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Una cultura per Lecce - (26 novembre 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 27 Novembre 2014 08:02

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 26 novembre 2014]

 

Gli italiani sono un popolo strano. L’allenatore della nazionale è bravissimo se la squadra vince, se perde diventa una scarpa. Ma uno potrebbe vincere per pura fortuna, qualche volta. O perdere per sfortuna. In teoria si dovrebbe capire prima se un “condottiero” è bravo oppure no. Se Lecce avesse vinto il titolo di capitale europea della cultura, esattamente con lo stesso progetto, se le città che ci hanno battuto avessero fatto progetti peggiori del nostro, Perrone e Berg sarebbero eroi.

Per me c’erano cose strane nella corsa al titolo. Per esempio: ma possibile che ci siamo dotati di una struttura magnifica come il MUST e poi la lasciamo vuota? Dove è la Storia della Città di Lecce? Mi pare che ci abbiano contestato proprio questo: mancanza di consapevolezza della propria storia. D’altronde non smetto di stupirmi che siano in pochi a sapere che Salvatore Trinchese era uno zoologo (a un certo punto era persino diventato San Trinchese), o che la pietra leccese è fatta di scheletri di protozoi, e che le forme di erosione note come “lebbra della pietra leccese” sono dovute alla presenza dei calchi fossili di tane di antichi crostacei marini. Queste storie, e molte altre, con Lupiae, e Roca e i megaliti e molta altra storia, compresa quella dei fossili di chi era qui prima di noi, della grotta dei Cervi, avrebbero potuto essere rappresentate nel MUST, con un percorso che parte dalla notte dei tempi, quando l’uomo non c’era ancora, fino a oggi, passando per le pitture rupestri, le culture delle grandi pietre, fino al barocco e alla taranta. Coniugando arte e scienza. Perché il bello è che Lecce ha tutte queste cose.

E ci hanno rimproverato di non averle valorizzate.

La capitale della cultura non può essere una città come Firenze, o come Venezia. Lo può essere, e lo è stata, una città dall’antichissima storia ma che necessita di essere rivitalizzata culturalmente, come lo era la mia Genova. Dopo esser stata capitale della cultura è entrata nel patrimonio UNESCO, e ha notevolmente migliorato il suo “modo di presentarsi”. Non è ancora uscita dalla crisi, ma la strada è tracciata. Ha inventato il Festival della Scienza, riempiendo una nicchia lasciata vuota dall’offerta culturale nazionale (dove la cultura è solo umanistica) e ogni anno trova occasioni per crescere. Il Salento cresce, su questo non ci sono dubbi. Ma con molte contraddizioni. Con le feste di migliaia di persone sulle spiagge bombardate dagli altoparlanti e obnubilate dall’alcol dei refill, alle fiere di plastica, alle manifestazioni di alto livello, come Cortili Aperti. Un embrione in via di sviluppo, e non si sa se diventerà un mostro o qualcosa da ammirare. Io concordo con chi dice che i politici sono il meglio di quello che una comunità ha da offrire. Non possiamo biasimare loro. Se il loro disegno ha fallito (e mi pare che il fallimento sia certificato) significa che, nel suo complesso, il territorio ha fallito. Niente di male. Sono lezioni che servono a maturare. Gli errori servono a crescere, l’importante è capire di averli fatti e l’importante è di non cercare di dare sempre la colpa agli altri. Abbiamo fallito. Non Perrone e Berg, ma tutto il Salento. Bisogna cambiare strategia.

Quanto ai cambiamenti, sono andato a sentire Dario Stéfano al Tiziano, venerdì. Lo dico subito: voterò per lui (sperando che questa dichiarazione di voto non lo danneggi). Però non mi è piaciuto quando ha detto che l’acciaio è stato imposto dall’alto a questa terra, che l’acciaio è venuto da fuori. Io so una storia diversa. Io so che nel primo dopoguerra i rappresentanti di Brindisi, Lecce e Taranto furono chiamati a Roma e fu loro chiesto: cosa volete per risollevarvi? Brindisi e Taranto chiesero le industrie, e furono accontentate. Lecce chiese l’Università. O meglio: il Salento chiese l’Università. Perché furono i poppeti a chiederla, quelli che non potevano permettersi di mandare i figli al nord, per costruirsi una cultura. Non diamo sempre la colpa agli altri. Quella strada verso la Cultura non è ancora finita. E non ci sono dubbi che sia l’Università la fabbrica della Cultura. Lo è dovunque nel mondo, ed è strano che non lo sia qui. Forse se fossi stato ascoltato avremmo fatto una figura ancora peggiore, però posso dire che ho parlato un’ora con Berg. Gli ho esposto le mie idee. E poi è finita lì. So che ad altri colleghi è successa la stessa cosa. Non ci sono garanzie che gli “scartati” avrebbero fatto meglio dei “prescelti”, e quindi non posso dice: se mi aveste dato retta! Il fatto è che quelli a cui è stato dato retta hanno fallito. Forse bisognerebbe ricominciare a cercare, a guardarsi attorno, per capire quale cultura vogliamo promuovere. Sono certo che esistono “altre idee” (qualcuna ce l’ho persino io), e che sarebbe bene smettere di battere strade fallimentari. Che ne facciamo del MUST? Chi andrà a gestire l’Apollo? Ci sarà una gara aperta a tutti? Ma non per fare una torre in mezzo al nulla di Torre Chianca. Ce ne sono abbastanza, e sono quasi tutte in abbandono.


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