Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
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Economia della natura? PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 23 Gennaio 2011 10:13

Le leggi dell’economia. La nostra vita è regolata da leggi accettate da tutti. Le leggi dell’economia, appunto. La più importante, e la più universalmente riconosciuta, è la legge della domanda e dell’offerta. Il prezzo di un bene viene deciso dalla volontà di pagare di chi lo desidera. Io posso dire che il mio gatto vale un milione di euro, ma se nessuno ha volontà di pagare quella cifra, il mio gatto non li vale davvero. Li vale se arriva il matto che se lo compra per quella cifra. Magari cento anni fa sarebbe stato impensabile pagare milioni per un tipo che prende a calci una palla. Prima degli anni sessanta, le indossatrici erano belle ragazze pagate quattro soldi che sbarcavano il lunario indossando abiti che non potevano acquistare per farli vedere a vecchie signore che non avevano voglia di provarli. Poi, all’improvviso, le modelle hanno acquistato un valore altissimo, perché qualcuno ha voluto QUELLA modella e, per averla, ha pagato moltissimo. E si è visto che se l’abito era portato da QUELLA modella, si vendeva molto di più. Si è venduta l’immagine. Qualcosa di immateriale che, prima, non era considerata molto vendibile.

Perché ci sia economia, quindi, ci vuole qualcuno che compri e qualcuno che venda. Ci può anche essere il baratto, ma avviene ad altissimi livelli. Io ti dò il mio calciatore che vale cento milioni di euro e tu in cambio me ne dai uno che ne vale 98, e io pago la differenza. Ma il mare quanto costa? O una specie che si estingue? C’è qualcuno che paga per avere queste cose? Come le inseriamo nel bilancio?

Un’altra pratica dell’economia è l’analisi costi benefici. Se il budget è limitato (e i budget sono sempre limitati), e si devono fare delle scelte, come facciamo a decidere cosa fare e cosa non fare? Analizziamo i benefici attesi, e li confrontiamo con i costi presunti, e scegliamo in modo da ottimizzare le entrate rispetto alle uscite. Per avere il massimo risultato con il minimo sforzo. Sembra facile. Ma è facile! A patto che le variabili contenute nell’analisi siano tenute in debito conto.

Per capire, possiamo fare un’analisi a posteriori dei benefici di un’impresa e dei costi sostenuti. Un caso a caso: l’acciaieria di Taranto. I costi sono gli impianti, le materie prime, l’energia per far funzionare gli impianti, i costi del personale, le assicurazioni, i trasporti e altre voci del genere. I benefici sono diretti (il prezzo di vendita dell’acciaio prodotto) ma ve ne sono anche moltissimi indiretti. Per esempio l’indotto, e la ricaduta occupazionale che migliora il tenore di vita (in termini di capacità di spesa) degli impiegati. Si possono monetizzare tutte queste voci e si può calcolare il vantaggio ad aver fatto l’acciaieria. In questi termini, molto probabilmente il vantaggio c’è. Tanto che, se i vantaggi che rivengono direttamente all’impresa (il ricavato delle vendite dell’acciaio) non pagano i costi sostenuti per la produzione, magari interviene lo stato che, in effetti, è avvantaggiato dal beneficio della piena occupazione. Per non parlare dell’indotto.

Fino ad ora ha funzionato così. Ma quanto vale l’ambiente su cui è stata costruita l’acciaieria? Mar Grande e Mar Piccolo di Taranto erano due tesori ambientali, un ambiente unico al mondo, sia dal punto di vista ecologico sia da quello paesaggistico. L’impianto della maggiore acciaieria d’Europa non ha certo giovato a quell’ambiente. Si può monetizzare questa perdita? Si può inserire nell’analisi costi benefici? Non è facilissimo perché, oltre al suo valore intrinseco, si potrebbe pensare a quanto si sarebbe potuto guadagnare con il suo sfruttamento turistico. Avrebbe potuto diventare una Costa Smeralda, oppure no. E nessuno lo può dire. Gli abitanti di Taranto hanno tra i più alti tassi di tumori all’apparato respiratorio del mondo. Del mondo! Prima non li avevano. Poi è arrivata l’acciaieria e ora li hanno. Quanto valgono i polmoni dei Tarantini? Ora che ci sono le cause collettive, con un buon avvocato, potrebbero, tutti assieme, valere molto di più dei soldi ricavati dalla vendita dell’acciaio. Ma poi, pensateci bene, ci sono soldi che valgono i vostri polmoni? Pensateci meglio: ci sono soldi che valgono i polmoni dei vostri figli? Perché un padre, per dar da mangiare ai figli, potrebbe anche decidere che i suoi polmoni valgono il benessere dei suoi figli. Ma nessuna persona normale è disposta a barattare la vita dei propri figli per una somma di danaro. Forse qualche disperato li venderebbe a qualche ricco sterile, ma lo potrebbe fare sapendo che la vita di quei bimbi migliorerebbe. Ma qualcuno baratterebbe la vita dei suoi figli per del denaro? Magari come donatori di organi? E come lo valuteremmo, eticamente, questo venditore di bambini se davvero esistesse?

Ci sono cose che i soldi non possono comprare. Non ci sono benefici che valgono questi costi. Una legge della politica, soprattutto in guerra, può essere quella del male minore. Muoiono mille persone, ma la loro morte ne salva centomila. Se i tuoi figli non sono tra quelle mille persone, magari puoi anche decidere che ne vale la pena. Il martire può decidere che valga la pena di immolare la propria vita per salvare le vite di altri, ma l’altruismo ha un limite.

Come hanno risolto questi problemi gli economisti? Con una pratica semplicissima: l’esternalizzazione. I costi ambientali, i costi sociali, sanitari, etc. sono tenuti all’esterno del bilancio. Non ci sono. Ovviamente i costi in danaro li paga lo stato. La cura dei malati, il risanamento degli ambienti. Può succedere che qualche impresa sia chiamata a pagare per i danni che ha provocato, ma è molto difficile. A volte è addirittura difficile provare che i mali siano stati davvero provocati da quell’azienda. Le aziende, poi, hanno ottimi avvocati. E poi, se tutto va in malora, rimane il ricatto occupazionale: allora licenzio tutti! E se si fanno leggi troppo stringenti, l’economia ha inventato un’altra pratica magica: la delocalizzazione. Porto gli impianti in stati in cui le leggi sono meno restrittive, dove si può inquinare impunemente, dove la salute dei lavoratori e degli abitanti non vale proprio nulla, e dove non c’è possibilità che qualcuno ti faccia causa, anche perché, magari, è facile pagare i politici locali. E quindi: tu, stato, mi fai leggi troppo restrittive? E io porto la mia fabbrichetta dove queste leggi non ci sono. La fabbrica chimica più pericolosa del mondo è stata trasferita a Bophal.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’economia mondiale è in crisi ma, ancora peggio, sono gli ecosistemi planetari ad essere in crisi. La globalizzazione non è solo quella delle economie, la globalizzazione è prima di tutto ecologica. Il DDT è stato trovato nel grasso dei pinguini del polo sud e negli orsi bianchi del polo nord. Il DDT non è stato impiegato nè al polo sud nè al polo nord. Non ci sono confini per la contaminazione e la distruzione del pianeta. Dopo un po’, quindi, il sistema tende a collassare.

Allora poniamo una domanda semplice semplice. L’uomo fa parte della natura o ne è al di fuori? Non si capisce? Semplifico. L’uomo può vivere senza il resto della natura? Solo un disturbato mentale può dire sì. L’uomo fa parte della natura, e non può vivere senza di essa. Un’altra domanda è: quanta natura può distruggere l’uomo prima che la sua sopravvivenza sia messa in pericolo? Una legge dell’economia dice: non ci sono pasti gratuiti. Se disbosco una foresta che ospita migliaia di specie e la trasformo in un campo coltivato con una sola specie (le monocolture) e lo irroro con insetticidi e erbicidi, e poi lo riempio di fertilizzanti, l’ecosistema ne risente? Quell’ecosistema ci fornisce un bene immediato: il grano. Ma quanti servizi ci forniva quell’ecosistema? In termini per esempio di difesa del suolo dall’erosione, di consumo di anidride carbonica e di produzione di ossigeno da parte delle piante, di bellezza del paesaggio, magari persino di animali da cacciare. Comunque, possiamo distruggere un po’ di foreste, ma possiamo pensare di distruggerle tutte? Di trasformare tutti gli ecosistemi naturali in agroecosistemi? Lo stiamo facendo. E ora, dopo aver snaturato praticamente tutti gli ecosistemi terrestri, stiamo facendo lo stesso servizio a quelli marini. Poi non rimarrà più nulla.

E allora ecco un’altra domanda: se le leggi dell’economia sono in contrasto con le leggi della natura, quali leggi devono prevalere? Non potete avere alcun dubbio, qualunque siano le nostre aspettative, prevarranno quelle della natura. Un’altra domandina, facile facile. Gli economisti conoscono le leggi della natura? Risposta: non le conoscono. Hanno teorizzato l’esternalizzazione. Tutt’al più ne considerano qualcuna, ma non si può considerare quel che non si conosce. E poi, se arriva qualcuno che le conosce, e chiede che prevalgano, quel qualcuno è un disfattista, un nemico del progresso. Evidentemente Giovanni Paolo II era un disfattista e un nemico del progresso, visto che un giorno ha detto: la natura si ribellerà. Per non parlare di quell’estremista di Benedetto XVI che ha detto che i reati contro l’ambiente sono reati di terrorismo. E poi ha aperto il 2010 dicendo che se non si salvaguarda l’ambiente, non si salvaguarda la pace. Che esagerato! Gli economisti hanno generato l’aspettativa della crescita. Tutto quel che è positivo deve crescere. Se gli indicatori di quel che riteniamo positivo si fermano e non crescono più, abbiamo la stagnazione. Se poi diminuiscono abbiamo la recessione. La stagflazione fa paura solo a sentirla. Si deve crescere! Ma è possibile la crescita infinita in un sistema finito? Il sistema finito è la natura, la crescita infinita è quella dei nostri sistemi artificiali. Concepiti come se la natura non esistesse, come se non ci fossero costi ambientali. Ci sono! E non sono tutti monetizzabili. Non si può comprare tutto. E alla fine il conto arriva. Ma non in termini monetari. In termini di disastri, di collassi, di catastrofi. Non è che si paga, e i disastri non ci sono. I disastri non sono multe, cha basta pagare e non ci sono conseguenze. La natura si ribella. In mare non ci sono più pesci, e gli oceani si riempiono di meduse. Ve ne siete accorti? Le inondazioni devastano i territori, se piove. Ma poi non piove per mesi, e avanza la desertificazione.

Nessun timore per la natura. C’è già passata. Ma chi dominava il pianeta quando sono avvenute queste catastrofi ne è uscito sconfitto. La natura ha continuato. La sconfitta dei vincitori di prima è diventata la vittoria di specie prima marginali. Scompaiono i dinosauri e lasciano spazio a mammiferi e uccelli. Nessun problema. I dinosauri di oggi siamo noi. I dominatori del mondo. Consumiamo le risorse in modo efficientissimo, e le consumiamo fino a quando non ce ne saranno più. Il nostro tasso di consumo è superiore a quello di rinnovamento delle risorse e, nel frattempo, escogitiamo metodi sempre più sofisticati per raschiare il fondo del barile. I pesci che prima si prendevano con una rete da posta, ora richiedono aerei di avvistamento dei banchi, e pescherecci velocissimi, con apparecchiature sofisticate che “vedono” i pesci, li inseguono, li circondano, li prendono tutti. Finchè non restano le meduse, e il peschereccio le tira su e il loro peso lo fa affondare. E’ successo in Giappone.

Possiamo uscirne? Certo che possiamo. C’è l’economia della decrescita. Un economista, persino di sinistra, ha paragonato l’economia della decrescita alla recessione economica attuale, dicendo: eccola la decrescita, vi pare bella? Ora, sarà un grande economista, ma c’è differenza tra un preservativo e un infanticidio, o anche solo la morte per fame di un bambino. Da Malthus in poi, alcuni scienziati, tra cui Darwin, e filosofi, tra cui Marx, hanno detto che non si può crescere all’infinito e che le impennate sono seguite da crolli. Succede lo stesso in natura. Ci sono specie che crescono vertiginosamente e poi crollano, per poi ricrescere nuovamente in altre stagioni favorevoli. Le zanzare, per esempio. Ma ce ne sono altre che crescono, arrivano a un certo livello di abbondanza, e poi si fermano, e restano lì per moltissimo tempo. Le foreste, per esempio, con alberi secolari. Ci sono sistemi con grande dinamicità, forti crescite e forti decrescite, e sistemi stabili. Cosa preferiamo? Preferiamo la crescita (sempre seguita da crolli, perché la crescita infinita non è di questo mondo) o è meglio perseguire la stabilità? Ve lo dico io: biologicamente, la nostra specie tende alla stabilità. Stiamo anche allungando la vita, e di molto. Non c’è bisogno di fare tanti figli. I nuovi nati servono per compensare i morti: crescita zero. Bisogna diminuire di numero e bisogna vivere in armonia con i sistemi ambientali che ci sostengono. Non lo vogliamo fare? Poco male, ci penserà la natura. La natura si ribellerà. Dire queste cose non è né di destra né di sinistra. Si tratta di situazioni oggettive. Sono leggi di natura. La politica non c’entra. Certo, se la destra non le riconosce e la sinistra le riconosce, allora divento di sinistra. E viceversa. Ma l’Unione Sovietica e la Cina, che dovrebbero essere di sinistra, non le riconoscono, e non le riconoscono neppure gli Stati Uniti, allora vien fuori che non sono né di destra né di sinistra, e che il mondo è pieno di teste di c...o.  A parte i papi. Ascoltati solo quando fa comodo. Personalmente, sono agnostico. Anzi no, dato che ho visto uno spirito in Papua Nuova Guinea, e mi ha toccato, sono animista. Avendolo visto e essendo stato toccato, in virtù del mio agnosticismo, non posso che credere a quel che i miei sensi mi hanno fatto percepire. Non credo che i papi siano i latori del verbo divino. Credo che siano buffi personaggi con vestiti molto sgargianti, che vivono in sontuosi edifici, e parlano con una strana cadenza, facendo gesti magici che fanno andare in visibilio folle adoranti. Però se dicono cose in cui mi riconosco, grido a voce alta che sono d’accordo con loro. Anche se altre cose che predicano magari non mi piacciono. Sono strano? O sono strani quelli che, a priori, prendono una posizione per partito preso? Gli evoluzionisti sono di sinistra, e quindi quelli di destra devono essere antievoluzionisti. Tipo il vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Mentre il presidente dell’Accademia Pontificia delle Scienze difende l’evoluzione. Nessun problema, ha ragione l’Accademia Pontificia, anche se io, come servitore civile (si chiamano così gli statali, nei paesi anglosassoni) ho una profonda dedizione verso le strutture del mio stato. E poi, essendo un membro della comunità scientifica, ho grandissimo rispetto per il CNR, il massimo ente di ricerca del nostro paese. Ma se il vicepresidente del CNR dice una stupidaggine, ha detto una stupidaggine, che non è né di destra né di sinistra, è solo una stupidaggine. E invece no, quelli della sua parte politica lo difendono dagli attacchi biechi degli scientisti. E poi si trovano a combattere contro il Vaticano.

La parola Natura non è nella nostra Costituzione. Non fa parte della nostra cultura, non ha dimora nei valori fondanti del nostro Paese. Questa è una stupidaggine. Frutto del momento contingente in cui la Carta è stata redatta, lo so. Gloria ai Padri Costituenti. Ma ora sappiamo che ha un valore assoluto. Non bisogna fare i relativisti, con queste cose. Dobbiamo cambiare la Costituzione. Seguendo il pensiero di Darwin e di Giovanni Paolo II, e anche di Benedetto XVI. Su alcune cose il pensiero di questi grandi potrebbe anche divergere (ma sono proprio poche, perché il Vaticano ha inglobato perfettamente il pensiero evoluzionista e non vi trova contrasto con la dottrina cristiana) ma su questa non hanno dubbi e io, che sono un relativista nato, divento assolutista. Un pasdaran. Un integralista catto-evoluzionista. Se incontro qualcuno che mi parla di leggi di economia e mi dice che comandano sulle leggi della natura divento violento, almeno verbalmente. Queste persone sono nostre nemiche, sono nemiche di loro stesse, dei loro figli e dei loro nipoti. Non hanno la cultura per capire di che stanno parlando, e devono essere rieducate. Non sto parlando di gulag in Siberia. Mi viene in mente Arancia Meccanica, con quel trattamento che prevede la visione di film (in questo caso film che spiegano come funziona un ecosistema) a un soggetto legato e costretto a stare ad occhi aperti, rivolti verso lo schermo. Fino a quando l’ecologia non diventa, anch’essa, parte della loro cultura. E poi di nuovo liberi, per governare la decrescita e perseguire la stabilità, in armonia con la natura.

Forse sono un illuso, forse sto chiedendo troppo. La selezione naturale prevede che se una specie non riesce ad adattarsi si estingue. Noi non stiamo riuscendo ad adattarci a noi stessi e al cambiamento che induciamo nell’ambiente che abitiamo. La natura si ribellerà e la selezione naturale ci spazzerà via. Poi la natura continuerà. Ha continuato quando si sono estinti i trilobiti, e le ammoniti, ha continuato quando si sono estinti i dinosauri, quando si sono estinti i mammuth e i neanderthal. Pensiamo davvero di essere così speciali? E’ un’aspettativa infantile, adolescenziale. Come il folle che guida a fari spenti nella notte e poi si schianta, ma fino a un secondo prima pensava che a lui non può capitare, non a lui. Agli altri sì, ma a lui no, no.... crash!


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