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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Scritto da Francesco Pasca   
Sabato 13 Dicembre 2014 18:53

“o forse quel niente è la distanza/che divide il tuo dal mio tempo …”

 

Non credo nelle differenze fra un testo ed un altro per chi legge di emozioni, di silenzio, di poesia e si vogliono vedere unicamente gli intenti.

Il filo, il proprio, di Maria Rita Bozzetti, conduce sempre nell’utile psichico di un verso e, se nel differente, il senso sarà per l’altro, chi legge, scrivere in un discorrere sereno di quel verso.

È indispensabile sempre il ricordare o quel che si è già letto in un testo precedente. Ciò conferma il divenire dell’“utile” per comprenderne ancor più la scrittura che veste abiti per l’intransigente ed esplora i fondali di quel che l’abito nasconde.

Nel sottotitolo ho voluto sottolineare quest’aspetto, ricondurre a quanto già scritto dalla poetessa nel 2007 per “i dintorni della tua memoria” in Pensieri ispirati da Nicola G. De Donno in vita e dopo la Sua morte. (Ed. Ibiskos Ulivieri)

Quel pretesto l’ho preso da pag. 39 e per un titolo da me ritenuto fondamentale per l’autrice. In quei due primi versi c’è Fede.

Ecco dunque il verso ricondotto, quell’andare più teso, lo scoprire il così come descritto in prefazione da Dante Maffia per l’andar, per racconto.

Ho letto con piacere tutti i testi che mi ha donato M.R. in occasione di un parlare di Arte fra laico e cristiano, fra l’astratto|informale e l’estremamente visibile di un figurativo.

La sua Fede l’ho ritrovata allora nel mio astratto commentato.

Nello specifico, oggi, voglio scrivere del suo ancora appena da me accennato secondo racconto, quello scritto di necessità al successivo, alla Monade arroccata.

La Bozzetti l’ho intravista dapprima poco fluida, non predisposta a lasciarsi andare al femminile. Nel caratterizzare i primi due personaggi, infatti, mi è apparsa sì sensibile e accomodante ma solo nei confronti del personaggio femminile, di Eli, mentre di Carlo ha voluto più un farne una spalla di pura necessità, azzardo, quasi un castigo.

La scelta dell’incominciare a scrivere del racconto cade su Eli ed (È) da subito il personaggio affrontato nell’immediato e, da fine scrittrice, deve dare a chi legge di lei il carattere forte della donna in carriera, dell’ugual “ghigno” di rivalsa che le deve far apparire, disegnare sul volto, un interessante ritratto psicologico.

Poi m’accorgo, ho veduto come l’aver pensato e ripensato da parte di M.R. e, sebbene nel distacco altalenante dal suo reale, come descritto, lentamente si smorza, si disconnette, si rilassa.

Cambia registro e Carlo diventa il suo razionale e lo colloca unicamente per un narrare e per un altro disporre.

Questi i due personaggi entrambi disegnati al maschile, per forza e per carattere, ma uno scappa l’altro insegue, in sintesi, per scene e per scelte che diverranno e sono del Senza potere in Edizioni Lepisma.

Nel racconto i termini come convinzione, vocazione, ipocrisia sono accompagnati da presupposto, abbandono, consuetudine. Il comune ch’è l’uguale e che sta intorno con altri personaggi viene immediatamente identificato ed ha nomi, i nostri nomi che si dibattono in identità differenti che anelano nel ritrovarsi non nel separato bensì nel profondamente narrativo e quotidiano.

Alberto è il nuovo (da pag.26) e diventa il gomitolo risolutore del racconto, da svolgere lentamente da fatto principale e per costruire quel disporre già accennato ch’è l’indispensabile importante, l’immedesimazione di una scrittura da far parlare e conoscere.

L’aereo diventa metafora di abbandono, una carezza che l’Alberto avrebbe voluto fare sulla mano di Eli (pag.46) M’è sembrato di ravvedere un sottilissimo rimpianto da far covare con rassegnazione e da demandare ad altro ancora.

Il senza potere diventa spettro di “un fuori tempo”. Come in tutti i senza potere nascono anche per l’alibi. Il significato di fede anche se pronunciato da Shakespeare: “non è mai tanto buio come prima dell’alba” (pag.72) apre i nuovi orizzonti.

Il personaggio, Giovanna, sorella di Alberto, diventerà coscienza e anima, quello da scoprire con la lettura.

Un racconto fortemente trattato nello psicologico, che mi ha preso e lasciato nel bene e che riprendo come incominciato.

Rileggo i versi di: i dintorni della tua memoria. (pag.31)

Dopo di te/le parole dal cuore/con taglio netto si dividono/ […] in spazio riconciliato/con libera speranza di sognarti.

 

 


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