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NOTERELLANDO... Costume e malcostume 4. La nuova Agorà (nel bene e nel male) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Domenica 30 Novembre 2014 08:42

["Il Galatino" anno XLVII, n. 17 del 31 ottobre 2014, p. 3]

 

Fra le tante memorabili abitudini, ho ereditato da mio padre anche il piacere di fare la spesa.  Da bambino mi trovavo spesso ad accompagnarlo alla Chiazza Cuperta o in qualche fornito negozio di Alimentari come quello di Carlo Congedo (l’inventore del rinomato Anice delizioso) oppure a lu Rèpule o dentro la macelleria de lu Patutu o, infine, a lu Donatei, di fronte al Teatro Tartaro, per la frutta e verdura, e per i giornali illustrati...

Al commerciante i giornali servivano per avvolgervi la merce venduta. A mio padre, per regalarmeli. Li comprava ‘a chili’: due, tre, anche cinque chili per volta. Erano le rese dei più diffusi settimanali dell’epoca – da La Tribuna illustrata a Tempo a Sorrisi e Canzoni – e io, scolaretto di terza o quarta o quinta elementare, a casa li spulciavo e leggevo avidamente, guardando incuriosito foto e illustrazioni, e soprattutto divertendomi con le “cartoline del pubblico” (barzellette, storielle o vignette umoristiche, inviate dagli stessi lettori), che la popolarissima Domenica del Corriere pubblicava in penultima pagina.

Papà – che tutti chiamavano Don Pietru – salutava sempre con un sorriso, e accompagnava spesso le sue richieste con battute di spirito, briose e fulminanti. Accadeva così che, da una bottega all’altra, si svolgesse una specie di rappresentazione teatrale improvvisata, dove gli attori, sempre simpatici, erano perfettamente calati nella propria parte. Compreso l’Armandu de lu Barra de le Rose, col quale prendevano vita duetti esilaranti sulle vicende calcistiche della Pro Italia, all’epoca allenata da mio zio, Nino Mele.

Divagazioni sentimentali, alle quali – perdonate – spesso non so resistere. E che tuttavia credo siano utili a meglio introdurre certi argomenti, come quello di oggi, che un po’ si rifà alla piazza, la nostra chiazza di una volta, l’antica agorà greca, eletta quasi a luogo sacro, col ruolo comunque di “cuore” della città. E della vita.

Oggi la nuova Agorà (nel bene e nel male) è il Supermercato, e ancor più il Centro Commerciale. Si va al Centro Commerciale non tanto per comprare qualcosa ma per stare in mezzo alla gente, per incontrare persone che non conosceremo mai, e che a loro volta si sentono parte attiva di questo convulso ed eccitante ‘movimento’, in un’atmosfera di animazione a suo modo festosa, ma anche un po’ caciarona, e non di rado sgarbata.

Nel comportamento della ‘folla di piazza’, le differenze fra ieri e oggi sono diverse e  molteplici. Pur nel disordine congenito del ‘mercato’, il comportamento del popolo di una volta – per quanto in maggioranza umile e contadino, e solo in parte imborghesito – era di certo assai più ‘responsabile’, adoperando d’istinto le buone maniere, e con un rispetto diffuso, che tratteneva le sregolatezze e gli eccessi oggi diventati di gran moda. Eccessi che vanno: a) dal parcheggio dell’auto in doppia fila; b) al disfarsi del volantino delle offerte speciali o del bustone vuoto delle patatine, gettandoli regolarmente per terra; c) all’uso abnorme della comunicazione elettronica supersofisticata, blaterando con voce altisonante, e con grasse estrinsecazioni; d) al pestarti un piede senza neppure chiederti scusa (ed anzi guardandoti in cagnesco con un’espressione che sembra dire: “Ma ti vuoi levare dalle scatole?!”)... E via discorrendo, a vostro piacere.

Se poi t’infili in un supermercato, sperando di trovarvi un minimo di rilassatezza, alla ricerca del pezzo e del prezzo migliori, superate le varie file, code, assembramenti e adunanze per gli immancabili assaggini gratuiti al banco-gastronomia, ecco, infine che ci si ritrova al fatidico reparto “Frutta & Verdura”.

Probabilmente, a lu Donatei, quando ci andavo con mio padre, sessanta e più anni fa, le condizioni igieniche della compravendita di frutta e verdura erano decisamente migliori. È vero che le rape o le arance o i peperoni venivano avvolti e venduti dentro carta di giornale (un derivato del petrolio, tanto quanto le famigerate buste o sacchetti di plastica di oggi), ma la frutta e la verdura, a lu Donatei, non la potevi neanche sfiorare, né scegliere, né tampoco “mmustunisciare” con le mani: te la dava lui, e solo lui, avendo – prodigiosamente – le mani del tutto “verdurizzate”...

Dice: ma oggi ci sono i guanti, e per di più biodegradabili. Appunto! Ma chi li usa, i guanti? Fateci caso. Solo pochissimi. Eppure, ritengo che usarli sia una gran libertà, oltre che una prova di civiltà semplicissima.

Ora – senza voler fare lu sufisticu e senza voler apparire un igienista estremo (li ho anch’io, i miei difettucci...) – è accaduto, un giorno, che al reparto frutta e verdura del supermercato di mia abituale frequenza, ho preso un guanto e l’ho offerto, con un sorriso il più premuroso e garbato possibile, ad una signora che, con le mani mobilissime (sembrava che ne avesse più della dea Visnù!), stava letteralmente rovistando da sopra a sotto un cumulo di pesche, tastandole, scostandole, voltandole, ripalpandole, annusandole, sballottolandole e ritoccandole, senza peraltro decidersi a sceglierne una!

Quando la signora mi ha finalmente notato, con quel guanto proteso verso di lei, e ne ha compreso benissimo il motivo, ha guardato il guanto, ha guardato me, e mi ha detto, seria: «No, grazie. Sono allergica alla plastica». Proseguendo candida nei suoi giocondi palpeggiamenti.

Così va – talune volte – il mondo.

 


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