabile che la nostra strategia prevede la continuazione dell’uso di combustibili fossili. Ed è l’uso di combustibili fossili che consuma ossigeno e produce anidride carbonica, creando i presupposti per il cambiamento climatico. Non è difficile da capire. Causa: combustibili fossili. Effetto: cambiamento climatico. E noi che facciamo? Continuiamo a cercare combustibili fossili, in modo da poter continuare a bruciarne, e poi ci sorprendiamo del cambiamento climatico.

Le opportunità offerte da queste condizioni storiche sono enormi. Dobbiamo impostare la nostra esistenza in modo che sia libera dall’uso dei combustibili fossili. C’è spazio per ricerca, innovazione, tecnologia. Chi capirà per primo che questa è la strada sarà il primo a raccoglierne i frutti. Noi, invece, guardiamo con invidia la crescita dell’economia cinese. In Cina chiudono città di milioni di abitanti perché l’aria è oramai irrespirabile. La Cina ha abbracciato in modo prorompente il nostro concetto di economia ed è diventata il paese dove si producono le “cose” che utilizziamo. Non quelle che mangiamo. Lì hanno qualche problemino. Noi ci siamo illusi di poter fare i gestori e gli amministratori della produzione, trasferendo “laggiù” le cose “sporche”. Abbiamo chiuso le fabbriche “qui” e le abbiamo aperte “là”. Una vera furbata. Ora abbiamo il problema della disoccupazione, e loro hanno il problema dell’erosione del capitale naturale. Ma non è il “loro” capitale naturale ad essere in pericolo. La globalizzazione economica è una bazzecola se paragonata alla globalizzazione ecologica. Avremmo dovuto capirlo quando abbiamo trovato il DDT nel grasso dei pinguini del polo sud e degli orsi del polo nord. Non si usava DDT né al polo sud né al polo nord. Eppure, dopo un po’, quell’inquinante arrivava nei poli estremi del pianeta. Non ci sono discariche di plastica in mezzo al Pacifico, eppure in mezzo al Pacifico c’è un’isola di rifiuti, quasi tutta plastica, grande come l’Europa. Non ci sono i soldi per “fare le pulizie”. Stiamo trattando il pianeta comportandoci come un gruppo di adolescenti in preda a sostanze eccitanti, intenti a godersi un party nella casa di qualche genitore ignaro. Una bella festa. Ma come è ridotta la casa? Ci siamo goduta la festa del dopoguerra. E ora chi la pulisce, la casa?

Non sarà facile, ma intanto cominciamo a porre le premesse per non sporcare ancora. Se abbiamo ingurgitato una quantità insana di liquori (sto parlando dei combustibili), intanto non scendiamo subito al supermercato a comprarne altri. Il periodo di disintossicazione sarà lungo e laborioso, ma non si può intraprendere una strada virtuosa se si continua a comprare quello che ci fa male. Ci sarà un periodo di transizione, è ovvio. Ma le transizioni possono anche essere rapidissime, se si investe in tecnologie ad alto contenuto innovativo. Chi l’avrebbe detto che ci saremmo portati tutta la nostra musica nel nostro telefono? Che avremmo smesso di scrivere usando carta e penna? Queste rivoluzioni sono state fulminee. Qualcuno ha “visto” un’opportunità e l’ha colta, offrendola agli altri e traendone enormi vantaggi. Abbiamo l’opportunità davanti al nostro naso, abbiamo tutti gli elementi per capirlo. C’è un’altra novità che dobbiamo affrontare, però, che va ben oltre l’innovazione tecnologica. La ricerca tecnologica e quella ambientale devono andare di pari passo. Inutile dirigere la produzione verso la plastica e poi ritrovarci, dopo cinquant’anni, a chiedere: e ora tutta questa plastica dove la mettiamo? Ci sono ampi margini di miglioramento delle nostre condizioni, ma abbiamo bisogno di nuove visioni. E noi che facciamo? Trivelliamo il fondo del mare per cercare il petrolio. Non basta essere giovani, spigliati, e determinati per prendere decisioni adeguate ad affrontare situazioni critiche. Bisogna saper guardare lontano, senza sentirsi troppo “padroni del mondo”, una sindrome molto comune a una certa età. Forse bisogna essere nonni (o papi), ed avere ben chiara la preoccupazione del futuro dei propri nipoti e non solo del proprio. Non c’è ambiente nei piani del nostro governo. Le concezioni di sviluppo sono vecchie. Politiche vecchie attuate da giovani. Una vernice smagliante applicata su una carrozzeria corrosa.


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