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NOTERELLANDO... Costume e malcostume 3. Talk about how you eat! PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Martedì 25 Novembre 2014 07:20

["Il Galatino" anno XLVII, n. 16 del 17 ottobre 2014, p. 3.]

 

La mia precedente noterella sulle “parole come pietre” non si esauriva del tutto lì. E col vostro permesso, desidero necessariamente completarla.

Da cittadino comune, leggendo o ascoltando le dichiarazioni dei nostri amministratori pubblici, mi chiedo più volte: è mai possibile che, ancora oggi, il linguaggio politichese e burocratese ossia il lessico istituzionale, che dovrebbe essere lo strumento rapido, limpido e inequivocabile di comunicazione diretta con il popolo tutto, diventi sempre più incomprensibile e farraginoso?

È possibile che i capi di governo, e i ministri, e i portavoce, i portaborse, i giornalisti, e magari anche qualche parruccone vicino di casa che vuole fare il saputo, si trovino concordi nel proporci notizie con vocaboli misteriosi da Sibilla Cumana, e con una fraseologia così contorta e cervellotica da apparire a volte perfino intimidatoria?

Ma che cavolo è, precisamente, il jobs act (o job acts, job act, jobs acts, visto che, fra l’altro, lo scrivono ora in un modo ora nell’altro)? Quanti cittadini italiani ne conoscono esattamente il significato?... E quell’altra corbelleria linguistica della spending review, che da un bel po’ di tempo imperversa su tutti i giornali e telegiornali? Che ne pensa, a tal proposito, la famosa “massaia di Voghera”, campione ideale dei cittadini del nostro «bel paese là dove ‘l sì suona»?... Forse che se la spending review la chiamassimo revisione di spesa, in bell’italiano, faremmo la figura di provinciali o peracottari?

Dice: il mondo ormai parla in inglese, e anche noi politici dobbiamo usare gli ‘anglicismi’ per farci capire meglio. Meglio da chi, scusi? Capiamoci intanto fra noi. O no?

E poi, perché ‘dobbiamo’ usare...? Chi ce lo impone? Non posso negare, e non nego, che l’inglese sia oggi la lingua più diffusa. Neppure nego che tutti, compreso il sottoscritto, usiamo quegli ‘anglicismi’ entrati abitualmente nell’uso comune. Ma un conto è comunicare ‘internazionalmente’, ben altro è prescrivere e comunicare, in una lingua comprensibile per tutti (la comune “lingua della gente”), le leggi e gli atti ufficiali del proprio Paese. Restiamo pur sempre Fratelli d’Italia, mica Italian Brothers. O sì?

È la chiarezza, onorevoli signori, che fa la differenza. Non il ‘gergo’ più o meno esterofilo, ampolloso o sterilmente d’effetto! E comunque – tanto per puntualizzare – i più recenti rilevamenti ufficiali dei linguisti internazionali, pongono l’italiano fra i primi dieci idiomi parlati e studiati nel mondo. Tanto per intenderci.

Ne volete un’altra, a proposito di esterofilia? Se vi capita di andare a Milano, nei pressi di Viale Abruzzo troverete un grande negozio di ottica che si chiama... Occhial House! Ora, ognuno è padrone di chiamare il proprio negozio Occhial House, anche se la parola “Occhial” non esiste né in italiano né in inglese (così come ad alcuni bambini – spesso per un mero fatto di moda – si danno nomi esotici più o meno “italianizzati”),  ma negli atti ufficiali dovrebbero essere logicamente e rigorosamente obbligatorie le doti di precisione, trasparenza, evidenza, semplicità, chiarezza, comprensibilità...!

In un recente articolo, ho letto anche di una “reiezione dell’emendamento”.

Perché questo cacofonico e ambiguo “reiezione” (di cui solo i tecnici e altri pochi eletti capiscono il significato), e non – al suo posto – un sinonimo semplice, e alla portata di tutti, come esclusione o rifiuto, rigetto, disapprovazione, bocciatura, e quant’altri se ne vuole? Un po’ di educazione e di rispetto per noi cittadini, che diamine!

Quello di ‘riempirsi la bocca’ con paroloni altisonanti (e per di più equivoci se non sospetti), è un antico malvezzo duro a morire nelle abitudini dei nostri campioni politici e della burocrazia. Tanto antico che già nel 1540, nella sua Storia fiorentina commissionatagli dal granduca Cosimo de’ Medici, il notaio e accademico Benedetto Varchi denunciava come nelle scritture pubbliche dell’epoca «...appariscono ancora più lettere scritte non in cifra, ma in un gergo di lingua furfantina molto strano».

Valga, quindi, come monito solenne la seguente schietta dichiarazione pubblica: «Le relazioni umane dipendono dalla comunicazione. E per la comunicazione, una cattiva scrittura è una vera barriera. Quando una grande organizzazione come il Governo cerca di comunicare col cittadino, la possibilità d’incomprensione è enorme: troppo spesso la chiarezza e la semplicità sono sopraffatte da parole pompose e paragrafi interminabili [...]. Basta con l’ambiguità di parole che dicono e non dicono: esse sono un virus che ha infettato e messo in crisi il rapporto fra le istituzioni e i cittadini, alimentando nella popolazione una disaffezione verso lo Stato!...».

Sono frasi emblematiche del 1979, estratte da un lungo discorso di Margaret Thatcher, la famosa Lady di Ferro, nel primissimo periodo del suo lungo mandato politico da Primo Ministro britannico (durato undici anni, fino al 1990), dando l’avvio ad una complessa riforma della comunicazione pubblica, e facendo peraltro risparmiare allo Stato, per effetti diretti e indiretti, decine di milioni di sterline.

E da noi? Essendo notoriamente di buon appetito, all’anglofilo homo politicus nostrano basterebbe consigliare l’applicazione alla lettera del vecchio e sempre saggio consiglio: Talk about how you eat! (In italiano verace: Parla come mangi!).


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