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Home I mille racconti I mille racconti Favola e realtà degli Urali 2. Padroni del monte di ferro
Favola e realtà degli Urali 2. Padroni del monte di ferro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 08 Gennaio 2015 21:08

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti


C'era e viveva una volta, in un borgo di Mosca, Mukùla-slittaio. Era un mastro di mestiere assai strano per i paesi caldi, ma laddove l'inverno pieno di neve dura sei–sette mesi all'anno, non lo era, in quanto in quei mesi, in quei freddi paesi, una slitta sostituiva, in tutto e per tutto, una carrozza. Mikùla-slittaio era un vero maestro nel curvare dal legno le slitte. Le curvava con tanta maestria da far rimanere a bocca aperta di meraviglia persino il Grande Zar di tutte le Russie. Lo zar di allora – Pietro Primo – era assai capace di apprezzare le ottime mani lavoratrici, perché anche lui non se ne stava seduto con le braccia conserte a scaldare il trono, ma forgiava e lavorava con la scure. Cuciva e limava. Comprendeva, insomma, che dallo stesso legno si poteva a gran fatica, da mani poco esperte, ricavare al massimo lente slitte poco attraenti per il trasporto della legna, ma si potevano pure creare delle veloci e magnifiche slitte-cigni. Erano proprio dei cigni, per come erano belle, leggere e veloci, le slitte che curvava il mastro-slittaio Mikùla. Perciò lo accolse amorevolmente nel suo cuore lo Zar-falegname, lo Zar-fabbro e lo fece diventare il suo slittaio personale e di tutta la corte.

Mikùla aveva una figlia di nome Aksinja. Era una fanciulla talmente graziosa – un tal cigno di rara bellezza e curve, da far girare e far perdere la testa a un fedele amico e inseparabile ombra dello zar, Saška Menšikov, che per amor di Aksinja perse se stesso. Smagrì in volto. Cominciò a farsi vedere assai spesso al borgo, tanto da far capire a tutti, quali fossero le belle slitte che avrebbe voluto procurarsi da Mikùla.

Mikùla non era affatto contrario. Non sarebbe stato niente male imparentarsi con un compagno inseparabile delle gozzoviglie dello Zar! La figlia, però, la pensava a modo suo. Non voleva un grande “turbine”. Cercava una felicità tranquilla. Non era disposta a credere nell'amore passeggero di Saška birbone.

Aksinja, pur essendo di origini semplici, aveva un carattere testardo da bastare a sette principesse. Era l'unica figlia del padre vedovo che non le rifiutava mai niente e di conseguenza le dava un sacco di libertà. Aksinja sapeva usare benissimo il fucile. Andava a cavallo in modo tale da far impallidir d’invidia perfino i vecchi cavalieri esperti. Quindi, per ciò che riguardava il coronamento d'oro dell'amore – un matrimonio-sposalizio – espresse il suo punto di vista in questi termini: «Deciderò da me, chi sarà un giorno il padre dei miei figlioli!» Tutto qua. Non volle sentir ragioni, mise alla porta e basta, l'innamorato alla follia, Saška Menšikov.

Ma in quei tempi era assai duro cercare di scherzare con un compagno-amico dello zar. Di notte, come una tempesta a ciel sereno, piombarono a casa di Mikùla i pronubi, il primo dei quali era quello più importante, lo zar in persona... Cominciò una tale richiesta di matrimonio... C'era proprio da impiccarsi... Ma come si poteva dire “no” allo zar? In che modo si poteva contraddire la parola dello zar?

In segno dell'intesa raggiunta stavano per stringersi le mani, ma la fidanzata sparì, se ne perse ogni traccia. Cercarono per tutto il podere. Invano.

Risultò essere inutile per Saška cercarla, non trovò mai più la sua bella alba. Bruciò ardente di rosso-fiamma. Si spense.

Passarono giorni, pochi o tanti... Quando in un bosco degli Urali, sul fiume Kušvà, all'eremo degli appartenenti alla setta dei vecchi credenti, apparve un cavaliere in sella ad un destriero, con un giustacuore scarlatto, le braghe color lampone, gli stivali di marocchino, un buon fucile e una lunga treccia bionda da fanciulla.

Gli uomini caduti in disgrazia, appartenenti alla setta dei vecchi credenti, fecero entrare la fuggiasca nell'eremo, assegnandole una casetta dove abitare. Provarono a farla aderire alla loro vecchia fede, mandandole, con questo scopo segreto, dei giovani prestanti aspiranti fidanzati.

Ma Aksinja aveva una fede tutta sua, un occhio fedele appaiato ad un preciso fucile.

Gli uomini appartenenti alla setta dei vecchi credenti avrebbero desiderato far sposare Aksinja con qualcuno dei loro giovanotti, per legarla all'eremo. Tuttavia temevano di forzarla. La fuggiasca sarebbe potuta fuggire nella città di Niznij Tagil, svelare alle autorità la posizione del loro eremo. E ciò li avrebbe potuto portare al pagamento di dazi doppi, o, ancor peggio, a farli assegnare, come lavoratori servili, agli altiforni del magnate del ferro Demidoff, dove avrebbero dovuto spaccarsi la schiena per estrarre dall'Alto Monte il minerale fossile di ferro. Tutte prospettive pessime. Perciò gli abitanti dell'eremo tacevano.

«Lasciamo vivere la ragazza come crede» – decisero tra loro, «tanto non ci reca alcun danno, anzi, porta all'eremo tanti utili!»

Eccome no, certamente. Almeno una trentina di alci da macellare riusciva a portare all'eremo soltanto la caccia autunnale di Aksinja. Per non parlare della quantità enorme di caprioli e di pelli pregiate di animali da pelliccia, che erano sufficienti per vestire tutti gli abitanti dell'eremo, per anni e anni e ancora ne sarebbero rimaste tante. Gli uomini dell'eremo cominciarono a mandare la ricchezza delle pelli preziose a rivenditori segreti per barattarle con pane e sale, per suppellettili e per procurarsi la polvere da sparo.

Smisero di far perdere la pazienza ad Aksinja, mandandole in continuazione dei pronubi. Pensarono che sarebbe arrivato il tempo in cui sarebbe entrata da sola nell'isba di qualcuno o avrebbe fatto entrare un suo ammaliato promesso sposo nella propria casetta. Questo tocca prima o poi a tutti. Alla vita nessuno sfugge.

E non sfuggì.

Arrivò l'ora. Si aprì il cuore di Aksinja.

Buio e fitto era in quei vecchi tempi il nostro bosco degli Urali, tanto buio e fitto da non sembrare di color verde, ma blu scuro-scuro. Era abitato da poca, pochissima gente. Ciononostante poté vantare alcuni incontri.

Successe che Aksinja un giorno, a caccia, rintracciò un grosso, imponente stambecco, da farle togliere il fiato soltanto nel vederlo. Si avvicinò quanto bastava strisciando gattoni. Aderì, come una lince, al suolo. Puntò il fucile, prese la mira. Stava già per sparare, quando lo stambecco cadde da solo, precipitando giù dall'asperità a ruzzoloni.

«Ma che razza di diavoleria è questa?»

Poi Aksinja vide avvicinarsi di corsa un cacciatore. Un uomo della tribù locale dei Mansi. Con un arco in mano. Una vecchia faretra di corteccia di betulla a tracolla. Dentro la faretra, alcune frecce.

Era stato lui a trafiggere così abilmente lo stambecco, riuscendo a portar via la preda ad un altro da sotto il fucile. Aksinja, intransigente, voleva lì per lì mettersi a discutere con lui, però fu lui stesso a portarle lo stambecco. Lo mise ai piedi di Aksinja, sull'erba e posò uno sguardo sul suo volto. Posò lo sguardo e mancò poco che diventasse cieco. Come accecato dal sole. Dovette battere forte le ciglia per ripristinare la vista.

Aksinja pure diede uno sguardo al cacciatore, non russo. Le sembrò assai prestante ed attraente il giovane cacciatore della tribù Mansi dalle sopracciglia nere. Aveva occhi buoni. Castani. Guardavano apertamente. Non sfuggivano, come quelli di Saška Menšikov. Il volto era olivastro scuro, ma era di un bianco smagliante il suo sorriso.

Rimasero per un po' fermi a guardarsi e, senza dirsi una parola, si separarono, presero ognuno la sua strada. Lo stambecco rimase com’era, sull'erba. Non lo prese Aksinja. L'orgoglio non le permise di chinarsi.

Andarono, quindi, ognuno per la sua strada e finì tutto. A cosa servivano mai l'uno all'altra? Ognuno aveva la sua lingua, il suo dialetto, la sua fede. La popolazione dei Mansi aveva degli idoli da venerare e pregare. Dai ceppi di legno scolpivano i loro idoli, con comodità e a buon mercato. Non appena uno degli dei faceva qualche mancanza – non aiutava, diciamo, nella caccia o non riusciva a guarire da qualche malanno -, lo si spaccava con l'ascia e lo si gettava nel fuoco per riscaldarsi. Poi si scolpiva un idolo nuovo, per venerarlo e pregarlo, finché non commetteva un'altra mancanza.

Così vivevano i popoli Mansi. Davvero, anche se tutto questo è stato detto soltanto per arricchire, strada facendo, la narrazione con dei particolari storici. Non c'entra granché con gli avvenimenti di questa favola. Nella favola, invece, l'intera faccenda si svolse nel modo seguente...

Aksinja arrivò nella sua casetta e si dispiacque di non aver detto neanche un grazie al prestante cacciatore Mansi. Era proprio per lei che quel bel giovane aveva abbattuto lo stambecco. Lo aveva portato a lei in dono. Lo aveva messo davanti ai suoi piedi con docilità ed ubbidienza. Aveva fatto a lei un profondo inchino. E adesso... Come puoi incontrarlo per fargli almeno un sorriso di ringraziamento per il regalo di ieri? Il bosco è troppo grande! Il bosco è grande, ma mai abbastanza, e ha sentieri assai stretti, specialmente se qualcuno vorrebbe incontrare qualcun altro...

E, sapete, si incontrarono! Aksinja, in un primo momento, quando lo vide, riconobbe a stento il cacciatore Mansi del giorno prima. Aveva indosso un corto caffettano giallo. Un bel colbacco orlato di zibellino. Eleganti stivali di pelle. Un ottimo fucile sulla spalla.

Ah!

Ma si separarono di nuovo senza scambiarsi una parola. Si parlavano senza parole. Gli occhi, il più delle volte, sono assai più loquaci delle parole. Soprattutto se hanno qualcosa da dire ad altri occhi.

La nostra bellissima Aksinja comprese ogni cosa. Non sarà stato per niente, che il giovane cacciatore si era messo in ghingheri e si era fatto persino un taglio di capelli a caschetto alla russa. All'improvviso, senza accorgersene, anche lei si mise ad agghindarsi e a farsi bella.

Nessuno aveva mai visto Aksinja con un abito femminile, da quando, da fuggiasca, era arrivata nelle terre degli Urali, e ora eccola con abiti della capitale da gran signorina boiarda! Ai vecchi della setta dell'eremo la faccenda non andò tanto a genio, intuirono subito che vento stava tirando. Quando Aksinja si abbellì la testa con una coroncina ricamata di fili d'oro con perle e perline, tipica per una signorina da marito, tutti gli abitanti dell'eremo, della setta dei vecchi credenti, si misero a parlare tra loro sottovoce. Ed ebbero di che parlare e discutere.

Fra tutte le bellezze del mondo, la bellezza femminile è l’autentico coronamento di tutte le bellezze. I guerrieri davanti a questa bellezza si piegano. I vecchi ringiovaniscono. I saggi perdono la testa, rincretiniscono. I babbei diventano più intelligenti. I parolai ammutoliscono.

Non appena la bella Aksinja si incamminò lungo uno stretto sentiero, il bosco di pini le fece largo per farla passare. Gli abeti si fecero da parte. Le giovane betulle le corsero incontro gioiose. Tutti i fiori circondarono la stupenda fanciulla. Gli uccellini canterini si misero a cinguettare tutti per lei in un unico coro.

Il bel Sole sorrise dall'alto del cielo, riconoscendo in lei la sua bella nipote, avviatasi all'incontro con la felicità e l'amore.

Si incontrarono nuovamente quei due. Insieme andarono spalla a spalla. E poi tutto si svolse in modo che, qualsiasi sentiero Aksinja scegliesse per mettersi in cammino, le appariva immancabilmente davanti, come se fosse all'improvviso cresciuto da sotto terra...

Difficilmente saranno ancora vivi quei cedri che furono silenziosi testimoni del loro amore. Da tanto tempo, probabilmente, sono stati bruciati negli altiforni delle fonderie di Kušvà quei vecchi pini che videro e sentirono come lei disse sì alla dichiarazione d'amore del giovane cacciatore. Lo chiamò suo promesso sposo e chinò la testa sulla sua spalla.

Per cinque pelli di martora, sette di volpi, un fascio di pelli di vaio e due di zibellino, un pope ortodosso battezzò il giovane cacciatore Mansi con un nome russo, Stepan. Dopo di che sposò Stepan ed Aksinja, col rito ortodosso, in un'appartata chiesetta, nei pressi del fiume Turà.

Stepan sciolse la lunga treccia bionda da fanciulla della sua giovane sposa. Due settimane intere servirono loro per ritornare a casa. Camminavano lentamente, abbracciati. Riposavano ogni tanto: ora si riparavano sotto un pino, ora facevano un pisolino nell'abetaia. Camminavano, non riuscendo a staccare gli occhi l'uno dall'altra.

Stepan tornò nel suo bosco da vero padrone. La loro vita di coppia proseguì allegramente. Gli abitanti dell'eremo della setta dei vecchi credenti sospirarono, sospirarono e tacquero. Anche la popolazione dei Mansi fece finta di non accorgersi, che un loro figlio indigeno si era messo a vivere in un’isba russa e a riscaldarsi al focolare russo, una bella stufa con sopra il giaciglio. Continuarono come prima a venerare e pregare i loro idoli di legno su un monte ripido, nello stesso vecchio luogo di culto e basta. Tutto si sistemò a questo punto.

Stepan e Aksinja vissero felicemente. Raramente passava un anno che non portasse loro in dono, un figlio o una figlia. In quel tempo la famiglia ingrandita abitava già in una grande nuova casa sul fiume Kušvà. I figli maschi crescevano sani e forti. Le figlie femmine giorno per giorno divenivano sempre più belle. Tutti lavoravano per il bene della famiglia: curavano e mungevano le vacche da latte di proprietà della famiglia. Aravano le radure del bosco di loro proprietà, seminavano, coglievano dalla terra ogni ben di dio.

La casa di Aksinja nuotava nell'abbondanza. Ma lei non riusciva mai a scacciare dalla memoria un'altra vita, quella di una volta. Un borgo di Mosca. Ricchi, stupendi abiti. Suppellettili provenienti da ogni parte del mondo. La ricchezza della casa paterna. Nel bosco, invece, la vita era avara. A due colori soli: verde d'estate, bianco d'inverno.

La città di Tagil era a due passi. Saliva allegramente il fumo al cielo da più di uno degli altissimi fumaioli dei suoi altiforni. Non si fondeva soltanto la ghisa dal minerale fossile di ferro, ma si diffondeva anche una gran bella vita.

La madre di famiglia si mise a meditare. Suo padre, con delle semplici slitte di legno, era riuscito a sistemarsi e ad avere un bel palazzo. Dunque, perché anche i suoi figli non potevano diventare padroni dei nuovi altiforni? Oppure occuparsi del redditizio rame?

«Falconcello mio» – disse un giorno Aksinja, stringendosi al marito, – «i nostri figli stanno crescendo e non conoscono la vita vera. Che ne sarà di loro? Che eredità potremo lasciar loro? Un fucile e un cavallo! L'altra gente vive in modo assai diverso. Dobbiamo, caro, sin da adesso pensare al futuro dei nostri figlioli!»

«Stai tranquilla» – rispose Stepan, – «i nostri figli non si troveranno nella miseria. Sto conservando per loro un ricco tesoro, che, però, deve essere preso con intelligenza.»

Stepan disse questo e fece vedere ad Aksinja il Monte di Ferro. E che Monte! L'Alto Monte di Tagil, considerato un ricco giacimento, era niente al paragone con il Monte di Ferro! Da massi, rocce, picchi usciva fuori il minerale fossile di ferro. E che minerale, quasi ferro puro! Era un minerale fossile di una forza mai vista!

Il Monte di Ferro fece quasi uscire di senno Aksinja. Da quel giorno il suo unico discorso era a proposito di quel monte. Aveva timore, la cacciatrice, che qualcun altro scoprisse questo ricchissimo giacimento. Poteva succedere, eccome. Un esempio banale le veniva dalla sua esperienza di cacciatrice: prendere la tana dell'orso. Alcune volte era capitato ad Aksinja di scoprire la tana di un orso. Decideva di temporeggiare per cacciarlo dopo una settimana o due... Ma, quando tornava, trovava la tana vuota. Qualche altro cacciatore aveva ormai preso l'orso!

Sarebbe potuto accadere così anche con il Monte di Ferro. A chi può interessare che lo avesse scoperto il padre del suo sposo? Lo aveva affidato a Stepan. Ed anche se tutti i Mansi lo sapevano bene e chiamavano Stepan padrone del monte, tuttavia non permettevano di farglielo gestire. Perché avevano fatto del monte un loro luogo di culto e di preghiera. Il monte era capace di calamitare a sé ogni oggetto di ferro. Per i Mansi significava che non era un monte qualsiasi. Significava per loro che dentro c'era racchiusa una misteriosa forza viva. Perciò vi misero sopra un'infinità di loro idoli. Fatti di pini, di abeti, di betulle. Cominciarono a scolpirli perfino con la pietra del minerale fossile.

Accendevano dei falò sul monte. Offrivano i sacrifici agli dei. Saltavano. Urlavano. Pregavano.

Non c'era verso, di farli andar via dal Monte di Ferro!

«Dobbiamo rivolgere una supplica alla zarina» disse Aksinja. Lo zar, quello di prima, non c'era più, era morto.

Stepan era un po' titubante. Tergiversò, disse di no.

Ma quale marito poté mai aver ragione delle insistenze di una moglie? Tanto più di una moglie come Aksinja!

«Guarda,» – diceva lei, per spaventarlo, – «come i geologi-cercatori di minerali corrono per tutti i boschi. Annusano, come segugi, per fiutare dove e cosa è nascosto tra i monti del bosco. Si imbatteranno, prima o poi, nel Monte di Ferro e poi, vedrai, se lo terranno stretto stretto. Chi ti crederà? Chi crederà che il monte era stato scoperto da tuo padre che te lo aveva lasciato in eredità?»

Stepan si convinse che la moglie aveva ragione. Si preparò per andare rapidamente al centro minerario di Uktus. Scoprì le proprie carte alle autorità locali. Presentò loro pure dei pezzi del minerale fossile di ferro come prova, sottoponendoli al giudizio degli esperti. Cercò di affermare il proprio diritto sul possesso del Monte di Ferro.

Ma a questo punto si mise in moto una tale macchina, che non si può né descrivere con la penna, né narrare in una favola. Corsero verso il Monte di Ferro, da lupi predatori, gli accoliti e gli inservienti delle fonderie. Si mossero i baroni di San Pietroburgo. I conti Stroganoff – gran padroni delle terre del delta del fiume Kama – inviarono subito nella zona gente fidata. Il casato dei Demidoff pure alzò la sua zampa sul nuovo giacimento.

Scricchiolarono i carri. Zoppicarono le carrozze chiuse. Si sentì il tintinnio e il battito delle scuri. Si misero ad aprire il bosco per fare una strada al Monte di Ferro. Arrivarono da ogni parte, nelle ricche carrozze, personalità importanti. Si misero a discutere sulla sorte del Monte di Ferro, rivendicando ognuno il suo legittimo possesso. E i Demidoff. E gli Stroganoff. E pure il ricco, avaro mercante Osokin allungò la sua grande chela, cercando di tranciare una consistente quota di proprietà sul monte. Insomma, tutti risultarono essere padroni del Monte di Ferro. Solo Stepan ed Aksinja rimasero con un pugno di mosche in mano. Estranei.

Il chiasso si levò al cielo. Il baccano arrivò fino alla penisola dei Čiukči. Ma a questo punto arrivò dal centro minerario di Uktus, Vassilij Tatiščev – direttore di tutte le miniere e le fonderie imperiali degli Urali - e decise la contesa a modo suo: «E' impensabile che questo monte dei monti, questo tesoro dei tesori, sia assegnato a qualcuno, ad eccezione della nostra Grande Zarina!»

Registrò il Monte di Ferro al tesoro imperiale e con ciò mise una pietra sopra ogni discussione.

«E noi, che facciamo ora?» – domandarono Stepan ed Aksinja.

Questo scagnozzo dell'imperatrice, questo gran dignitario della corte, illuminandoli con un dolce sorriso, rispose: «Non vi dimenticherà la madre-zarina con la sua grazia, generosità e benevolenza!»

E non si dimenticò. Ricompensò Stepan con una manciata di monete di rame. Conferì alla fuggiasca Aksinja l'asservimento a vita. Dispose che i figli loro diventassero i minatori servili e scavassero per tutta la vita nelle viscere del Monte di Ferro, assegnando a tutti loro un cognome, Stepanov, preso dal nome del padre. Fece abbattere tutti gli idoli sul monte di Ferro, privando il popolo Mansi del luogo di culto. Per ultimo ordinò di scacciare dalle sue terre tutta la popolazione indigena dei Mansi.

Anche i Mansi ringraziarono Stepan. In una notte buia accesero una pira immensa sul Monte di Ferro. Prelevarono Stepan da casa e lo portarono in sacrificio ai loro idoli abbattuti. Diedero Stepan al rogo, in modo che i loro dei non si vendicassero coi Mansi per l'abbattimento del luogo di culto e la profanazione subita da parte della zarina russa.

Si avverò ogni cosa. Sino ai giorni nostri i nipoti e i pronipoti Stepanov prelevano incessantemente il ricco minerale dalle viscere del Monte di Ferro e trasmettono di generazione in generazione ai propri figli, a tutti gli Stepanov, i ricordi indelebili della popolazione indigena Mansi. Le sopracciglia nere. Gli occhi castani e l'ardente bellezza dell'antica bisnonna Aksinja...

...Questa favola-realtà del Monte di Ferro, mi capitò di sentire dal vecchio saggio gufo del bosco. Se c'è qualcosa che non quadra, non mi metterò di certo a fare contestazioni. Ciascuno a modo suo, dal minerale suo, fonde le favole.

E ben venga! Più ne avremo e meglio vivremo!


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