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Home I mille racconti I mille racconti Favola e realtà degli Urali 3. La Dea Fortuna di Dalmàt
Favola e realtà degli Urali 3. La Dea Fortuna di Dalmàt PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Sabato 24 Gennaio 2015 09:30

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

I lavori di artigianato delle terre di Vjatka godono da sempre di una gloriosa fama.

Sin dai tempi antichi i bravi maestri-artigiani dei piccoli villaggi di questa sperduta provincia russa hanno creato e prodotto ogni sorta di oggetti stupendi. Dai cucchiai alle fisarmoniche. Dalle belle, tornite matrjoške colorate ai cavallini-giocattolo con le lunghe criniere dorate. Ingegnosi scrigni, astucci, scatole, bauli e bauletti, oggetti vari intagliati di legno, mobili e mobiletti, suppellettili di ogni fattura e genere erano assai apprezzati dalla gente ed andavano a ruba. Dal mercato non ritornavano mai indietro invenduti. Il più delle volte venivano commercializzati addirittura nel luogo di produzione, a casa degli artigiani. Dagli incettatori. Esisteva un tempo un tale ceto di strozzinaggio di mercanti-incettatori che si accaparravano delle merci a priori. Incettavano, pagando le merci più richieste con un acconto, con ciò ricavando per se stessi dei lauti introiti. Per meno della metà del loro prezzo questi mercanti-incettatori riuscivano a portar via i prodotti, catturando dei poverissimi artigiani nella trama delle loro reti.

Come sarebbe potuto accadere diversamente, se mettevano in mano il denaro contante e per giunta presentavano in tavola una vecchia bagarina – vodka, in un grosso bottiglione da tre litri? Quell’imbrogliona riusciva in un battibaleno ad offuscar la mente degli affamati artigiani e cavarne fuori una ricevuta debitoria di fornitura a lunga durata.

Però, vi dico, non erano tutti così arrendevoli. Alcuni non consegnavano le loro mani lavoratrici a questa frode palese. Proprio di uno di questi sto per iniziare la narrazione-riassunto, presa da una trama arabescata di mia nonna, che lei, da gran maestra della parola che era, seppe raccontare con ogni minimo particolare: dal più piccolo nodino al più minuscolo riccioluto svolazzo del suo colorito linguaggio, per la brava gente – per sempre – scolpiva profondamente nella memoria le storie vere del remoto passato.

A quei tempi ero soltanto un ragazzino moccioso, facevo l'aiuto pastore, ma ancor adesso, ai miei ottanta superati da tempo, non ho perso tutte le parole di mia nonna. Se gradite sentirle, prego, favorite, sarete davvero i benvenuti.

 

*  *  *

 

Successe in un poverissimo villaggio, sperduto in mezzo al bosco, chiamato Zjuzel'ka. Nelle piccole strette isbe dalle coperture di paglia, una trentina di famiglie a malapena tirava avanti con l'artigianato. Tra i poveri, più povero della povertà stessa, viveva a Zjuzel'ka da scapolone un vecchio artigiano di nome Prochor. Il suo mestiere era tra i più richiesti, ma dava scarsi, scarsissimi frutti. il vecchio intrecciava i lapti, il cui prezzo al paio sul mercato era poco più di un soldo bucato. A stento viveva, a pane e acqua; tuttavia il nonno Prochor riuscì a far crescere un nipote, sangue del suo sangue, che era rimasto orfano di ambedue i genitori sin dalla tenera infanzia.

Il nome del nipote era Dalmàt... In onore del nonno materno. Desiderava tanto il nonno Prochor trasmettere alle mani di questo suo ultimogenito un qualche buon mestiere, purché non dovesse, però, intrecciare per tutta la vita dei lapti. L'animo di Dalmàt invece, non era granché attratto da alcuno dei mestieri seri. Si dilettava con le bazzecole. Dall'argilla modellava dei bizzarri diavoletti, dai ceppi di tiglio ricavava graziose giovinette, dalla pietra grezza scolpiva un sacco di sciocchezze, perfino con la neve riusciva a sollazzare la gente.

Una volta, nella settimana grassa, Dalmàt modellò dalla neve una principessa. Fu modellata tanto bene dalle sue mani, che si mise a parlarne anche la gente dei villaggi vicini. Dapprima, oltre alla gente del posto, vennero ad ammirarla soltanto alcune persone di passaggio, capitate a Zjuzel'ka per caso; poi cominciarono ad arrivare tutte insieme intere famiglie. Rimanevano per delle ore a guardarla col fiato sospeso. Lei se ne stava sopra una montagnetta in bella vista e pareva che da un momento all'altro dovesse scendere giù, agitare le braccia, le mani e mettersi a danzare, viva più viva delle vive e...

E quel che non si immaginò la gente, scorgendo la principessa di neve! Era fatta di neve, ma aveva un cuore vivo. Era fredda, ma ardeva più del caldissimo sole estivo. Da sbalordire! Con ciò non si poteva di certo attribuire al mite giovane un suo legame col diavolo, ma neppure, senza il maligno, avrebbe potuto creare una meraviglia così indescrivibile,!

«Chi è la modella? A quale fanciulla hai copiato il volto?»

«Non lo so nemmeno io. L'avevo visto da qualche parte, ma dove esattamente, non me lo ricordo.»

«Ma come non te lo ricordi?» – insisteva ad interrogare Dalmàt la gente. «Non l'avrai mica visto nel sogno!»

«Continuo a sognarla persino adesso, ma dalla vita reale mi è passata nel sogno.»

Dalmàt diceva la verità, non sapendo che la fanciulla del sogno, imbacuccata in uno scialle di sua madre, si nascondeva tra la folla vicino vicino a lui. Ella fissava, esaminava non la principessa di neve, ma Dalmàt. La fanciulla si chiamava Marunja. Non aveva ancora l'età da marito. Non cercava di far precipitare l'impulso del cuore, prima del tempo. Tuttavia desiderava conoscere Dalmàt, non solo per il suo prestante aspetto fisico, l'attraente testa dai riccioli color lino, ma per vedere bene il suo mondo interiore, cercare di scoprire com'era Dalmàt veramente nel cuore.

Marunja era una fanciulla molto intelligente e ragionevole. Le era capitato di vedere ogni specie di infausti destini toccati alle donne. Cosicché fece tesoro per sé di queste brutte esperienze delle altre.

Decise perciò che, se e quando fosse venuto il tempo, avrebbe raccontato, forse, a Dalmàt, che un giorno, in una fiera della grande città, lei, stando seduta sul carro del padre, era entrata nei suoi occhi così capaci di buona memoria. Ma era sorprendente sino a che punto Dalmàt avesse gli occhi capaci di buona memoria. Come c'era da non stupirsi, se lui aveva visto Marunja meno di un minuto e l'aveva riprodotta così com'era, precisa e identica, in questa sua creatura di neve?

Quindi, giacché Marunja gli era entrata dentro tanto da trasferirsi addirittura nei sogni, era evidente che non sarebbe più uscita dal suo cuore.

In breve, venne fuori una trama di neve non semplice e quale svolta avrà, lo vedrete. Ora, invece, c'è da dire che, per ammirare la principessa di neve, persino dalla città arrivava la gente. Elogiavano tutti la creazione del maestro. Certi, accorgendosi della povertà di Dalmàt, davano al nonno Prochor qualche soldino di rame, dicendo che già un'occhiata ad una bellezza così, costava. C'era tra loro chi regalava addirittura monete d'argento. E uno...

E uno, del ceto dei ricchissimi mercanti, nel guardare la bella principessa di neve, per poco non uscì di senno. Era un mercante di cognome Kukuev. Trattava merci pregiate. Aveva una decina di botteghe sparse per i grandi villaggi della regione e una più grande e importante con sede di rappresentanza, era al centro della città di Vjatka. Kukuev era un uomo sobrio. Non aveva né brutte abitudini né inclinazioni, tuttavia era un ricco non privo di un vizio. Forse il termine “vizio” non è propriamente un filo uscito dalla giusta matassa linguistica, eppure con un'altra parola, probabilmente, sarebbe difficile sostituirlo.

Aveva questo Kukuev un'appassionata propensione verso il collezionismo delle figure di donne. Ne acquistava di ogni taglia e foggia. Fuse, intagliate, scolpite, forgiate, modellate... Insomma, l'argilla, il marmo, qualche altra pietra o il metallo, ogni materiale andava bene, purché la figura femminile rallegrasse gli occhi e l'animo. Perciò, non appena sentì Kukuev della principessa di neve, arrivò a Zjuzel'ka sulle ali del vento.

«Quanto?»

«Quanto, cosa?»

«Quanto vuoi per la tua principessa?»

Dalmàt intimidito, con lingua inceppata, disse: «Ma come posso pretendere denaro per la neve?»

La stessa cosa disse pure il nonno Prochor. Kukuev, però, non volle mollare.

«Siete, entrambi, dei grandi sciocchi. La neve è neve. Ma quando dalla neve ti è riuscita, come neve caduta dal cielo, una principessa, principessa di tutte le principesse, non è più neve, ma è una cosa che ha tutt'un altro nome! Eccoti, maestro, da me e dalla principessa, una casa nuova con gli annessi e connessi!»

Così disse e diede a Dalmàt una cartamoneta da cento rubli e, in aggiunta, alcune monete d'oro.

La gente attorno tacque. Attese che cosa sarebbe successo dopo.

Successe che tutti fecero 'ah', quando Kukuev ordinò di mettere una pedana di legno sotto la principessa di neve e lasciarla un po', per farla attecchire dal gelo a questa pedana. Dopo ingaggiò quasi tutti gli uomini del villaggio Zjuzel'ka, per portare a spalla il suo acquisto di neve in città, nel parco della sua casa. Raccomandò loro di portare il suo tesoro di neve piano-pianissimo per non smuoverlo e danneggiarlo.

Dall'alba sino alla notte fonda stava seduto Kukuev davanti alla principessa di neve per ammirarla. Entrava per un po' in casa per scaldarsi e ritornava da lei di nuovo. Ma, come si sa, la settimana grassa porta con sé, dalle nostri parti, un alito di primavera. E la primavera era la morte della principessa di neve, alla stessa maniera di quella fanciulla-nipote del Nonno Gelo, Sneguročka, dall'antica favola russa, che tutti conoscete così bene sino dall'infanzia.

Però una favola non rimane che favola. La principessa di neve invece non era nella favola, ma stava su un piedestallo in bella vista in mezzo al parco della casa di Kukuev.

I geli invernali sarebbero dovuti durare ancora e, probabilmente, gli addetti della sua ditta, inviati urgentemente in giro per il paese, avrebbero potuto trovare dei maestri capaci di fare una forma per la colata, per poter riprodurre la principessa di neve nel metallo. Per far ciò Kukuev era disposto a spendere una grossa somma. Tuttavia i maestri non si trovavano. Tutti quelli a cui si rivolsero gli addetti di Kukuev, risposero all'unisono: «Non si è mai visto ricavare delle forme per la colata da figure plasmate con la neve.»

Quando dai tetti si mise a gocciolare Kukuev perse la testa. Da un momento all'altro se ne sarebbe andata via per sempre la più amata di tutte le figure femminili che aveva avuto. Non ne sarebbe rimasta che una visione, conservata nei meandri della memoria.

Il destino, comunque, volle che un maestro si trovasse. Non un mastro della forma, ma un pittore. Uno di passaggio. Un vero artista, che riuscì con il suo vivificante pennello a riprodurre sul bianco raso di seta la principessa di neve, in un modo talmente brillante e veritiero, dipingendola in ogni particolare sino all'ultimo fiocco di neve, che il mercante Kukuev nello scorgere l'opera finita, disse: «Puoi chiedermi adesso qualunque prezzo!»

Il pittore invece sorrise dignitosamente e rispose: «Ringrazio, ma non ho bisogno del denaro. La principessa dipinta sarà per te il mio regalo. Ma potresti pure tu farmi un dono, permettendomi di dipingerla un'altra volta, per lasciare tutta per me un'altra copia.»

«Questo è tutto? Dipingila pure!»

Così ebbe inizio la vita della principessa di neve sciolta, su due tele di raso bianco di seta in due diverse cornici. Una vita non semplice e di cui si parlerà più in là ancora. Ma adesso, intanto, ritorniamo al villaggio Zjuzel'ka.

 

*  *  *

Quanto era accaduto con la principessa di neve, fece comprendere a Dalmàt la vera forza della sua vena creativa. Pure il nonno Prochor capì che razza di nipote aveva. Entrambi adesso vivevano in una bella casa nuova. Annesso alla casa avevano fatto costruire il laboratorio per Dalmàt. Dapprima il giovane maestro si mise a lavorare alle creazioni piccole, cercando di accrescere sempre più la destrezza delle sue mani. Scolpiva ed intagliava degli animaletti e delle belle testoline per le bambole. Forniva per i mastri-fonditori dei modellini. Ma per ogni oggetto che produceva, persino per una sciocchezzuola, veniva pagato al prezzo pieno che lui pretendeva.

Venivano letteralmente strappate dalle mani di Dalmàt tutte le sue creazioni intagliate, scolpite, modellate, cesellate. Tutte le volte queste sue opere creative facevano diventare la gente fredda più calorosa, rallegravano i tetri e i cupi, accendevano una scintilla d’altruismo negli avari tanto da farli diventare più generosi. Il lavoro di Dalmàt, a un certo punto, fu così tanto richiesto e fu pagato con tali somme che il nonno Prochor si preoccupò, domandandosi se per caso suo nipote avesse fatto un patto con il maligno dalle corna e dalla coda, o, addirittura, con la Dea Fortuna in persona.

Della Dea Fortuna la gente diceva tanto, ma che aspetto avesse veramente, nessuno lo sapeva spiegare esattamente, in quanto non aveva una faccia soltanto, ma migliaia e migliaia di facce diverse... Però tutte le volte, sotto le spoglie e le sembianze più disparate, aveva comunque l'identico comportamento e vezzo. Il suo sorriso diabolico di Dea Fortuna. Usandolo per suo capriccio e diletto, ogniqualvolta desiderava saggiare, in una persona giovane o vecchia che fosse, la solidità morale e la coscienza, cominciava ad abbagliarla con il suo diabolico sorriso di Dea Fortuna, cosicché alcuni di loro perdevano completamente la testa e dimenticavano se stessi.

Certo, la gente intelligente capiva che tutte queste dicerie non erano che superstizioni e fandonie. Ma sapeva pure che le favole non nascono per caso e non vengono narrate per niente, quindi, ci sarà pure un motivo per cui nascono e vivono. Pertanto il vecchio Prochor sapeva il fatto suo. Credeva fermamente che la Dea Fortuna col suo diabolico sorriso, non fosse fumo, ma vera e propria fiamma, su cui si bruciavano le ali uomini molto più navigati e scaltri del suo ingenuo e sempliciotto nipote Dalmàt.

Dove si era mai vista una cosa del genere, che per una sirenetta intagliata in un ceppo d'acero o un galletto d'ottone, pagassero tanto, da avere persino timore di vivere con tutti quei soldi?

Avevano vissuto coi miseri guadagni della vendita dei lapti, a pane e acqua, adesso invece, la casa era piena di ogni ben di dio, ma non c'era più vita. Non c'era neppure verso di far fermare o almeno far rallentare Dalmàt. In preda alla magica vena della Dea Fortuna continuò a nuotare nell'abbondanza del suo dolcissimo sorriso diabolico. Anzi, arrivò perfino a combinare cose del tutto impossibili e impensabili.

 

*  *  *

 

Nel villaggio vicino, ad una povera disgraziata vedova morì da un giorno all'altro una mucca scornata. La vedova aveva tre figlioli piccoli, poveri sfortunati orfani di padre. La situazione in casa della vedova, senza una mucca da latte, era divenuta di fame nera. Che fare? Muoiono di fame, poveri bambini! La madre disperata dovette andare per forza, con la mano tesa per le case del vicinato a chiedere un po' di carità ed elemosina. Certamente, si trascinò fino a casa di Dalmàt. Questo padrone di casa, oramai ricco, sicuramente avrebbe avuto qualcosa da dare ai suoi poveri figlioli!

«Ti aiuto» – disse Dalmàt alla vedova, – «ti aiuto, eccome. Ti faccio da una radice una mucca scornata così che, solo nel guardarla, dimenticherai la tua vecchia scornata mucca morta.»

La disperata vedova guardò Dalmàt in malo modo. Si accigliò. Strinse le labbra e disse a denti stretti, subissandolo con delle parole offensive: «Non avrai mica il mal di testa, padrone, per la sbornia non smaltita di ieri?.. Oppure la tua pancia piena, non ti permette di accorgerti della fame più nera degli altri?..»

Dalmàt non rispose nulla alla vedova. Andò nel suo laboratorio e si mise ad intagliare da una radice la mucca scornata in miniatura. Gli venne così bene e nel giro di così poco tempo che persino lui, suo creatore-intagliatore, rimase a bocca aperta dallo stupore e, soddisfatto del suo lavoro, invitò a casa sua dei mercanti-incettatori. Ne fece venire tre. I più avidi di tutti. Non appena loro arrivarono, disse: «Vorrei, signori incettatori, barattare questa statuina di mucca in radica, con una buona vacca grande da latte per questa povera vedova.»

Anche la vedova era stata invitata a casa di Dalmàt per quel giorno, per farla assistere e farle sentire quello che c'era da sentire.

Gli incettatori richiesero a Dalmàt di ripetere la domanda, credendo, per quanto era alto il prezzo, d'aver sentito male.

«E sì, forse avete sentito male» – rispose loro Dalmàt. «Credo di aver domandato veramente un prezzo troppo basso. Si dovrebbe, inoltre, aggiungere due monete d'oro, ma che dico due, quattro monete d'oro!»

Davanti al tavolo su cui stava in bella vista la piccola statuina di una mucca scornata in radica, ci fu un silenzio tombale. La vedova, impaurita, si mise quatta quatta vicino alla porta d'uscita di casa. Vide, povera donna, che il maestro Dalmàt era del tutto indiavolato. I mercanti-incettatori invece si scurirono in volto, diventarono neri di rabbia.

Che razza di presa in giro! Manca poco che ci sputi in faccia, questo sfacciato! E poco sarebbe fargli spaccare la faccia! Tuttavia continuarono a fissare la piccola statuetta della mucca. Più fissavano e più venivano ipnotizzati e incantati. Proprio qui il vecchio Prochor vide chiaro che razza di “strafortune” la Dea Fortuna sia capace di combinare ed in che modo può, persino con una piccolissima mucca di legno, abbindolare dei mercanti.

Tacevano i mercanti-incettatori e nel frattempo calcolavano mentalmente. Se da una mucca così si fanno delle copie fuse anche in una sottile ghisa, per ogni statuina darebbero loro sul mercato non meno di tre rubli. Cento fusioni, trecento rubli. Se questa piccola mucca-modello, dovesse figliare di cinquecento, seicento, settecento... fusioni, si trasformerà in una mandria d'oro!

Anche Dalmàt taceva, ma era come se captasse i pensieri dei mercanti. Captava e ancor più si infervorava.

«Una mucca che non è mucca» – si mise a mercanteggiare uno degli incettatori, – «ma sono pronto a pagarla metà della mucca da latte vera.»

«Io, invece, potrei pagare anche come per una mucca intera» – si intromise il secondo mercante-incettatore.

«Allora, io dico» – decise di dire la sua il terzo, – «che, oltre a sborsare per l'acquisto di una vacca da latte vera, aggiungo pure un rublo per l'acquisto di un mungitoio.»

La vedova rimase bloccata vicino all'uscio, né viva né morta. Si ingoiò la lingua. Si aggrappò allo stipite della porta per non cadere. La stanza si mise a girarle sotto i piedi. Il pavimento davanti ai suoi occhi cominciò ad incresparsi. Dalmàt invece raccolse dal tavolo la statuina di mucca scornata, se la nascose addosso e disse: «Credo d'aver sottovalutato, cara vedova, questa piccola mucca di radica che ti avevo regalato e che tu mi affidasti per venderla. Perciò ho deciso di comprartela io stesso. Eccoti, tieni, donna di poca fede, tre monete d'oro da dieci rubli!»

Raccolse la vedova dal tavolo il denaro, sollevò la gonna da terra e corse via come una pazza.

Nella stanza tornò un silenzio tombale. Tutti tacevano. Soltanto uno non tacque, era quello che il vecchio Prochor denominò: un demonio del sorriso diabolico della Dea Fortuna.

«Datemi mille rubli» – gridò Dalmàt indiavolato ai mercanti-incettatori. «Prendetela finché non è troppo tardi! Perché il mercante Kukuev sarà disposto a pagarmi per la statuina di mucca non meno di duemila rubli!»

Due giorni più tardi i mercanti-incettatori portarono a Dalmàt mille rubli. Decisero di acquistare la statuina, sborsando un tot per ciascuno. Ma era troppo tardi. Dalmàt aveva già venduto la statuina al mercante Kukuev per tremila rubli.

E sì, era oramai abbagliato Dalmàt dal sorriso diabolico della Dea Fortuna. Abbagliato, eccome, da fargli entrare in corpo un vero demonio!

 

*  *  *

 

Passò del tempo. La mal curata abitazione di Dalmàt richiedeva una bella e brava padrona di casa. Si trovarono a questo punto tante di quelle probabili fidanzate che si sarebbe potuto ammogliare due reggimenti di soldati. Tra loro c'erano signorine assai meritevoli e graziose. Ma la principessa disciolta, ad ogni nuova presentazione di una ragazza da marito, diveniva nei sogni di Dalmàt sempre più viva. Cominciò ad apparirgli persino di giorno. Baluginava e spariva. Un bel mattino la vide sulla stessa montagnetta, su cui stava una volta la principessa di neve.

«Non temere! Come vedi non sono affatto una principessa sciolta! Nel frattempo, sono cresciuta tanto da diventare la tua promessa sposa.»

Stentava, Dalmàt, a credere ai suoi occhi e orecchi. Ma era proprio lei e lei era vera. Calda gli si strinse al petto e gli fece ricordare della fiera in città. Ricordare quell'attimo in cui, come un abbagliante lampo a ciel sereno, gli aveva impresso negli occhi il suo volto per sempre. E dopo...

E dopo mia nonna riuscì a ritrovare tali parole per descrivere l'amore di Dalmàt e Marunja, che davanti a queste parole impallidivano, si spegnevano tutte le pietre preziose. Le ricordo molto bene, tuttavia non riesco ad infilare le loro perle tutte sullo stesso filo. Temo d'oltraggiare la loro stupenda bellezza o perfino in qualche modo d'impoverirle.

Dirò solo che perfino di notte il sole non tramontava a casa di Dalmàt. La felicità, come l'amore, non conosce né misura né limite. Vivendole vicino, pure il vecchio nonno Prochor era ringiovanito, cosicché una volta disse al nipote: «Mi hai intagliato dal vecchio ceppo di quercia con le sembianze di un vecchio giusto. Invece una donna come la nostra brava e bella Marunja ci sarebbe bisogno di scolpirla davvero nel marmo bianco. E non semplicemente scolpire e basta, ma in modo che a tutti venga voglia di togliersi il cappello nel guardarla. E se per la fanciulla di neve Kukuev ti ha fatto costruire una casa, per Marunja di marmo ti farà fare un palazzo.»

Allora Prochor sentì che la Dea Fortuna cercava di abbagliare pure lui con il suo diabolico sorriso. Perciò cominciò a prendere a digiuno, nel suo the mattutino, tre gocce di olio da lumino delle icone. Fermamente credeva il vecchio Prochor che, contro ogni espressione del demonio, l'olio del lumino dell'icona era un vero toccasana e che il demonio aveva paura di quest'olio più della stessa morte.

Il rimedio ebbe effetto immediato, cosicché il vecchio nonno cominciò a mettere di nascosto le gocce di questo olio anche nel the di Dalmàt, notando che pure il nipote ne aveva giovamento. Visse il giovane uomo, giovane sposo, come in un magico canto. Cantò tante di quelle dolci parole alla sua mogliettina che non sarebbe in grado né di escogitarle né di ripeterle neppure il re degli usignoli.

Ma per quanto fossero belle le parole di Dalmàt, nella pietra si esprimeva ancor più ardentemente e con più sentimento. Un masso di marmo bianco aveva un prezzo molto alto, ma con l'insistenza del nonno, Dalmàt riuscì a procurarlo. Il più bianco dei bianchi. Non aveva neanche una piccolissima venatura o inclusione di un altro colore.

Era neve pura!

A lungo pensò Dalmàt su come avrebbe dovuto scolpire sulla pietra la sua amata sposa Marunja. In tanti modi se la immaginò, visitò parecchi posti per vedere le opere di altri maestri e giunse finalmente ad una soluzione. Si decise quando, in una giornata di sole, vide Marunja allattare il suo primogenito. Ne rimase come folgorato. Il grande masso del marmo bianco sarebbe diventato una maternità!

Iniziò dapprima da prove in argilla, da modelli intagliati in legno e solo dopo si mise a scolpir la pietra.

L'amore puro scolpiva dal marmo sino all'ultimo dito, sino a ogni piccolissima fossetta sul gomito, sino ad ogni preciso segno e tratto dell'immensa felicità materna. Non esistevano né notte né giorno. Come un sogno nella veglia nasceva la creazione del maestro. Arrivò il tempo, arrivò l'ora, in cui persino a sfiorare il marmo c'era da temere di portarne via un'inezia pari ad un granello di miglio, perché dal marmo era andato via tutto quello che era di marmo ed era rimasto soltanto il vivente.

«E' mai possibile che sia stato proprio io a creare questo?» – si scioglieva in lacrime Dalmàt, domandandolo a Marunja.

Centinaia o, forse, migliaia di occhi posarono lo sguardo sulla “Maternità”. Non si trovò un solo occhio cattivo che non diventasse più buono nel guardare l’archetipo dell'originario e dell'eterno, in quanto l'originario e l'eterno in lei sembrarono essere colti e fusi nel modello di tutte le donne che danno la vita sulla terra, rappresentante la maternità mondiale nella purezza del bianco marmo.

Il mercante Kukuev davanti alla “Maternità” faceva un largo segno di croce e si chinava come davanti ad un'icona di madonna, ma non poté neppure farsi passare per la mente ciò che pensavano tutti gli altri. Kukuev sapeva bene che, perfino moltiplicando per dieci tutte le sue ricchezze, non sarebbero comunque pari ad una minima parte del prezzo di questa cosa sacra.

«Esistono cose che non hanno prezzo e non possono essere comprate» – pensò questo ricchissimo uomo per la prima volta in vita sua e comprese sino a che punto fosse miserabile lui stesso di fronte a questo eterno tesoro.

 

*  *  *

 

In quel periodo della vita di Dalmàt, l'abbaglio del demonio, entratogli insieme al sorriso diabolico della Dea Fortuna, si era un po' affievolito. Il giovane marito e padre visse godendo della sua arte e della felicità dell'amore. Finché la Dea Fortuna non decise di materializzarsi in carne ed ossa, insieme al suo diabolico sorriso.

Al villaggio Zjuzel'ka un tiro a sei di cavalli mori portò una carrozza d'oro, dentro la quale c’era una giovane signora di illustre origine con una sfilza di lacchè e di cocchieri. Non appena la signora vide la moglie di Dalmàt di marmo bianco e poi Marunja in persona, comprese all'istante dove era la vera arte e desiderò ardentemente di essere scolpita dallo scultore dal talento naturale, che, se non fosse arrivata lei, sarebbe potuto morire nell'oblio in questo sperduto villaggio.

Per il nonno Prochor non si trattò d'altro che dell'arrivo della Dea Fortuna in persona con il suo diabolico sorriso.

Come sarebbe potuto essere diversamente, se la signora in quattro e quattro otto aveva reso “strafortunato” il collo di Marunja con una collana di rubini ed ordinato di consegnare, soltanto per i primi tempi, alla famiglia di Dalmàt una giumella di monete d'oro? Donò, inoltre, dei ricchissimi abiti della capitale e tutto ciò per ricompensare Marunja della sua breve separazione dal marito.

L'intera faccenda fu impastata, infornata, cotta ed impacchettata così perfettamente e in fretta come una “bella torta”; Dalmàt, senza rendersene ancora conto, già si stava allontanando dal villaggio natio nella carrozza d'oro.

Il villaggio Zjuzel'ka era rimasto lontano. Avanti c'era una grande capitale, la splendida San Pietroburgo! Gli allettanti lavori di scalpello! Crea adesso Dalmàt a più non posso, scolpisci dalla pietra ciò che ti pare e piace! Intaglia dal legno quel che desideri e, se vuoi, persino dal mogano e dall'ebano! E giacché sei riuscito ad intagliare da un vecchio ceppo di quercia un ritratto di tuo nonno, così com’era sino all'ultimo capello, riuscirai sicuramente a scolpire la Sua altezza-straltezza, da far capire a tutti che vena artistica palpita in te e di che razza di cose siano capaci le tue mani!

Nel frattempo a Zjuzel'ka circolavano voci diverse, ma su un punto erano tutte unanimi: se una donna d'assai semplici origini, come Marunja, viveva adesso della vita del bianco marmo, questa freyia, arrivata da San Pietroburgo, sarà scolpita certamente da vera zarina in ogni particolare. Non c'è né da pensare, né da indovinare; Dalmàt sicuramente le toglierà con il suo scalpello gli anni, aggiungerà, dove le mancano, le grazie femminili. Renderà qualcosa più tonda, qualcos'altra la farà leggermente più cascante, altro ancora eliminerà del tutto e tornerà a casa da re, felice e soddisfatto.

Successe così, quasi.

Decise, la cosiddetta freyia di San Pietroburgo, di far consolare la sua vedovanza di contessa, non solo dal masso di marmo rosa, ma anche dal giovane marmista.

A questo scopo, la scaltra contessa, abilissima nel tessere ragnatele amorose, si mise a ricercare il giusto modo di pietrificarsi per attirare gli sguardi pieni di bramosia.

Dapprima si abbigliò decorosamente davanti agli occhi del maestro e poi si alleggerì sempre più dagli abiti, per nascondere sempre meno quel che si desidera in genere (dagli uomini) essere visto. Come ultima soluzione, decise di apparire priva di ogni cosa che potesse celare la sua rosea origine nobile. A questo punto rimaneva da prendere soltanto un'altra decisione: la posizione in cui essere scolpita. Seduta, in piedi a tutta la sua altezza o sdraiata in una posa eterea, avvolta da una nuvola di marmo rosa.

Provò in mille modi, non riuscendo ad arrivare al punto chiave degli sforzi, senza fermarsi  un attimo, sin al momento che non sarebbe più potuta andare oltre. Finalmente trovò la soluzione.

Il lavoro dello scultore si rese difficilissimo. La contessa gli fece modificare tantissime cose. Cosicché non soltanto portò via Dalmàt a Marunja, ma impose di derubarla, obbligandolo ad aggiungere a se stessa, con lo scalpello, qualcosa della sua bellezza.

 

*  *  *

 

Dalmàt scolpì ciò che a lui veniva richiesto e la capitale vide una rosea contessa sdraiata, col viso appena appena velato, tutto il resto abbagliava di una bellezza rubata. Ma chi mai lo poteva sapere!

Ebbe inizio un'invasione di richieste di matrimonio. In un batter d’occhio la contessa divenne duchessa e Dalmàt – lo scultore di corte -, fu ammesso al palazzo dell'imperatore. I giustacuori, le sete damascate e tutto il resto della consona divisa merlettata, lunga e corta, per sotto e sopra, arrivarono come cose ovvie... Adesso perfino la madre non sarebbe stata in grado di riconoscere Dalmàt. Davanti a lui si spalancarono tutte le porte. Tutte le Loro Serenità e le Loro Grazie femminili, le vecchie zitelle, le mogli giovani e vecchie, si buttarono, come le ultime delle accattone, con le loro richieste davanti a Dalmàt per essere scolpite, da Sua Eccellenza lo scultore, a qualunque costo l'Eccellenza desideri.

L'Eccellenza le scolpiva, scolpiva tutte, non operando alcuna scelta, guidato soltanto dal criterio del profitto. In quel tempo il demonio, trasmesso a Dalmàt dal sorriso diabolico della Dea Fortuna, gli era entrato talmente dentro, da far star stretta-strettissima la sua anima nello spazio tra la quarta e la quinta costola. Dalla parte destra del petto. Perché dalla parte sinistra si trovava il cuore e lì dentro, come in una piccola locanda di una strada assai trafficata, era ancora più stretto. Cosicché persino le gran signore appartenenti alla famiglia reale dovettero attendere il loro turno per entrare.

Questa era solo una parte del quadro generale. La cosiddetta parte della gonnella. Ma c'era pure un'altra parte. Delle braghe. Iniziò, quando Dalmàt coniò un insignificante duca di un ducato da nulla da un tale signore-padrone onnipotente; tutte le eccellenze, grazie, serenità, maestà, altezze maschili rimasero ammutolite dall'invidia. Ma, subito dopo, desiderarono pure loro la stessa lusinghiera raffigurazione per rimanere nella memoria dei posteri. Erano così sopraffatti da questo loro desiderio, che Dalmàt si faceva in quattro e dovette ingaggiare persino alcuni scultori-apprendisti. I lavori andavano avanti con ritmi pazzeschi. Chi esigeva di essere scolpito in groppa ad un destriero. Chi sul trono con lo scettro. Chi nelle vesti di un condottiero. Chi avvolto nel manto di un sacerdote o di un saggio... Non stavano nella pelle per la voglia immensa di superarsi l'un l'altro, nell'esaltare, nel magnificare se stessi nelle grandiosità più grandiose delle statue. Si trovò addirittura un tale che impose di farsi fondere con alle sue spalle un immenso Arcangelo.

A Dalmàt non importava mai chi e come voleva essere immortalato. La fama, a quel tempo, lo aveva corroso talmente che non gli importava più niente di niente al mondo. Una volta, con tutte le sue regalie, con una fascia da eccellenza messa per traverso sulla spalla, arrivò al ballo dell'imperatore con scarpe di fibre di tiglio, come l'ultimo dei contadini. Ubriaco più ubriaco di vino. Quello non era nulla, sopportavano pure sue sortite di gran lunga peggiori. Nelle sue mani c'era la loro immortalità reale. Perciò erano costretti a non badare alle stramberie cafonesche e lasciar accedere Dalmàt, questo semplice villano di Vjatka, alle sale del palazzo imperiale.

Con tutto quel tributo di onoranze, Dalmàt si dimenticò completamente del suo villaggio natio, Zjuzel'ka. Anche la sua sposa Marunja smise d'essere per lui un dono del destino, ma divenne soltanto uno sbaglio del grigiore e della sua ignoranza di una volta. Proprio in questi termini lui le scrisse ed ordinò al suo avvocato-amministratore di mandarle rigorosamente denaro per il vitto.

 

*  *  *

 

Nell'approssimarsi dei suoi cinquant'anni Dalmàt era, come il cielo, ricoperto sul petto da stelle-onorificenze e medaglie fin sotto il cinturone. Ebbe, come consono al suo rango, un suo palazzo. Nel palazzo abitava la più svariata popolazione, di ogni sorta e genere, di ogni età e colore. Dai rossi ai neri pece. Non gli importava nulla di nulla! Tutto gli era dovuto! Uno Scià, la cui statua aveva scolpito, soddisfatto del risultato dell'opera, era pronto a mandargli un'intera “mandria” (schiera) di schiave d’ogni età e colore!

La vita scorreva tra lauti banchetti a non finire, in una totale confusione in cui non si distingueva più perfino il giorno dalla notte. Di un'unica cosa era sempre convinto Dalmàt: che non sarebbe mai arrivata la fine della sua gloriosa fama. La fama, tuttavia, non chiede a nessuno quando iniziare e quando finire.

La fama gloriosa di Dalmàt se n'era andata ormai da tempo, da tanto-tantissimo tempo, ma, sulla scia della forza dell'abitudine, continuavano a chiamarlo ancora artista illustre. Continuavano a glorificare la sua opera mediocre, paragonandola ai capolavori immortali e collocando il suo nome allo stesso livello dei grandi scultori. Questa valutazione, invece, risultò essere forzata, presunta. Inventata dalla stessa gente incallita nella menzogna che lui era riuscito ad abbellire con abile sdolcinatezza, tanto falsa, da far venire disgusto e nausea. Coloro che era riuscito a magnificare con il magico incanto della sua menzognera pseudoarte.

Quando questo magico incanto svanì, tutti videro nel famoso maestro-scultore Dalmàt niente altro che un abbindolatore vergognoso. La menzogna pure conosce un suo limite. Oltrepassalo solo una volta, appena un po', e crollerà ogni menzogna che hai mai costruito. Crollerà, nonostante la verità abilmente simulata, crollerà pur se avesse brillato prima negli occhi fiduciosi degli ingannati.

Si guardò indietro Dalmàt e vide se stesso dal primo galletto di legno, intagliato a Zjuzel'ka, all'ultima statua fusa di un re dal grugno di porco. Un re che era considerato nel suo piccolo e sperduto regno lo scemo degli scemi, che Dalmàt però aveva trasformato, nella sua statua di bronzo, in un saggio.

La gente, nel vedere l'artifizio, fece 'ah'. Mormorò di rabbia il popolo. Persino gli adulatori-mentitori del palazzo storsero il naso nello scorgere un porco dal grugno ottuso, seduto sul ricco trono di bronzo con l'apparenza di una raggiante saggezza.

Proprio su questo insignificante re inciampò Dalmàt. Dovette fuggire da quel regno travestito. Per smaltire la paura che aveva di essere preso e linciato dalla popolazione, dovette passare parecchio tempo. Quando si riprese dallo spavento, comprese in quale pantano profondo e senza uscita lo aveva trascinato il sorriso diabolico della Dea Fortuna. Capì e si mise a bere.

Si mise a bere in modo micidiale, ubriacandosi a morte. Arrivò all'ultimo stadio del malanno, al delirium tremens.

Il male tuttavia non durò a lungo, anche se Dalmàt lo ebbe nella sua forma peggiore. Delirò e nel delirio ricevette le visite di tutti i suoi committenti. Le loro maestà false in bronzo, conti e principi dell'inganno, scià e khan divinizzati con l'artifizio. Imperatori, re e principini vennero a visitarlo a piedi e cavalcando dei destrieri. Apparivano in un'incessante fila: rumorosi per gli zoccoli, ridenti con dei musi dalle orrende smorfie, urlanti, ognuno con una voce diversa, ma tutti con una feroce presa in giro.

Per non parlare delle apparizioni femminili. Anche loro negli incubi di Dalmàt apparivano spoglie d'ogni abbellimento da Venere, in tutta la loro vera natura. Da diavole, così com'erano, diavole vere! Con il suo tiro a sei arrivò anche la contessa, la stessa cui, per la prima volta, Dalmàt aveva venduto il suo animo e il suo scalpello. Proprio da lei, come ricorderete, tutta la menzogna ebbe inizio.

La contessa apparve peggio che in un incubo a Dalmàt, dapprima sotto le sue vere sembianze cercò di attrarlo, ma poi, tutto ad un tratto, si trasformò nella Dea Fortuna, che rideva e rideva fragorosamente.

«Ah, ah, ah! Ora lo vedi Dalmàt come sono brava ad ingannare! Posso sorridere con fama, con ricchezze e privarne quando voglio! Adesso a chi mai verrà voglia di avere a che fare con te? Ti ho distrutto, sciocco popolano ignorante! Non ti rimane che bere con me un'ultima coppa in ricordo della tua anima!»

Non bevve Dalmàt delirante l'incanto della diabolica Dea Fortuna. Il sangue del nonno Prochor nelle sue vene ebbe ragione sul finale di morte.

Sopravvisse!

 

*  *  *

 

La ricchezza di Dalmàt svanì come la bruma di maggio. Arrivò l'oblio della fama, come i postumi tremendi della sbornia. Dalmàt vendette quelle poche cose che gli erano rimaste e, con la testa canuta, si mise in viaggio per il suo villaggio natio. La sua coscienza lo richiamò e lo guidò a Zjuzel'ka.

Dalmàt entrò nella sua casa e si trovò a casa, come prima. Il figlio abbandonato nella culla, riconobbe in lui il padre. Lo chiamarono “nonno” i suoi nipoti, ancora a lui sconosciuti. La sua sposa Marunja era ancora nel fiore della vita. Né appena sbocciata, né appassita.

«Togliti gli abiti del viaggio, Dalmàt» – disse. «Dài, vieni a tavola, se no il pranzo si fredda. Hai tardato un po' a ritornare...»

«Sì, un po'» – mormorò Dalmàt, – «mi sono dovuto trattenere.»

Con ciò finì il discorso sulla lunga separazione, sulla felicità perduta, sugli anni di lui distrutti.

Un buon silenzio è più utile a volte di lunghi discorsi.

A Zjuzel'ka pure non gli domandarono niente. Perché era abitata da brava gente piena di compassione che, pur essendo a conoscenza di ogni cosa, non desiderava spettegolare su quel che sapeva. Non sarebbe servito a far tornare, quello che si era buttato via. Tuttavia non tutto era stato buttato via.

Restarono le cose che non potevano essere buttate. Non si dimenticarono le cose indimenticabili. La luminosità della vita non poté offuscarsi.

La “Maternità” di marmo bianco era gelosamente conservata nella sua città di Vjatka, sotto una protezione di vetro. Per vederla arrivava gente anche da molto lontano, tra cui tanti maestri e intenditori veri dell'opera scultoria. Anche il nonno Prochor, intagliato dal ceppo della vecchia quercia, era diventato una famosa opera del museo, come peraltro la principessa dipinta su seta. Alla statuina di radica della mucca scornata la sorte disegnò una vita del tutto invidiabile. Veniva fusa a migliaia di copie per le città della nostra nazione e dei paesi stranieri. Si poteva tranquillamente affermare che la mucca di Dalmàt pascolava dappertutto nel mondo.

Di nuovo la gente avrebbe voluto vedere e conoscere Dalmàt com'era al tempo in cui appena aveva cominciato a germogliare la sua arte. E così che lo videro nel suo villaggio Zjuzel'ka: rasserenato, pentito, afflitto.

Dalmàt condannò se stesso e si colpevolizzò sinceramente, non vergognandosi di farlo davanti alla gente, capendo quanto poco calore aveva dato della sua ardente fiamma artistica, sprecata in scintille e in ceneri di fredde fiammate non durevoli.

Pianse, pianse a dirotto Dalmàt, consapevole di non aver ricambiato il popolo di tutto quello che lui – un suo figlio – aveva ricevuto sino dall'età più tenera, in esperienza ed intelligenza. Quanti cuori avrebbe potuto elevare con la verità della sua arte, con il dono che aveva di cogliere tanto nelle piccole cose, con la capacità che aveva di evidenziare la grandezza della vita nelle cose più semplici.

Si preparò Dalmàt alla sua ultima ora. Nell'attesa della morte, socchiuse gli occhi. Attendeva, da un momento all'altro, che la vecchia strega con la falce varcasse la soglia della sua vita. E, invece della vecchia strega, arrivò un'altra.

La principessa di neve in tutta la sua serenità e purezza gli apparve, come una volta, nel sogno e con voce familiare, disse: «Ma perché ti sei messo in testa di morire prima del tempo? Perché stai invitando la vecchia strega con la falce, quando hai ancora tanto tempo da vivere?»

Riaprì gli occhi Dalmàt e vide Marunja.

«Ma che storia è questa? Si vede che non servo più neanche alla morte.»

«Dài tempo al tempo» – mormorò dolcemente la sposa fedele. «Capelli grigi non significa vecchiaia. Per arrivar all'età del nonno Prochor, devi vivere ancora un'altra metà della vita. Credo che anche tu appartenga alla razza dei longevi. Dài, dài, – alzati, moribondo forzato! Parliamo un po' della vita.»

 

*  *  *

 

Queste parole fecero alzare Dalmàt, soffiarono nel suo animo il desiderio di continuare a vivere.

«Caro marito, tutti sono capaci di pentirsi. Non credi, però, che il vero pentimento non stia nelle parole, ma negli atti?»

E lui a lei: «Come potrei dimostrare coi fatti il pentimento, se oramai sono un uomo finito?»

Ma Marunja gli rispose: «Soltanto i morti finiscono, per un uomo vivo mai nulla è troppo tardi.»

Marunja parlava e intanto lo fissava con i suoi occhi profondi, come se volesse penetrarlo con lo sguardo per fargli un meraviglioso incantesimo.

Dalmàt credette nuovamente in se stesso, nelle sue forze, cosicché un giorno disse alla moglie: «Lo sai, Marunja, sento che mi sta venendo una gran voglia di prendere di nuovo in mano lo scalpello... Che ne dici, se mi metto a intagliare, come prima prova, dal legno tenero, il nostro nipotino più piccolo?»

Marunja rispose: «Sai, io ero certa che proprio da lui avrebbe avuto inizio la tua ultima cura per la guarigione definitiva.»

Non passò neppure una settimana e il nipote si riconobbe nell'opera del nonno al suo laboratorio. Come una volta alla casa di Dalmàt fece una puntatina la gente di tutta Zjuzel'ka. Guardavano l'opera finita di Dalmàt ed ognuno di loro aveva l'irrefrenabile desiderio di lodarla per quant'era bella, tuttavia ognuno aveva pure il timore di far svanire la rinascita con troppi lodi.

Esultarono silenziosamente. Gioirono di nascosto. Dalmàt invece, dopo il nipote, si mise a scolpire la statua di sua nuora merlettaia. Anche quest'opera fu un successo. A dire figuratamente, la ricamò (merlettò) così com'era, precisa ed identica, sino all'ultimo filo.

Andò avanti così mese per mese, anno per anno, l'età aumentava, ma Dalmàt non invecchiava. Le sue mani non divennero deboli e flaccide. L'ozio stancava il maestro, il suo riposo era il lavoro. Un'opera non era ancora terminata e il pensiero già ne creava un'altra.

A questo punto nel laboratorio di Dalmàt videro aratori che aravano, fabbri che forgiavano, splendide fanciulle di Zjuzel'ka che gareggiavano nelle danze più belle. Trasfigurò Dalmàt nelle sue opere gente semplice di fatica, che, a sua volta, gli fece trasfigurare le sue mani e l'animo.

Le cose andarono avanti tanto bene che Dalmàt ricevette tante ordinazioni per la creazione e la fusione delle statue per le città. Tutte queste opere rappresentavano soltanto la verità pura. Nessuna Dea Fortuna sarebbe più in grado di ingannare Dalmàt con il suo diabolico sorriso. Modellò, intagliò, scolpì, fece fondere soltanto quello che apparteneva al suo animo e al suo credo. Quello che non era menzognero. Quello che gli rallegrava il cuore e cui il suo scalpello non si era mai opposto.

Per fare certi lavori ad un altro maestro e lui stesso, una volta, sarebbe occorso un anno intero, adesso riusciva a mettere a punto in un mese.

Dalmàt, senza sosta, recuperava ciò che aveva perduto vivendo inutilmente. E riuscì egregiamente. Gli venne perdonato e scordato ciò che non può nutrire la memoria della brava gente.

Le parole di Marunja, cioè che per un uomo vivo mai nulla è troppo tardi, furono non solo sagge, ma anche profetiche.

La menzogna, come ruggine, è fugace. Atta presto a consumare se stessa.

Dalmàt visse a lungo e con le ali spiegate. Morendo, non morì nelle sue creazioni e nella favola della mia cara nonna. Una vecchia profonda, perspicace, appassionata... e lungimirante.

 


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