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L’Università che vogliamo - (6 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 06 Gennaio 2015 09:17

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 6 gennaio 2015]

 

L’Università del Salento iniziò la sua storia come strumento di riscatto sociale da parte dei contadini del basso Salento che volevano strappare i loro figli al destino di agricoltori. I più abbienti (per non dire i ricchi), i nobili, i professionisti, non sentivano la mancanza dell’Università: i loro figli si staccavano dalla famiglia dopo ottimi licei e venivano mandati al nord, da Roma in su, per prendere la laurea. L’Università di Lecce, e poi del Salento, partì con corsi di laurea di tipo umanistico, per iniziare i giovani salentini alla professione nobile dell’insegnamento. Poi arrivarono le facoltà scientifiche, anch’esse utilizzate in gran parte per formare insegnanti. Erano tempi in cui i maestri e i professori avevano uno status sociale non indifferente, senz’altro superiore a quello dei contadini. Poi, a furor di popolo, arrivarono Giurisprudenza, Economia e Ingegneria. Con una saturazione del bacino di utenza e i laureati dovettero emigrare al nord, magari temporaneamente, per fare punteggio e poi tornare con un posto di ruolo. Nel frattempo, la professione dell’insegnamento, la più importante di tutte, visto che è grazie ad essa che si passa il testimone culturale alle giovani generazioni, perse importanza e diventò un ripiego. Nonostante le richieste pressanti di una parte della società salentina, ci fu sempre resistenza a istituire una facoltà di Agraria. Sembra quasi che il distacco dalla terra sia stato sancito con la possibilità di accedere all’istruzione superiore, e il ritorno alla terra potrebbe essere percepito, almeno nel subconscio collettivo, come una sconfitta. Ovviamente, almeno per me, si tratterebbe del miglior riscatto sociale: i contadini vedono tornare alla terra i loro figli, non più come braccianti ma come tecnici che danno valore a quel che prima era una condanna biblica: ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Da sede di riscatto sociale, però, l’Università sta giocando da più di un ventennio il ruolo di ammortizzatore sociale. I giovani diplomati non trovano lavoro e, invece che entrare subito nel novero dei disoccupati, per qualche anno sono studenti universitari, magari con borse di studio. Poi “qualche santo ci penserà”. Con questa filosofia, ci ritroviamo con uno studio legale in ogni portone. Sembra che ci siano troppi laureati, e che il “territorio” non riesca ad assorbirli. Certo, si dice che c’è bisogno di agronomi, ma non c’è la volontà di istituire agraria.

Come ho già avuto modo di scrivere, le nuove regole con cui si affidano risorse all’Università ci impongono una scelta che potremmo definire esistenziale. Vogliamo avere un’Università che sia un ammortizzatore sociale che attragga tanti studenti dal territorio circostante? Basta seguire quel che abbiamo fatto sino ad ora. Con rare eccezioni. O vogliamo un’Università che diventi attraente per i giovani di tutto il paese? E se gli snob locali continuano a mandare i figli “al nord” poco importa, basta che i giovani “del nord” vengano qui per avere un’istruzione di alto livello, magari assieme ai giovani locali che sanno scegliere la qualità. Avevamo intrapreso questa seconda strada. Roberto Cingolani, per esempio, aveva fondato qui una scuola di alto livello. Lecce lo aveva eletto cittadino onorario. Ora vi svelo un segreto: Roberto Cingolani se n’è andato qualche anno fa. Ve n’eravate accorti? Posso dire che ho sentito colleghi esprimere soddisfazione per la sua partenza ma, in generale, il fatto che se ne sia andato è stato passato sotto silenzio. Quando Napolitano è venuto a Lecce, è con lui che ha voluto parlare. Era il simbolo del salto di qualità. Da ammortizzatore sociale a propulsore scientifico e culturale. Da Università a vocazione didattica, a Università dove la ricerca diventa la catapulta di didattica di alto livello.

Come ho avuto modo di argomentare nell’ultimo articolo dello scorso anno, la didattica universitaria si basa su solida ricerca scientifica. E’ il prestigio scientifico dei docenti che sostanzia il prestigio dell’Università. L’Università ammortizzatore sociale attira tantissimi studenti dal circondario, se decide di saltare il fosso deve attirare studenti da tutta Italia, e anche dall’estero. Abbiamo anche avuto questa possibilità con l’istituzione dell’ISUFI. Ma tutto questo si realizza solo con una strategia mirata a sviluppare al meglio la ricerca scientifica. Non basta fare il Pastis, o Acquatina, per eccellere scientificamente. Queste esperienze purtroppo si sono rivelate fallimentari perché non è stata promossa l’eccellenza scientifica. Decidere dove vogliamo andare è cruciale per il futuro della nostra Università. Gli studenti liceali più in gamba sanno quel che vogliono, e vogliono il meglio. Se hanno una vocazione, sapete come scelgono dove studiare? Cercano in internet. Scrivono qualche parola chiave che descrive la loro aspirazione, e poi scrivono “università”. E trovano quali siano le Università con i professori più prominenti scientificamente. Gli studenti meno motivati scelgono un’Università solo perché è vicina a casa. Mi direte: ma solo i ricchi si possono permettere il lusso di mandare i loro figli nei posti “migliori”. Giusto. E Lecce può diventare cruciale nel riscatto sociale: è un’ottima città perché viverci costa meno che a Roma, o Milano. Possiamo diventare un propulsore sociale per i giovani eccellenti di tutto il paese, oltre che per i salentini. E abbiamo l’ISUFI per questo. Però i ragazzi non sceglieranno l’Università perché ci sono tanti studenti, e perché tutti superano gli esami al primo tentativo, e tutti si laureano in tempo (i principali criteri con cui si valuta la didattica). Vogliono poter dire: io mi sono laureato con il prof. X. E quell’X deve essere conosciuto, come minimo, in tutta Italia, meglio se in tutto il mondo. E questo si ottiene con eccellente ricerca scientifica. La deriva verso l’ammortizzatore sociale ci porterà ad avere di nuovo tanti studenti, aumenteremo la quantità e diminuiremo la qualità: da Università nazionale internazionale, con professori del calibro di Cingolani, torneremo ad essere un’Università di provincia. Ma è davvero questo quel che vogliamo?


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