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UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Il valore dei saldi - (5 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 06 Gennaio 2015 09:05

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 5 gennaio 2015]

 

Con il passaggio all’euro i cosiddetti salariati hanno visto trasformare il loro stipendio con un cambio che assegnava all’euro un valore di quasi duemila lire: il valore ufficiale. Chi guadagnava un milione al mese si è ritrovato con meno di cinquecento euro. Altri, però, hanno applicato un cambio a mille lire. Un euro: mille lire. Il caffè passò subito da mille lire a un euro. Ve lo ricordate? E con il caffè anche tutto il resto. I jeans costavano centomila lire? Di punto in bianco sono costati cento euro. Si dice che ci sia stato un grande trasferimento di ricchezza da una parte della popolazione ad un’altra. Chi si stava arricchendo, però, voleva arricchirsi ancora di più. I salari italiani erano ancora troppo alti. Lo abbiamo visto con la storia dei giubbotti di piumino d’oca e l’abbigliamento in genere. Molti capi si facevano in Salento, e molte aziende davano lavoro a moltissime maestranze. Ma costavano troppo. Meglio andare dove un’operaia o un operaio guadagnano centocinquanta euro. Quello è il giusto prezzo del lavoro! Chiudono le fabbriche nel nostro paese, si aprono in paesi dove non ci sono sindacati, leggi che difendono la salute umana, l’ambiente. Chi è ricco diventa sempre più ricco, mentre chi prima poteva vivere in modo decente, una volta perso il lavoro, ora non ce la fa più. Però i ricchi devono pur vendere quel che producono e ora si sorprendono se non c’è più nessuno disposto a pagare mille euro per comprare un giubbotto o una borsa che ne è costati quaranta. Ora ci sono i saldi, e quel giubbotto, quella borsa, ce li propongono a cinquecento euro. Ma le vendite non vanno bene lo stesso. I clienti di ieri erano quelli che lavoravano per produrre quelle merci. Ma ora sono senza lavoro. E gli operai e le operaie che le producono non possono certo pagare quelle cifre, non hanno disponibilità economiche e comunque vivono in altri paesi.

Quel giubbotto, quella borsa, che sono costati quaranta euro alla produzione, dovrebbero essere venduti a centoventi, centosessanta euro (sto triplicando e quadruplicando il costo alla produzione). Esageriamo, decuplichiamo il prezzo alla produzione: quattrocento euro. Invece, a saldo, se tutto va per il meglio, ce li vogliono vendere a cinquecento euro.

Mi spiace, sono troppi. I clienti non se lo possono permettere. Certo, chi si è arricchito con questo sistema può. Ma sono relativamente pochi. L’economia viaggia con i grandi numeri e ora anche loro sono in crisi. E piangono. Come mai nessuno compra più? Ci vuole Einstein per capire che se chiudi le aziende in Italia e le apri all’estero, per risparmiare sulla manodopera, poi non riesci più a vendere in Italia perché le persone che guadagnano sono diminuite? Per un po’ il giochetto dei quaranta euro che diventano mille funziona. Poi arriva il collasso.

Andrà sempre peggio. La strada per ricominciare è una sola. Riportiamo in Italia queste produzioni, diamo il giusto prezzo alle cose che vendiamo. Commisurato a quel che valgono. In economia si dice che il prezzo di qualcosa è determinato dalla volontà di pagare per essa da parte di chi la vuole. Bene, la nostra volontà di pagare è diminuita. Perché non ne abbiamo più la possibilità. Se volete vendere date il giusto prezzo alle cose. Commisurato al loro valore. Al valore del materiale di cui sono fatte, all’abilità di chi le ha fatte, e all’inventiva di chi le ha progettate. E, ovviamente, alle possibilità dei potenziali compratori.

Se il costo della produzione delle merci che troviamo nei negozi è simile a quello documentato in alcune trasmissioni televisive, il giusto prezzo (con il giusto guadagno per chi vende) è quello del saldo al 50%. L’affare, il vero saldo, è quando il prezzo è tagliato del 70%.

Per finire, vi racconto la storia del mio cappotto di Armani. C’erano i saldi in un negozio molto bello, nel centro di Lecce. Eravamo passati all’euro da due o tre anni. Entro e vedo un cappotto che mi piace molto. Guardo l’etichetta e vedo che è Armani. Grazie! Chissà quanto costerà. Guardo e mi pare di vedere 1000. E’ al 50% e quindi sono 500 euro. Sarà stato il 2003 o il 2004. Non avevo bisogno di un cappotto e 500 euro erano ancora troppi, per me. Però… era proprio bello quel cappotto. Torno a vederlo. Leggo meglio il prezzo (questa volta mi metto gli occhiali): era un milione, non mille. Era ancora il prezzo in lire! Allora vado dalla proprietaria e dico: prendo questo cappotto. C’è ancora il prezzo in lire, però. Trasformato in euro, un milione diventa cinquecento euro. La metà sono 250 euro. Giusto? La proprietaria guarda il tagliando, e non è contentissima. Però non c’erano margini di argomentazione, e io sono uscito col mio bel cappotto Armani pagato 250 euro. Si era dimenticata di aggiornare il milione a mille euro! Se lo avesse fatto, col saldo avrei pagato a prezzo pieno un capo dal prezzo raddoppiato.

Non mi piace le città senza negozi, e non mi piace neppure una città piena di negozi di roba dozzinale. Mi piacciono le belle cose. Però non mi piace essere preso in giro da qualche furbetto convinto di fregarmi. Voglio pagare il giusto prezzo. E se compro qualcosa con il nome italiano esigo che sia fatta in Italia.


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