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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home I mille racconti I mille racconti FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 39. Le impronte conosciute
FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 39. Le impronte conosciute PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 07 Dicembre 2014 09:43

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Il nonno di Nikita faceva il giardiniere in un kolchoz, così nell'Unione Sovietica venivano chiamati gli insediamenti delle cooperative agricole. Nel tempo libero al nonno piaceva andare a caccia. Era un bravo cacciatore. Conosceva tutti i segreti del bosco. Successe una volta che il nonno stava facendo vedere al nipote le varie impronte degli animali che si possono incontrare nel bosco. Nell'indicarle, diceva: «Finché vivi, impara, scova la radice di ogni cosa. Nessun sapere può nuocere ad un uomo.»

Nikita ascoltava e intanto dentro di sé pensava: «Tutti i vecchi sono uguali, adorano fare prediche ai ragazzi. A che mi serve conoscere le impronte degli animali, se voglio diventare un macchinista di treni?»

Nikita non pensava a nient'altro all'infuori dei treni. Cercava di conoscere ogni vite, ogni piccolo dettaglio su una locomotiva elettrica e di scoprirne la funzione. Andava spesso in una stazione, piuttosto lontana dal villaggio in cui abitava, per vedere i treni e spesso lo seguivano anche altri ragazzini.

Un giorno, agli inizi dell'inverno, tornando dalla stazione nel suo villaggio, i ragazzi decisero di non camminare lungo la strada battuta, come facevano sempre, ma di prendere una scorciatoia attraverso il bosco. Era molto più vicino e più divertente. Era bello correre sulla prima neve. Sopra la neve fresca c'era un'infinità di impronte. Di chi fossero le impronte i ragazzi non lo sapevano, ma le seguivano, correvano, non si sa mai, forse avrebbero potuto vedere una volpe o un capretto selvaggio. Non sarebbe stato niente male vedere anche una lepre. Correvano, seguivano le impronte, senza prestare attenzione dove andavano. Ad un certo punto si accorsero che si erano persi nel fitto del bosco. I ragazzi si spaventarono. Qualcuno si mise persino a piagnucolare.

«La colpa è tua Nikita, con i tuoi treni... Come facciamo adesso ad uscire dal bosco, se tutti i sentieri sono stati coperti dalla neve?»

Nikita taceva, non cercava di giustificarsi. Pensava soltanto a come portare i ragazzi sulla strada. Si mise a gridare per richiamare l'attenzione di qualcuno. Ma chi lo poteva sentire nel fitto di un desolato bosco invernale? Nessuno!»

All'improvviso Nikita vide delle impronte conosciute. Di tutte le impronte che gli aveva mostrato il nonno, si ricordava soltanto di queste.

«Urrà, ragazzi!» – gridò Nikita. «Seguitemi.»

Camminarono a lungo i ragazzi, seguendo le impronte e si imbatterono in un'abitazione. La casetta del guardaboschi. Da lì sino al villaggio c'era una strada battuta. Non ci si poteva più perdere, neppure di notte.

«Quali impronte ti sono servite per farci uscire dal bosco?» – domandarono i ragazzi a Nikita.

«Le impronte del cane» – rispose. «Le impronte di un cane portano sempre verso l'abitazione di qualcuno. Per quanto un cane corra per il bosco – poi torna verso la sua casa, sicuramente. E' così che mi ha spiegato il mio nonno.»

Nikita tornò a casa stanco, ma felice. E poi, trovando il momento opportuno, abbracciò il nonno e si mise a sussurrargli qualcosa all'orecchio. Sicuramente diceva «grazie» al suo caro nonno.


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