Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Programma di Dicembre 2019
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Programma di Novembre 2019
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home Necrologi e ricordi Necrologi e Ricordi Il mio professore, Salvatore Pizzileo
Il mio professore, Salvatore Pizzileo PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Sabato 20 Dicembre 2014 08:17

[ “Presenza Taurisanese”, dicembre 2014]

 

Era un giorno d’inverno di fine anni Ottanta. Frequentavo il quarto anno al Liceo Classico Dante Alighieri di Casarano. Ero uno studente diligente ma esuberante, poco disciplinato. Durante l’ora di matematica l’avevo fatta grossa. Approfittando di una momentanea assenza della docente (la professoressa Rosanna Rizzo, Dio l’abbia in gloria) mi ero affacciato alla finestra rivolgendo troppo colorite espressioni all’indirizzo del professore di educazione fisica che faceva lezione nello spiazzo esterno dell’istituto. Risultato: i due docenti coalizzati contro di me e fermi nel proposito di chiedere la mia espulsione dalla scuola. Convocato d’urgenza il collegio docenti per decidere la mia sospensione. Era un freddo giorno di tardo inverno di fine anni Ottanta ed io attendevo di essere convocato in presidenza per conoscere la mia sorte. Passarono le ore e non giunse alcuna chiamata. Durante l’ultima lezione, il docente di chimica (professor Nello Martina) con la sua consueta aria un po’ sorniona mi informò: “Vincenti, l’hai fatta franca ieri sera. Ringrazia il professore Pizzileo che ha interceduto per te. Altrimenti saresti stato sospeso!”. Il professore Pizzileo era stato in classe alcune ore prima ma nessuna accenno aveva fatto alla incresciosa situazione. Non me ne meravigliai. Ché (quanto amava il docente di italiano questa congiunzione che rafforzava nella lettura acconciando all’uopo il tono della voce ), ché, appunto, con Pizzileo non potevi mai sapere. Sapeva ingigantire con la sua enfasi  fatti minimi, dettagli trascurabili, e di contro passar sopra ad eventi capitali (che almeno a me sembravano tali) liquidandoli con un motteggio, una esclamazione, una interiezione, declassandoli ad inezie. Non lo ringraziai mai comunque, non ne trovai il modo, l’occasione. Però qualche mattina dopo, facendo un rapido accenno alla letteratura picaresca del Cinquecento, egli appoggiando una mano sulla mia spalla e facendovi pressione come a dire “attenzione, ascolta bene!”, osservò:  “i picari erano giovani esuberanti, certo colti, ma un po’ goliardi, proprio come il nostro Vincenti” (io in realtà, se mi sentivo poco Rolando, non mi sentivo però nemmeno Lazzarillo de Tormes).  Ecco, quella definizione di letteratura picaresca mi sarebbe rimasta incollata addosso e, per le vie misteriose del destino, sarebbe stata ripresa a distanza di tanti anni da Gigi Montonato nel recensire un mio libro.

Salvatore Pizzileo era un docente di quelli che lasciano il segno. Intere generazioni di studenti che hanno frequentato il Liceo Classico di Casarano ne serbano grato ricordo. Fuori dallo stereotipo impersonato dal famoso prof. Keating de “L’attimo fuggente”, al di fuori del sentimentalismo da libro Cuore, da ogni facile retorica, consunto luogo comune (a cui, diciamolo, si presta molto il mondo della scuola e in particolare il ruolo del docente), è davvero impossibile dimenticarlo. Istrione, lunatico, bizzarro, imperscrutabile, sulfureo, contraddittorio. Ma determinante nella formazione di tanti giovani che con lui hanno iniziato ad amare la letteratura italiana. Una figura fondamentale. Rimasta tale, per molti, anche dopo la fine degli studi. Un punto di riferimento. E quanto c’è bisogno oggi di avere dei punti di riferimento. Ché navighiamo a vista nel mare magnum della superficialità, della confusione dei ruoli, del pressappochismo, nel magma informe di questa società liquida (per dirla con Zygmunt Bauman) in cui viviamo. E nella società dell’apparire, del culto della forma, torna prezioso l’esempio di Pizzileo, il suo sommo disprezzo per l’apparire, l’esteriorità, per quei simboli frivoli della società dei consumi. Lui era tutta sostanza e niente forma a cominciare dall’abbigliamento (come dimenticare la sua ricerca di un abito quattro stagioni, double face,  che gli evitasse, diceva, anche il fastidio di dover cambiare periodicamente d’abito).

Leggendo i messaggi sulla sua pagina fb e ascoltando le testimonianze di tanti suoi ex allievi, mi sono reso conto di come egli sia davvero per tanti faro illuminante, come egli possa rientrare nella categoria che Edmondo Berselli ha felicemente definito dei “venerati maestri”: in realtà la definizione è di Alberto Arbasino il quale sosteneva che la vita di uno scrittore in Italia si svolgeva in tre fasi successive: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro. Oggi non è più così, ma il panorama attuale annovera comunque tantissime brillanti promesse, tantissimi soliti stronzi, ma mancano, o sono pochissimi, i venerati maestri.

Ora, per volere della moglie, è stato stampato il libro “Racconti brevi”, curato da Ilaria Spiri che ne scrive la Presentazione. “Gravia Levia” intitola questa raccolta lo stesso Pizzileo (mutuandone il titolo da un’opera di Giosuè Carducci, solo invertendo l’ordine dei sostantivi), il quale diede mandato alla famiglia di pubblicare questi scritti solo dopo la propria morte. Si tratta di una serie di episodi, comici e tragici, tratti dalla vita del docente, dalla sua quotidianità, scritti sia in terza che in prima persona, spezzoni, tranches de vie, avvenimenti anche importanti ma trattati con leggerezza, con brio, un po’ strizzando l’occhio al lettore che gli avrebbe letti; situazioni paradossali, riflessioni amare, citazioni dei suoi autori preferiti, a metà fra il serio e il faceto,  l’impegnato e il divertito, sorretti da una ironia  bonaria e a volte un po’ guascona. C’è un bellissimo passo del Purgatorio di Dante che viene riportato nel libro da Pizzileo: “Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte”, e che è diventato poi il suo epitaffio. Il libro è stato presentato in una bellissima ed emozionate serata, organizzata dall'Associazione Culturale V.Bachelet di Taviano in collaborazione con la Città di Racale e dedicata al ricordo del Professore Pizzileo, l’8 novembre 2014, nella sala consiliare del Comune di Racale. Insieme alla vedova, Signora Filomena, alla professoressa ed ex allieva di Pizzileo  Ilaria Spiri, al professore Ezio Pasca,  a lungo docente di latino e greco presso il Liceo Classico di Casarano, hanno portato la propria testimonianza tanti ex allievi del compianto “Totò”Pizzileo, a cominciare dal Sindaco di Racale Donato Metallo. Un’occasione quasi unica di incontro, a distanza di molti anni, per ex docenti e alunni del glorioso Liceo casaranese nel segno dell’indimenticabile insegnante. Il libro ci fa entrare nella dimensione umana dell’autore,  negli aspetti del suo carattere schivo, quasi ritroso, del suo innato pessimismo e del suo ateismo, o al più agnosticismo, in fatto di religione.

Dopo essermi congedato dal Liceo, non andai mai a trovarlo e di questo mi rammarico. Non mi sentivo a posto, avevo paura di deluderlo per via del mio irregolare percorso universitario (avevo mollato Giurisprudenza anche se mi sarei poi riscritto e laureato in Lettere diversi anni dopo). Avevo paura di compromettere con le mie rivelazioni quel meraviglioso rapporto che si era istituito a scuola fra docente e allievo. Quando appresi della sua morte rimasi irretito.  Per anni meditavo di andarlo a trovare nella sua casa di Alliste e delle volte, pochi mesi prima che morisse, ero arrivato fin lì, seguendo quelle voci di dentro (per dirla con Eduardo) che spesso ci parlano, ma poi, davanti alla porta, mi ero bloccato e non ero riuscito ad entrare. Così la sua morte mi lasciò un vuoto incolmabile dentro. Volli andare a trovare la vedova, signora Filomena,  alla ricerca di qualcosa di lui, quasi per riappropriarmi di un passato che non avevo mai perduto, che mi era sempre restato dentro, ma ancora indugiavo istupidito davanti alla porta. Quando finalmente trovai il coraggio di entrare e incontrare la moglie, ella mi disse che il mio cognome era uno di quelli che ricorrevano più spesso nelle narrazioni del marito durante gli anni di servizio. Ne rimasi scosso, profondamente. Ho pensato allora agli anni persi, a tutte le occasioni che avrei avuto di andarlo a trovare, di arricchirmi tanto di più attraverso la sua frequentazione, ma che avevo sprecato. Ho pensato che ora non c’è più modo di riparare. Ma così è la vita. Ché (ancora un altro ché) bisogna ascoltarle, le voci di dentro…

 

 

 


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